Un vitello nato al contrario
La manza ci provava da un’ora, e Marisol Medina ci provava con lei.
La neve picchiettava sul tetto di lamiera della stalla dei parti come riso lanciato a un matrimonio. L’unica lampadina sopra il box tre oscillava sul filo a ogni colpo di vento contro il muro nord, e le ombre oscillavano con lei, così che il mondo intero dondolava: la paglia, la manza rossa che fumava di vapore, le braccia di Mari stessa nei lunghi guanti di plastica, viscide fino alla spalla.
«Lo so» disse alla manza. «Lo so, mamma. Anch’io.»
La numero 22 gemette e spinse. Mari sentì il vitello muoversi sotto le dita e sentì di nuovo la cosa che dieci minuti prima le aveva ghiacciato lo stomaco. Due piccoli zoccoli. Le piante rivolte verso l’alto. Una coda dove avrebbe dovuto esserci un muso.
Al contrario.
Un vitello podalico poteva vivere. Poteva anche annegare dentro la madre nell’ultimo minuto, quando il cordone si schiacciava prima che la testa fosse libera. Doveva uscire in fretta e doveva uscire bene, e per questo serviva più di una donna stanca e di un gatto da stalla che guardava dal fieno.
Tre settimane prima, sarebbe servito Ronan.
Mari tirò fuori il braccio, si sfilò il guanto e cercò il telefono nel cappotto con le dita che tremavano. Trentuno per cento di batteria. Una tacca. Il vento scendeva urlando dalle Crazy Mountains come se avesse un conto in sospeso con tutti quelli di Coldwater Bench, e con lei in particolare.
Aveva tre numeri da poter chiamare a mezzanotte. Sua sorella minore Sam, due ore a ovest, a Wolf Creek, che avrebbe risposto al primo squillo e non avrebbe potuto fare altro che preoccuparsi. Ronan, che non avrebbe risposto, o avrebbe risposto e riso. E il numero che il vecchio dottor Haskell aveva attaccato con il nastro all’interno della porta della stalla prima di andare in pensione, l’autunno scorso, scritto con la sua calligrafia squadrata su un cartellino rosso da mangime.
NUOVO VETERINARIO. EZRA VANCE. CHIAMALO ANCHE DI NOTTE. VERRÀ.
Non aveva mai incontrato Ezra Whitlock. Aveva sentito dire che veniva dal Wyoming, che era paziente con i cavalli e brusco con gli uomini che prendevano a calci i cani, e che le sorelle Lindqvist di Harlow avevano deciso che fosse abbastanza bello da perdonargli di non essere il dottor Haskell.
Chiamò.
Rispose al secondo squillo, la voce roca di sonno e già, in qualche modo, calma. «Whitlock.»
«Sono Mari Medina, a Coldwater Bench. Il vecchio terreno in affitto dei Greer, oltre i due silos sulla strada della contea.» Si sentì parlare troppo in fretta e non riuscì a fermarsi. «Ho una manza al primo parto con il vitello che viene al contrario. Le zampe posteriori sono fuori fino al garretto. Spinge da un’ora. Non riesco—» La voce si spezzò. Odiò che si spezzasse. «Non riesco a tirarlo fuori da sola.»
Non ci fu nessuna pausa. Ci fu solo il rumore di un uomo che si metteva a sedere, e di stivali che toccavano un pavimento.
«Quaranta minuti» disse. «Forse trentacinque, se hanno passato gli spazzaneve. Tienila in piedi, se puoi. Tienila calma. Non tirare, a meno che non la vedi mollare. Mi senti, Mari?»
La sorprese quanto aiutasse sentire il proprio nome detto così. Come se fosse una persona in una stalla, e non un problema in una tempesta.
«Ti sento.»
«Bene. Arrivo.»
Ce la fece in trentadue.
Mari sentì il camion prima di vederlo, un motore pesante che saliva faticosamente il viale, poi i fari spazzarono di bianco la porta aperta della stalla. Un uomo alto attraversò la neve con una cassetta d’acciaio per mano e il gelo già nelle sopracciglia. Posò le cassette, guardò la manza, guardò Mari e si tolse i guanti.
«Salve» disse. «Andiamo a conoscerla.»
Era più vecchio di come se l’era immaginato, vicino ai quaranta, magro, in un giaccone di tela, con le tempie grigie e gli occhiali da lettura appesi a un cordino intorno al collo. Quando si spinse gli occhiali sul naso per guardare le zampe del vitello, sembrava meno un cowboy e più un maestro di scuola finito per sbaglio nella stalla sbagliata. Poi restò in maniche di camicia nel freddo, si infilò un lungo guanto e si mise al lavoro, e non sembrò più un maestro di scuola.
«Il vitello è vivo» disse dopo un momento. «Zampe forti. Lei è stanca, non finita. Hai fatto bene a tenerla in piedi.»
«Non ho fatto niente.»
«Hai chiamato.» La guardò da sopra gli occhiali. Occhi grigio-azzurri, fermi come la livella di un falegname. «La maggior parte della gente aspetta troppo perché non vuole disturbare nessuno. È così che muoiono i vitelli. Le catene, per favore.»
Lei gli porse le catene da parto pulite dal secchio. Le loro dita si sfiorarono. Le sue erano fredde e sicure, e sul dorso della mano sinistra correva una lunga cicatrice bianca, vecchia e liscia, come se qualcuno vi avesse tracciato una riga col gesso.
«Quando spinge, noi tiriamo» disse. «Verso il basso e in fuori, in una curva, come un arcobaleno. Mai dritto all’indietro. Tu prendi la catena destra. Io la sinistra.»
«Va bene.»
«Mari.» Aspettò che lei lo guardasse. «Ce la facciamo.»
La manza spinse. Tirarono.
Niente si mosse.
La manza spinse ancora, e la porta della stalla sbatté aperta dietro di loro con tanta forza da colpire il muro.
«Sutter!»
Mari quasi lasciò cadere la catena.
L’uomo sulla soglia la riempiva tutta. Era neve dal cappello agli stivali, una grossa sagoma scura con una torcia in un pugno e una corda sulla spalla, e una cagna blue heeler schiacciata contro le gambe con le orecchie piatte. Mari lo riconobbe dalla voce prima ancora di vederne il volto. Ogni allevatore dell’altopiano conosceva la voce di Garrett Brannigan. Quasi tutti si erano trovati dalla parte sbagliata di quella voce.
«La tua recinzione è a terra sul lato del torrente» disse Garrett. «Tre delle tue vacche sono nel mio pagliaio. Una sta mangiando il mio telo. Sono dieci minuti che busso alla tua casa come un idiota.»
«È Medina» disse Mari a denti stretti. «Non Sutter. Non più.»
«Non mi importa se è la regina d’Inghilterra. Le tue vacche—»
«Non adesso» disse Ezra piano, senza voltarsi. «Sta spingendo. Brannigan, giusto? Tieni la luce qui. In basso. Sul vitello.»
Garrett smise di parlare.
Mari se ne sarebbe ricordata più tardi. Garrett Brannigan, che una volta aveva detto ai commissari della contea che avevano il buonsenso di galline bagnate, chiuse la bocca quando glielo chiese un estraneo. Venne a inginocchiarsi nella paglia accanto a lei e tenne la torcia ferma in una grossa mano guantata.
«Adesso» disse Ezra.
Tirarono. Verso il basso e in fuori, in una curva. La manza muggì. Mari sentì il vitello scivolare di un dito, poi di due, e poi i fianchi uscirono tutti insieme. Ezra disse: «Svelti ora, svelti», e tirarono insieme, e l’intero lungo corpo bagnato scivolò fuori sulla paglia in un fiotto d’acqua e di vapore.
Non si mosse.
«Dai» sussurrò Mari.
Ezra stava già liberando naso e bocca del vitello con due dita. Prese un filo di paglia e lo infilò piano in una narice. Niente. Di nuovo.
Il vitello starnutì.
Fu un suono piccolo, bagnato e furioso, ed era la cosa più bella che Mari avesse sentito in tre settimane. Il vitello scosse la grossa testa, sbatté le orecchie e soffiò bolle dal naso. La manza si voltò a fatica e cominciò a leccarlo con la lingua lunga e ruvida, parlandogli con un brontolio basso.
Mari si rimise a sedere sui talloni. Aveva la faccia bagnata. Non sapeva quando fosse cominciato.
«Maschio» disse Ezra, sedendosi anche lui. «Uno grosso. Non c’è da stupirsi che fosse incastrato.» Si sfilò il guanto e la guardò, e il suo viso si addolcì. «Stai bene?»
«Sto bene.»
«Stai piangendo.»
«È neve» disse lei. «Si è sciolta.»
Accanto a lei, Garrett emise un suono che poteva essere una risata o un colpo di tosse. Spense la torcia. Nella luce gialla della lampadina ora gli vedeva il viso: barba scura e corta, un naso rotto almeno due volte, occhi scuri sotto sopracciglia pesanti. Un viso duro. Non guardava lei. Guardava oltre, nel resto della stalla. I box vuoti. La sella che mancava dal suo sostegno. I due pioli chiari sul muro dove un tempo stava appeso il fucile di Ronan.
«Dov’è tuo marito?» chiese.
«Andato.»
«Andato in città?»
«Andato» disse Mari. «Tre settimane fa. Si è preso il camion buono, il rimorchio per il bestiame, il bracciante, il fucile e la cassa con tutte le carte che possiedo. Mi ha lasciato le vacche. Sessantaquattro. Quarantuno ancora da partorire.»
La stalla rimase in silenzio, a parte il brontolio della manza e il vento.
«La mattina dopo ho chiesto il divorzio» disse, perché era troppo stanca per abbellire la cosa. «Lui ha fatto controricorso. Dice che l’affitto Greer è per metà suo. Vuole venderlo. C’è un uomo di Bozeman che glielo pagherà, e il giudice ha fissato l’udienza per l’ultimo giorno di aprile. La mia avvocata dice che se voglio tenermi questo posto devo dimostrare di saperlo mandare avanti. Tenere in vita la mandria. Tenere i registri. Far partorire quarantuno vacche senza perderne neanche una.» Rise, e la risata uscì sbagliata. «Ecco. Dov’è mio marito.»
Ezra non disse che gli dispiaceva. Garrett non disse che gliel’aveva detto, anche se Mari sapeva che avrebbe voluto. Otto anni prima, al ballo del Quattro Luglio a Harlow, Garrett Brannigan l’aveva vista ridere per qualcosa che aveva detto Ronan e le aveva detto, piatto: Quello lì conta due volte il proprio resto e una volta sola quello degli altri. Lei gli aveva detto di badare al suo bestiame. Aveva sposato Ronan quel settembre.
«Da sola» disse Garrett adesso.
«Da sola.»
«Quarantuno vacche.»
«So contare, Brannigan.»
«So che sai contare.» Si alzò. In piedi era ancora più grosso, e la cagna si alzò con lui. «Mi chiedo se sai dormire.»
Mari aprì la bocca per rispondere e scoprì di non avere una risposta.
Ezra lavava gli strumenti nel secchio, lento e preciso. Senza alzare lo sguardo disse: «La stagione dei parti, con una persona sola, sono circa venti ore di lavoro al giorno. Un controllo ogni due ore, per tutta la notte. Non ti dico niente che tu non sappia. Lo dico ad alta voce perché sia nella stanza.»
«È nella stanza» disse Mari. «È nella stanza da tre settimane. Di notte mi si siede sul petto.»
«Allora non farlo da sola» disse Ezra, semplicemente.
«Non posso pagare nessuno.»
«Non ho chiesto di essere pagato.»
«È peggio.» Si alzò troppo in fretta, e la stalla si inclinò. Entrambi gli uomini si mossero insieme, la mano di Garrett che le si chiudeva intorno al gomito, Ezra mezzo alzato dall’altro lato. Lei ritrasse il braccio. «Sto bene. Sto bene. Ho solo bisogno di—»
Non sapeva di cosa avesse bisogno. Era quello il problema. Per otto anni aveva saputo esattamente di cosa avessero bisogno tutti gli altri. Ronan aveva bisogno del caffè caldo, della cena pronta e dei suoi errori mai nominati. Le vacche avevano bisogno di fieno. Ada Greer, che era la proprietaria di quella terra e gliela affittava, aveva bisogno di una telefonata ogni domenica. Sam aveva bisogno che lei stesse bene. Mari era stata la donna che aveva detto sì così tante volte da aver dimenticato la forma di qualsiasi altra parola.
Garrett la lasciò andare. Raccolse la corda dalla paglia.
«La tua recinzione» disse. «Stanotte rimetto dentro le tre vacche e tiro un filo. Domani la sistemo come si deve.»
«Ti pago il filo.»
«Non mi pagherai niente. Metà di quella linea è mia, e voglio che il mio fieno sia lasciato in pace.» Si fermò sulla soglia, con la neve che gli entrava a folate intorno. «Chiudi a chiave la casa, Marisol.»
Nessuno la chiamava Marisol da quando era morta sua nonna. Non sapeva nemmeno come facesse a saperlo.
Poi sparì nel bianco, la cagna alle calcagna.
Ezra scrisse il suo numero sul retro di un cartellino da mangime, in lettere piccole e ordinate, e glielo diede. «Chiamami per qualsiasi manza che spinge da più di un’ora. Qualsiasi. Giorno o notte. Domani torno a controllare questo ragazzo.»
«Grazie» disse lei. «Dico sul serio. Non so come pagare—»
«Mari.» Raccolse le cassette. «Vai a letto. Metti la sveglia alle due. Ti chiamo alle quattro per assicurarmi che ti sia svegliata.»
«Non devi—»
«Lo so» disse, e se ne andò.
Non andò a letto.
Si sedette su un secchio rovesciato nella stalla, con il vitello appena nato addormentato nella paglia, e scrisse sul suo quaderno, perché Joanna Fenwick, la sua avvocata a Helena, le aveva detto di annotare tutto. Data. Ora. Numero della vacca. Problema. Chi è venuto.
9 marzo. 23:40. N. 22, primo parto, al contrario. Maschio, vivo. Dott. Ezra Whitlock ha assistito. C. Brannigan ha segnalato recinzione a terra, lato torrente. Tre vacche nel suo fieno.
Guardò quell’ultima riga per molto tempo.
Alle due controllò le manze. Alle quattro il telefono vibrò, e una voce calma disse: «Controllavo solo che fossi sveglia», e riattaccò prima che lei potesse ringraziarlo. Alle cinque si addormentò seduta contro il muro della stalla.
Alle sei la svegliarono dei fari.
Barcollò fuori, in un mondo diventato blu e silenzioso. La neve aveva smesso. Le cime delle Crazies brillavano di rosa sopra l’altopiano. Un vecchio pick-up Toyota marrone saliva sferragliando il viale con un faro spento e la marmitta che strisciava. Si fermò davanti alla stalla. La portiera si aprì cigolando.
Tuck Ingram scese con un borsone sulla spalla destra e il braccio sinistro ancora rigido per il cavallo imbizzarrito che l’estate scorsa gli aveva rotto la clavicola. Aveva ventisette anni e ne dimostrava diciannove, i capelli color sabbia che gli cadevano sugli occhi, le lentiggini scure nel freddo. Era stato il bracciante di Ronan per due anni. Se n’era andato con Ronan tre settimane prima e non era riuscito a guardarla mentre lo faceva.
Adesso la guardò.
«Buongiorno, boss» disse. La voce gli tremava. «Ho mollato lui. Sono qui, se mi vuoi.»
Mari lo fissò. «Perché?»
Tuck deglutì. Posò il borsone nella neve con molta cura, come se potesse rompersi.
«Perché non venderà questo posto a uno qualsiasi» disse. «E perché ieri sera mi ha chiesto di venire fin qui e lasciare aperti i tuoi cancelli.»
Vitto, alloggio e un registro
Tuck mangiò quattro uova, sei fette di pane tostato e quasi un intero vasetto di marmellata di ciliegie selvatiche prima di riuscire a raccontare tutto senza che la voce gli si assottigliasse.
Mari lo lasciò fare. Stava ai fornelli in calzini, con la schiena alla finestra, e lo nutriva, perché dar da mangiare alla gente era l’unica cosa che le sue mani sapessero fare mentre la testa recuperava terreno. La cucina sapeva di caffè e di burro e della lana bagnata del suo cappotto che si asciugava sulla sedia.
Quando il piatto fu vuoto, lui fece scivolare il telefono sul tavolo.
Il messaggio era di Ronan. Era arrivato alle 21:14 della sera prima.
Stanotte lascia aperto il cancello delle manze, su all’altopiano. Magari anche quello del torrente. Entro aprile mollerà. Pruitt paga comunque.
Sotto, Tuck aveva scritto una sola parola. No.
Sotto ancora, Ronan aveva mandato una faccina che rideva e Rilassati. Scherzavo.
Mari lo lesse tre volte. Poi posò il telefono con molta delicatezza, come avrebbe posato una padella rovente.
«Pruitt» disse.
«Gordon Pruitt.» Tuck si massaggiò la spalla sinistra, un’abitudine vecchia. «Mediatore di terreni, di Bozeman. Stivali puliti. Mastica gomma alla menta come se gli dovesse dei soldi. Compra affitti e piccole proprietà per conto di un cliente con le tasche profonde. Ronan non vuole dire chi. Pruitt ha offerto centottantamila per questo affitto, libero e senza vincoli entro il primo maggio.»
«Libero e senza vincoli, cioè senza di me.»
«Sì, signora.» Tuck fece una smorfia. «Ronan calcola che siano novantamila per lui. Solo che ne ha già spesi circa centoventi, nella sua testa. Un camion nuovo. Una barca. Continua a dire barca come fosse una preghiera.»
«Gli viene il mal di mare nella vasca da bagno.»
La cosa strappò a Tuck una risata. Si spense in fretta. «Avrei dovuto tornare la prima settimana. Sapevo che aveva sbagliato a lasciarti così. Continuavo a pensare che non fossero affari miei. Un bracciante va dove va la paga. Così diceva sempre mio padre.» Guardò il tavolo. «Poi ieri sera mi ha chiesto di far del male alle tue vacche. E io sono rimasto nel camion all’area di sosta di Harlow fino alle cinque del mattino, e ho pensato che mio padre si sbagliava su qualche cosa.»
Mari si sedette di fronte a lui.
«Non posso pagarti, Tuck.»
«Lo so.»
«Intendo che non posso pagarti niente. Non fino all’udienza. Forse nemmeno dopo.»
«Nel dormitorio c’è un letto» disse lui. «Tu hai le uova. Costo poco.»
«Non costi poco. Sei un bravo bracciante. Meriti un salario.» Si alzò, andò al cassetto accanto al telefono e tirò fuori un quaderno nuovo, verde. Lo aprì sul tavolo tra loro, e sulla prima pagina scrisse, in stampatello, DOVUTO.
«Ogni ora che lavori, la scrivi» disse. «Ogni ora. Dopo l’udienza, ti ripago. In contanti, in carne o con una manza a tua scelta. Non prendo ciò che non posso restituire. È la regola.»
Tuck guardò il quaderno. Poi lei. Qualcosa di dolce e testardo gli passò sul viso lentigginoso.
«È una buona regola per una banca» disse. «Un po’ solitaria per una persona.»
«È la mia regola.»
Lui prese la penna. Tuck Ingram. 10 marzo. Dalle 6 a adesso. Poi, in lettere più piccole, sotto: Colazione. Eccellente.
Joanna Fenwick rispose al telefono a Helena come faceva tutto: in fretta, e come se avesse già letto il finale.
«Mandami una foto di quel messaggio. Oggi. Di’ al ragazzo di tenersi il telefono e di non cancellare niente.» Mari sentì una penna grattare. «L’avvocato di Ronan lo chiamerà uno scherzo. L’ha detto lo stesso Ronan. Uno scherzo non è una prova. Ma è un sasso nello stivale, e diventa più pesante a ogni passo.»
«Ha le mie carte, Joanna. Il contratto originale è in quella cassa.»
«Allora troviamo una copia. Chi ha scritto il contratto?»
«Ada Greer. A mano, al tavolo della sua cucina. Otto anni fa, ad aprile. Io e Ronan ci siamo sposati quel settembre.»
«Bene. Firmato prima del matrimonio, solo a tuo nome. Questo conta.» Un altro grattare. «Ma lui dirà di aver investito soldi nel posto. La pompa del pozzo. I recinti. E dirà che da sola non puoi mandarlo avanti, quindi la cosa giusta è venderlo e dividersi il ricavato. I giudici amano ciò che è giusto. Il tuo compito è far sembrare giusto che tu te lo tenga.»
«Facendo partorire quarantuno vacche.»
«Facendo partorire quarantuno vacche, tenendo registri puliti e stando fuori dai guai.» Joanna fece una pausa. «Mari. Faccio questo mestiere da molto. La maggior parte dei divorzi, da queste parti, si riduce a tre cose. Camion, fucili e conti sbagliati. Ronan si è già preso il camion e il fucile. Non lasciare che si prenda anche i conti.»
Garrett arrivò alle dieci con un carico di pali e la sua blue heeler, Moxie, seduta sulla cassetta degli attrezzi come un ornamento del cofano.
Vide il Toyota di Tuck. Vide Tuck che portava il fieno al recinto delle manze. Scese dal camion lentamente.
«Te ne sei andato con lui» disse Garrett.
Tuck posò il fieno. Era una testa più basso di Garrett e almeno venticinque chili più leggero, e la spalla sinistra ancora non si alzava bene. Alzò il mento, invece. «E sono tornato.»
I due uomini si guardarono a lungo attraverso il cortile gelato. Mari aspettò che Garrett dicesse qualcosa di tagliente. Di solito lo faceva.
«Riesci a scavare con quella spalla?» chiese invece Garrett.
«Non bene.»
«Riesci a tenere dritto un palo?»
«Sì, signore.»
«Allora sali sul camion.»
Lavorarono alla recinzione del torrente tutta la mattina. La linea spezzata correva ai piedi dell’altopiano, dove Coldwater Creek curvava sotto i salici, gelato e bianco, con l’acqua scura che si mostrava aperta nel mezzo, dove la corrente correva veloce. Ronan aveva promesso di sistemare quella linea l’autunno scorso. Ronan aveva promesso molte cose.
Garrett scavava. Tuck teneva i pali. Mari tendeva il filo e manovrava il tenditore, e per un’ora nessuno parlò se non per dire più in alto o tieni fermo o adesso.
Fu il tenditore a fare il danno. L’attrezzo era vecchio e rigido, e lei doveva gettare tutto il suo peso sulla maniglia per tendere il filo. Garrett le si avvicinò da dietro e posò la mano sulla sua, sull’impugnatura, senza chiedere. Sentì il calore di lui attraverso due paia di guanti. Sentì il suo petto a un dito dalla propria schiena.
«Ce la faccio io» disse.
Lui la lasciò subito. Fece un passo indietro. «Ce la fai tu.»
Tese il filo. Cantò. Si voltò, e lui era ancora lì vicino, e la guardava dall’alto con quei duri occhi scuri, e qualcosa nel suo viso la fece arrabbiare prima ancora che capisse perché.
«Avanti» disse. «Dillo.»
«Dire cosa?»
«Te l’avevo detto. Ci rimugini sopra da ieri notte. Mi hai detto a quel ballo che Ronan mi avrebbe contato il resto e se lo sarebbe tenuto. Avevi ragione. Dillo e non ne parliamo più.»
Garrett si tolse il cappello e si passò una mano tra i capelli. Stava ricominciando a nevicare, fiocchi piccoli e asciutti che si impigliavano nella barba.
«L’ho detto una volta» disse. «Non volevi sentirlo. Non l’avrei detto due volte.»
«Perché no? Tu dici tutto due volte. Hai detto a Earl Lindqvist che il suo toro sembrava un divano. Due volte. In chiesa.»
«Sembrava davvero un divano.»
«Garrett.»
«Perché eri felice» disse, secco e a bassa voce. «Va bene? Avevi ventitré anni, ridevi e sembravi felice. Sono tante cose, Marisol. Non sono il tipo d’uomo che prende a calci una donna felice solo per avere ragione.» Si rimise il cappello. «Forse avrei dovuto esserlo. Forse avresti sposato qualcuno capace di aggiustare una recinzione.»
Tornò al camion prima che lei potesse rispondere.
Tuck, che teneva l’ultimo palo, la guardò con le sopracciglia alzate fin dentro i capelli.
«Non dirlo» disse Mari.
«Non ho detto niente, boss.»
«Lo pensavi a voce alta.»
Ezra arrivò alle quattro, come aveva promesso, per controllare il vitello.
Tuck l’aveva già battezzato Bob il Contrario. Il vitello stava in piedi, barcollante, e dava testate alla madre per il latte con grande determinazione. Ezra gli ascoltò i polmoni, controllò l’ombelico e lo dichiarò un bel toro giovane, maleducato. Poi guardò Mari, che non si era più seduta dall’alba, e le chiese quante ore avesse dormito.
«Un po’.»
«Quante sono un po’?»
«Una. E mezza.»
Annuì, per niente sorpreso. Andò al camion e tornò con uno scatolone. Iodio. Un sacchetto di lunghi guanti. Due catene da parto pulite. Una confezione di latte in polvere per i vitelli deboli. Una lampada frontale con le pile nuove.
«Non posso—»
«A credito» disse Ezra. «Mi paghi dopo l’udienza.» Guardò il quaderno verde che spuntava dalla tasca del cappotto di lei. «Ho sentito che c’è un registro.»
«Tuck ha la lingua lunga.»
«Tuck è orgoglioso di te.» Ezra prese delicatamente il quaderno dalla tasca, lo aprì e lesse la riga di Tuck sulla colazione. Dietro gli occhiali, gli occhi gli si arricciarono. Stappò la sua penna. E. Whitlock. Forniture. Pagabili con una tazza di caffè, nero, una mattina qualsiasi.
«Non è un prezzo vero» disse lei.
«È il mio prezzo.» Le restituì il quaderno. «Non spetta a te decidere quanto valgono le cose per gli altri, Mari. Spetta a te solo decidere se accettarle.»
Quella sera fecero i turni al tavolo della cucina, tutti e quattro, perché Garrett era tornato all’ora di cena con una pentola di chili e senza spiegazioni.
Mari avrebbe fatto i controlli delle dieci e delle due. Tuck quelli di mezzanotte e delle quattro. Garrett abitava un miglio più a valle lungo il torrente e sarebbe venuto a cavallo per il controllo di mezzanotte il martedì e il giovedì, così Tuck avrebbe potuto dormire. Ezra sarebbe venuto per qualsiasi caso difficile, a qualsiasi ora, e avrebbe chiamato alle quattro che qualcuno glielo chiedesse o no.
«Non ho bisogno di tutti voi» disse Mari.
«Hai bisogno di dormire» disse Garrett.
«Hai bisogno di un secondo paio di mani» disse Ezra.
«Hai bisogno di qualcuno che canti alle manze» disse Tuck. «A loro piace Merle Haggard. È un fatto scientifico.»
Mari guardò intorno al suo tavolo tre uomini che due giorni prima non erano nella sua cucina, e le si strinse la gola. Scrisse tutto nel quaderno, ogni ora, ogni nome. Non la fece sentire meno in debito. La fece sentire, stranamente, meno sola.
Per quattro notti, il piano funzionò.
La quinta notte, Tuck uscì per il controllo delle quattro e trovò il cancello delle manze spalancato.
Si fermò nella neve con la lampada frontale che gli tremava in mano. Il cancello non si era aperto per il vento. Non poteva. Era spalancato contro la recinzione e tenuto lì da una catena, lucida e nuova, con un lucchetto d’ottone chiuso tra gli anelli. Le catene di Mari erano vecchie e arrugginite. Mari non possedeva nessun lucchetto d’ottone.
Il recinto era vuoto.
Ventidue giovani manze, ognuna con il parto previsto entro il mese, erano uscite nel buio. Le loro tracce scendevano la collina in un largo fiume calpestato verso il torrente.
Tuck corse verso la casa.
Mari fu vestita e fuori dalla porta in meno di un minuto, il cappotto aperto, la lampada frontale accesa, la corda del portico sulla spalla. La neve cadeva fitta e di traverso. Sentì le manze prima di vederle: un muggito spaventato da giù, vicino ai salici, dove scorreva il torrente.
«Contale» gridò a Tuck. «Spingile su per la collina. Usa i fari del camion.»
«Tu dove vai?»
«Ce n’è una sul ghiaccio.»
L’aveva vista nel fascio della lampada. Una manza rossa, la numero 31, sul torrente gelato, le zampe divaricate, il ventre enorme per il vitello. Il ghiaccio sotto di lei era bianco ai bordi e grigio al centro. Grigio voleva dire sottile. Grigio voleva dire acqua veloce di sotto.
Dietro Mari, dei fari scendevano rimbalzando lungo la strada della contea. Un clacson suonò. Un cane abbaiava, acuto e frenetico. Il camion di Garrett.
Mari non aspettò. Si legò la corda in vita, gettò l’altro capo intorno al tronco di un salice e lo annodò, e mise piede sul ghiaccio.
«Piano, mamma» disse. «Piano. Sto arrivando.»
La manza muggì e cercò di rialzarsi. Gli zoccoli scivolarono. Mari si mise in ginocchio per distribuire il peso e avanzò gattoni. Tre metri. Cinque. Il ghiaccio gemeva sotto di lei come un vecchio pavimento. Ora sentiva l’acqua, che si muoveva, molto vicina.
«Marisol!» La voce di Garrett, dalla riva, rauca di qualcosa che lei non vi aveva mai sentito. «Marisol, fermati! Non ti muovere!»
Allungò la mano. Il guanto toccò la spalla rossa e bagnata della manza.
La manza si lanciò verso la riva opposta.
E il ghiaccio sotto Mari si ruppe con un suono come uno sparo.





































