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Una promessa di velluto — romance storico gratisGratis · Esclusiva

romance storico gratis

Una promessa di velluto

Un esattore taglia il velluto di Isabel. Un conte le offre la propria casa e un desiderio che lei non intende pagare con la libertà.

Romance storico M/F per adulti con una sarta vedova, differenze di classe e fiducia conquistata.

Baci intensi, desiderio e intimità a porte chiuse tra adulti; senza descrizioni sessuali esplicite.

  • eroe potente e possessivo
  • differenza di classe
  • Vicinanza forzata sul lavoro
  • vedova che torna ad amare
  • sarta capace
  • Fiducia conquistata

🌶️🌶️ Circa 91 min di lettura · 20.918 parole

Isabel Hart ha otto giorni per completare una creazione capace di aprirle le porte della società londinese. Lavorare sotto il tetto di Adrian Marlowe protegge i suoi tessuti e minaccia la distanza che vuole mantenere. Fra prove, balli e baci, la vedova deve scoprire se la generosità di un uomo potente lascia spazio al suo nome.

Libri di Alisson Bento

Propriedade do Duque

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Il tessuto tagliato

Isabel

Le forbici entrarono nel velluto prima che Isabel riuscisse a raggiungere il tavolo. Non ci fu una discussione, né il gesto ampio di un uomo accecato dalla rabbia. L’esattore tenne il tessuto con due dita, aprì le lame e praticò un taglio netto vicino al bordo. Quel suono basso sembrò più offensivo di un grido. Erano tre settimane di risparmi divise in due parti disuguali.

“Il signor Larkin preferisce risolvere le cose senza inconvenienti”, disse.

Isabel si fermò dall’altro lato del tavolo. Aveva ventinove anni, un matrimonio e un funerale alle spalle, e aveva creduto che certe forme di paura non le sarebbero più appartenute. Scoprì che la paura trovava sempre una misura nuova.

“Allora ha scelto male il suo rappresentante.”

L’uomo appoggiò le forbici sul taglio. Erano le forbici del padre di Isabel, pesanti nell’impugnatura, consumate sulla punta destra. Non aveva avuto bisogno di portare un’arma. Gli era bastato entrare in un laboratorio e usare ciò che trovava.

Ruth era accanto alla finestra e teneva il nastro per orli che stava arrotolando. La ragazza aveva diciannove anni e lo svantaggio di credere che le persone più grandi sapessero impedire una violenza prima che diventasse visibile. Isabel la guardò.

“Va’ a chiamare la signora Cole. Dille che il tè è pronto.”

Ruth esitò. Poi lasciò il nastro sulla sedia e uscì dalla porta laterale. L’esattore ne seguì il movimento, valutò la strada stretta che si vedeva attraverso il vetro e decise che non ne valeva la pena. Isabel custodì quel piccolo trionfo senza permettere che le comparisse sul viso.

“C’è un conto”, disse lui.

“C’è una data per il pagamento.”

“E c’è la possibilità di anticipare la riscossione quando la merce viene usata contrariamente all’accordo.”

“Il velluto viene tagliato per una commissione. È l’uso previsto in una sartoria.”

Lui sorrise. Non c’era umorismo in quel sorriso, soltanto il piacere meschino di costringerla a rispondere. Tirò fuori dalla tasca un foglio piegato e lo aprì sul tessuto. Isabel riconobbe il conto del mercante. Conosceva ogni rata; ci aveva perso il sonno e non aveva bisogno che uno sconosciuto le insegnasse la somma.

Larkin aveva fornito seta e passamaneria a credito quando il laboratorio era ancora nuovo. In cambio aveva preteso che tutte le nuove commissioni passassero dal suo magazzino. Per mesi Isabel aveva accettato prezzi che non coprivano le ore di lavoro perché temeva di perdere il materiale. Poi aveva fatto i conti con Elspeth Cole e rifiutato la commissione successiva. La visita di quel giorno era la risposta.

“Vuole che torni a lavorare a metà prezzo”, disse.

“Vuole collaborazione.”

“Il nome non aumenta il compenso.”

L’uomo mosse di nuovo le forbici. Isabel appoggiò la mano sul tessuto, lontano dalle lame, impedendogli di tirare il resto.

“Tagli un altro pezzo e la signora Cole troverà esattamente quello che sta facendo. Ci sono tre mercanti nella strada che conoscono questo velluto. Posso chiedere anche a loro di venire a guardare.”

Lui alzò gli occhi. La disinvoltura era scomparsa dal suo viso. In strada, Elspeth arrivava con un cesto al braccio e l’espressione di chi sapeva distinguere un tè da una richiesta di soccorso.

“Il signor Larkin tornerà a cercarla.”

“Gli chieda di bussare prima di entrare.”

L’esattore lasciò le forbici. Uscì senza chiudere la porta, lasciando che il freddo di ottobre attraversasse la stanza. Isabel aspettò finché non sentì i suoi passi allontanarsi. Solo allora si accorse che stava premendo il tessuto tanto forte da farsi male alla mano.

Elspeth entrò, guardò il taglio e posò il cesto sul pavimento.

“Ha fatto molti danni?”

Isabel tolse gli spilli che tenevano il cartamodello. Aveva voglia di sedersi in mezzo ai ritagli e restare lì finché qualcun altro non si fosse assunto la responsabilità. Invece sollevò il tessuto controluce.

“Abbastanza da darmi lavoro.”

“Non è quello che ho chiesto.”

“Lo so.”

Ruth tornò alla finestra e cominciò a raccogliere il nastro caduto. Le mani le tremavano. Isabel avrebbe voluto dire che sarebbe andato tutto bene, ma non sopportò di aggiungere una promessa malfatta a quella mattina.

“Porta il cartamodello più piccolo”, chiese. “Forse possiamo sfruttare la piega.”

Il velluto era verde scuro, quasi nero quando veniva allontanato dalla finestra. Isabel l’aveva comprato per dimostrare una tecnica di taglio che permetteva al mantello di seguire il movimento delle spalle senza gravare sul collo. Se la cliente giusta avesse visto il risultato, ci sarebbe stato lavoro per i mesi invernali. Se nessuna l’avesse visto, almeno il tessuto avrebbe potuto essere venduto senza l’umiliazione di ammetterne il motivo.

Ora il capo aveva bisogno di una giunta in un punto dove non avrebbe mai dovuto averla. Ruth posò il cartamodello sul tavolo e restò in attesa di un ordine. Isabel si costrinse a togliere l’irritazione dalla propria voce.

“Non nasconderemo il taglio. Decideremo dove possa sembrare necessario.”

“Come un taglio laterale?”

“Forse. Fammi vedere.”

La ragazza accostò le due parti. La linea della spalla perdeva continuità, ma una fascia di seta avrebbe potuto risolvere il disegno e ridurre il peso. Isabel spostò il cartamodello, segnò con il gesso e misurò di nuovo. Il lavoro non restituì al tessuto la forma originale. Gli diede un’altra possibilità.

Elspeth osservava dalla sedia accanto al braciere. Faceva la modista da più di trent’anni e a cinquantadue anni poteva permettersi certe libertà che Isabel stava ancora imparando a usare. Non aveva i soldi per saldare il debito dell’amica, ma offriva quel genere di compagnia che impediva a una persona di credere da sola a tutte le minacce.

“Avresti dovuto chiamarmi prima di discutere con lui”, disse.

“L’avrei definito sgradevole anche in tua presenza.”

“L’avresti chiamato ben altro. Il tuo vocabolario peggiora quando hai paura.”

Isabel sorrise senza volerlo. Ruth liberò un po’ dell’aria che tratteneva dall’uscita dell’esattore. La stanza recuperò i suoi rumori: il nastro che scivolava, il carbone che cedeva nel braciere, un carro che passava per la strada di Cheapside. La vita tornava con strumenti modesti.

Il campanello della porta suonò prima che Isabel concludesse la nuova segnatura. Le tre guardarono nello stesso momento. L’uomo sulla soglia si tolse il cappello e aspettò di essere riconosciuto. Già questo, da solo, lo distingueva dalla visita precedente.

Era alto, vestito con una sobrietà costosa che non aveva bisogno di ornamenti per farsi notare. Il cappotto scuro aderiva alle spalle senza una piega inutile; i guanti erano di pelle fine. Isabel riconobbe prima la qualità della cucitura e solo dopo il volto. Occhi grigi, bocca severa, un piccolo segno vicino al pollice destro quando si tolse il guanto per tenere il cappello.

“Signora Hart?”

“Dipende da chi la cerca.”

Lui guardò le forbici, il tessuto aperto, il foglio lasciato sul tavolo. Non chiese che cosa fosse accaduto. La discrezione poteva essere delicatezza o soltanto indifferenza. Isabel non aveva voglia di decidere.

“Adrian Marlowe. Mia zia, Lady Helena Voss, ha raccomandato il suo lavoro.”

Elspeth si alzò così in fretta che il cesto urtò il piede della sedia.

“Lord Ashmere.”

L’uomo inclinò il capo. Isabel ebbe il dispiacere di capire perché la sua postura sembrasse tanto abituata a porte che si aprivano. Un conte nel suo laboratorio. In un giorno in cui lei riusciva a malapena a difendere un taglio di velluto.

“Lady Helena è stata qui il mese scorso”, disse, restando accanto al tavolo. “Ha chiesto una modifica a una mantella.”

“E ha detto che lei ha corretto la caduta senza dirle che doveva correggere le spalle.”

“Le spalle di sua zia sono in buone condizioni. Era la mantella a essere stata fatta per un’altra donna.”

La bocca di lui cambiò discretamente. Non arrivò a essere un sorriso, ma Isabel si accorse che ne era capace e si irritò per la scoperta.

“Mi serve un mantello per una presentazione di beneficenza. Lady Danbury ha messo a disposizione il salone. Mia zia organizza una parte dell’esposizione.”

Isabel conosceva il nome. Perfino le donne che non attraversavano mai Mayfair sapevano dove la società londinese si riunisse per ammirarsi mentre soccorreva i poveri a orari convenienti.

“Quando?”

“Fra otto giorni.”

“Allora le serve una sarta o un miracolo?”

“Mia zia ha raccomandato la prima opzione.”

Elspeth fece un rumore che poteva essere un colpo di tosse. Isabel non la guardò. Era troppo occupata a cercare di decidere se il conte fosse venuto a comprare un capo o a dimostrare che un titolo rendeva superflui i calendari.

Adrian posò un disegno su una parte libera del tavolo. Isabel non permise che il foglio toccasse il velluto ferito. Spostò le forbici e solo allora lo esaminò. Il mantello aveva abbastanza pieghe da vestire due persone e un bordo di applicazioni che avrebbe tirato giù il tessuto prima della fine del primo brano musicale.

“Chi lo indosserà?”

“Una delle signore del comitato. L’insieme sarà esposto, poi messo all’asta per finanziare posti da apprendista nei laboratori.”

“Posti retribuiti?”

Lui alzò gli occhi.

“Credo di sì.”

“Ho bisogno che lo sappia. Gli apprendisti non si nutrono di gratitudine.”

Ruth chinò la testa sul nastro. Elspeth smise di fingere di sistemare il cesto. Ora il silenzio aveva un altro peso e Isabel si accorse troppo tardi di aver appena interrogato un conte sulla qualità morale della sua carità.

Adrian tirò fuori dalla tasca un foglio più piccolo. C’erano nomi di attività e importi. Non le consegnò subito tutto. Lesse l’elenco, aggrottò la fronte e poi lo posò accanto al disegno.

“È previsto un pagamento. Posso chiedere conferma delle condizioni.”

“La chieda.”

Lui la fissò per un istante. A trentasei anni doveva essere abituato a veder accolte come favori le proprie richieste. Isabel vedeva quell’abitudine contrariata nella sua espressione. Non arretrò, anche se il conto con Larkin sembrava crescere a ogni secondo.

“Quanto al modello”, proseguì, “il bordo deve cambiare. Altrimenti la signora scelta passerà la serata con il mal di collo.”

“È stato approvato dal comitato.”

“Il comitato intende portarlo?”

Questa volta lui sorrise. Il cambiamento colpì Isabel con una forza del tutto sproporzionata. Lei tornò al disegno per nascondere di averlo notato.

Spiegò il taglio, la distribuzione del peso, il problema delle applicazioni. Adrian ascoltò senza completarle le frasi. Quando fece una domanda, riguardava qualcosa che Isabel aveva detto davvero, non la reputazione del suo fornitore o la possibilità che una vedova cucisse fino a tardi senza diventare argomento di conversazione.

Lei prese una striscia di stoffa per dimostrare. Passandosi il materiale sulle spalle, sentì lo sguardo di lui seguire il movimento. Non c’era volgarità, ma neppure la rassicurante distrazione di un uomo interessato soltanto a una commissione. Isabel impiegò troppo tempo a sistemare la piega vicino al collo.

“È così che deve cadere”, disse.

“Vedo.”

La parola breve le scaldò il viso. Isabel tolse la striscia e la piegò con una precisione superflua.

Il prezzo fu la parte più difficile. Non perché Adrian discutesse, ma perché accettò troppo in fretta. Isabel ricontrollò i conti, diffidando della propria modestia, e aggiunse la retribuzione di Ruth. Poi incluse l’uso degli attrezzi di Elspeth. Il conte acconsentì di nuovo.

“E il mio nome accompagna il capo”, disse lei. “Non il nome del mercante che ha venduto il tessuto.”

“Naturalmente.”

Per lui, forse. Isabel conosceva la differenza fra una cosa naturale e una che aveva bisogno di essere detta.

Adrian tornò a guardare il bordo tagliato quando riprese il guanto. Il foglio di Larkin era ancora vicino alle forbici. Isabel avrebbe potuto metterlo via. Non l’aveva fatto per stanchezza e, forse, per una piccola rivolta contro l’obbligo di nascondere ogni difficoltà davanti a qualcuno ricco.

“Il capo è stato danneggiato durante il lavoro?” chiese lui.

“Prima.”

“Da chi?”

La domanda uscì come un ordine. Isabel alzò il mento.

“La sua commissione non comprende un interrogatorio.”

Lui rimase immobile. Elspeth guardò Ruth, avvertendola di stare zitta. Il conte passò il pollice sulla cucitura del guanto e mise via l’irritazione dove gli uomini del suo tipo mettevano le cose che non conveniva mostrare.

“No”, disse. “Non lo comprende.”

Isabel aspettò che se ne andasse. Invece lui fece di nuovo la domanda, in un altro modo:

“C’è qualche difficoltà che impedisca la consegna?”

Lei guardò la porta. L’esattore poteva tornare l’indomani. La serratura era vecchia e nessuna delle tre avrebbe potuto passare otto giorni a lavorare e sorvegliare la strada. Ammetterlo a uno sconosciuto sembrava una seconda perdita, ma fingere coraggio sarebbe costato caro alle due donne che si fidavano di lei.

“C’è un mercante che preferisce vedermi lavorare per lui. Non intendo accettare. Posso rispettare la sua scadenza, purché lui smetta di distruggere il mio materiale.”

Adrian ascoltò la spiegazione abbreviata. Non chiese dettagli sul marito defunto o sui motivi per cui una vedova possedesse un laboratorio invece di cercare un parente disposto a ospitarla. Chiese soltanto se il conto fosse già scaduto.

“Non ancora.”

“La mia casa ha una stanza da lavoro vuota, accanto alle stanze che mia zia usa quando è a Londra. Mia zia resterà lì durante i preparativi. Può finire la commissione sotto il mio tetto.”

Isabel guardò Elspeth. L’amica aveva l’espressione pericolosa di chi aveva trovato una soluzione eccellente prima di esaminarne le conseguenze.

“Non andrò da sola”, disse Isabel.

“Porti la sua assistente.”

“E la signora Cole. I suoi attrezzi saranno necessari.”

Adrian acconsentì. Non sembrò mai considerare che tre donne, scatole di fili e un tavolo da taglio potessero creare disturbo in casa. Forse c’erano abbastanza stanze perché non dovesse mai scoprirlo.

“Sarà lavoro”, insistette lei. “Non un modo per tenermi in debito.”

Lo sguardo grigio incontrò il suo. La stanza sembrava essersi ristretta intorno al tavolo, anche se nessuno si era mosso.

“Ha fissato un prezzo. Lo pagherò.”

Era una risposta semplice. Isabel diffidava delle risposte semplici, ma in quella c’era qualcosa che le permetteva di valutare il passo successivo senza sentirsi già comprata.

Lui lasciò un acconto sufficiente per i materiali e la retribuzione concordata, ottenne una ricevuta e si congedò. La porta si chiuse con cura alle sue spalle. Ruth si lasciò sfuggire una risata nervosa. Elspeth prese il foglio di Larkin e lo piegò in quattro, riponendolo dove non potesse continuare a comandare il tavolo.

“Un conte”, disse Ruth.

“Un cliente”, corresse Isabel.

“Un cliente che ti guarda come se avesse trovato più di un mantello.”

Elspeth lo disse senza sorridere. L’osservazione richiedeva più serietà di quanta la ragazza potesse dare. Isabel tirò il velluto vicino al corpo ed esaminò il nuovo taglio. C’era abbastanza lavoro da occupare le mani. Non sapeva che cosa avrebbe fatto del resto di sé.

Quel pomeriggio separò gli attrezzi, scrisse le condizioni e decise quali pezzi portare. Lasciò il laboratorio chiuso a chiave e consegnò una copia della chiave al vicino che avrebbe custodito ciò che restava. Il gesto sembrò una fuga finché lei non guardò di nuovo il disegno già corretto.

Isabel accettò la commissione, non la resa.

La casa dalle porte alte

Isabel

La stanza da lavoro di Ashmere aveva due finestre, un tavolo lungo e un tappeto che costava più di tutti i tessuti portati da Isabel. Lei esaminò il tappeto prima di togliersi il cappello. Non c’era modo di tagliare il velluto senza produrre piccoli pelucchi; né di scaldare la colla, stirare le cuciture e sistemare gli orli senza trasformare una stanza elegante in un laboratorio. Sentì la tentazione di scusarsi in anticipo per tutto quello che non aveva ancora fatto.

Invece chiese che togliessero il tappeto.

La governante guardò Elspeth, aspettandosi forse di trovare in lei una donna con più rispetto per l’ordine della casa. Elspeth posò il cesto su una sedia e annuì.

“E ci serve un’asse che sopporti il ferro caldo”, aggiunse. “Questo tavolo è troppo bello per rischiare di rovinarlo per ignoranza.”

La governante si chiamava signora Finch e non sembrava ignorante. Dopo un breve esame delle nuove arrivate, chiamò due domestici perché arrotolassero il tappeto e disse che avrebbe cercato l’asse. Ruth seguiva tutto con gli occhi spalancati, cercando di non toccare nessuna superficie.

“Scegli una sedia”, mormorò Isabel.

“Questa si può?”

“Non mi pare che le altre abbiano titoli diversi.”

La ragazza si sedette e rise piano. Il suono aiutò Isabel a togliersi i guanti. Aveva le mani fredde, anche se la casa era riscaldata in un modo che il laboratorio non riusciva mai a raggiungere. Freddo di cambiamento, non d’inverno. Lo riconosceva dai luoghi in cui si era sentita accettata soltanto finché non dava fastidio.

Adrian entrò mentre gli uomini portavano via il tappeto. Si fermò sulla porta e osservò la stanza modificata. Isabel aspettò un’obiezione. Lui guardò prima il tavolo scoperto, poi gli attrezzi ancora chiusi negli astucci.

“Manca qualcosa?”

Lei avrebbe potuto rispondere di no per educazione. Aveva già perso troppo materiale in nome del desiderio di evitare imbarazzi.

“Uno sgabello più basso per Ruth. Una bacinella, acqua pulita e un posto dove lasciare asciugare i pezzi senza che qualcuno li metta in ordine.”

“Darò l’ordine.”

“Può chiederlo alla signora Finch. Ci sta già aiutando.”

Il conte riportò gli occhi su Isabel. Lei ne sostenne lo sguardo, pur sentendo che cominciava troppo presto a contrariare un uomo sotto il suo stesso tetto.

“Era quello che intendevo”, rispose lui.

“Allora sarà facile.”

In quel momento Elspeth decise di cercare la governante. Portò Ruth con sé, sostenendo che dovevano trovare la bacinella giusta fra tutte le bacinelle di Londra. Isabel rimase davanti al tavolo con il conte, il tessuto e la scomoda consapevolezza che fossero soli per la prima volta.

Adrian aveva portato un elenco con l’orario dei pasti, l’arrivo della zia e i momenti in cui i membri del comitato avrebbero visitato la stanza. Isabel ascoltò fino a metà, poi prese il foglio prima che lui continuasse.

“Non posso lavorare per quindici minuti, mettere via tutto per una visita e ricominciare dopo un’altra conversazione.”

“Gli orari sono stati organizzati per evitare interruzioni.”

“Sono stati organizzati da qualcuno che non ha mai cercato uno spillo al buio.”

Lui guardò il foglio come se lei ne avesse cambiato il contenuto tenendolo in mano. Isabel lo posò accanto agli attrezzi, senza restituirgli il comando del tavolo.

“Voglio rispettare la scadenza. Per riuscirci ci servono mattinate intere. Lady Helena può entrare quando vuole, purché accetti di trovarci al lavoro. Per le altre signore, una prova il terzo giorno e un’altra il sesto. Se vengono ogni pomeriggio, sarà un mantello per Natale.”

Adrian impiegò un istante a rispondere. Isabel provò troppo piacere nell’accorgersi che stava riflettendo, non soltanto aspettando che lei diventasse più ragionevole.

“Il comitato è abituato a seguire le commissioni.”

“E io sono abituata a eseguirle. È possibile che la mia esperienza sia utile.”

Il conte espirò dal naso. Poi tirò a sé una sedia e si sedette, guardando l’elenco con una severità che non sembrava più rivolta a lei.

“Segni ciò che è necessario.”

Isabel prese la matita. Il gesto di lui non era una resa; niente in quell’uomo indicava facilità nel perdere una disputa. Era la concessione esatta che il lavoro esigeva. Lei cancellava gli orari mentre lui le osservava le mani, e quell’attenzione le provocò un’inquietudine poco professionale.

Quando finì, Adrian accettò le modifiche. Chiese soltanto di non rimandare la visita del gioielliere. Il fermaglio d’argento, scelto da Helena, doveva essere adattato allo spessore del mantello.

“Un fermaglio”, ripeté Isabel. “Non una corona.”

“Mia zia potrebbe non essere d’accordo.”

Il modo asciutto in cui lo disse la fece sorridere. Adrian guardò per un istante la sua bocca. Isabel abbassò gli occhi sul foglio, irritata con se stessa perché sentiva il sangue cambiare direzione tanto facilmente.

Prima di uscire spiegò dove fossero le stanze delle tre donne. La zia usava quelle vicine; la governante aveva le chiavi di servizio e Isabel avrebbe ricevuto quella della propria camera. Se avessero preferito tornare a casa di Elspeth la sera, la carrozza sarebbe stata disponibile.

“Non è necessario ospitarci”, disse lei.

“Non è neanche necessario che torniate per strada dopo aver lavorato fino a tardi.”

Lei sentì quasi un ordine. Quasi si preparò a rifiutarlo per il semplice piacere di difendere un diritto. Poi lui aggiunse:

“Deciderà lei dopo aver visto le stanze.”

Isabel lo guardò con rinnovata attenzione. Adrian non aspettò che lo ringraziasse. Raccolse l’elenco segnato e lasciò la stanza, portando con sé la presenza che era sembrata occupare più spazio del suo corpo.

Lady Helena Voss arrivò verso mezzogiorno con il fermaglio, tre scatole di nastri e un’opinione diversa per ciascuna. Era una donna dalla postura impeccabile, i capelli raccolti senza nascondere i fili d’argento e un’energia che faceva sembrare ancora più contenuto il nipote quando entrò dietro di lei.

“La mia mantella non è mai caduta così bene”, disse a Isabel, facendo a meno della solennità di una nuova presentazione. “Sono venuta a darle un altro problema.”

“I problemi buoni portano un prezzo concordato.”

Helena rise. Adrian restò sulla porta mentre la zia apriva le scatole. Il fermaglio d’argento era più delicato di quanto Isabel si aspettasse: due foglie curve unite da una piccola parte centrale, senza pietre che potessero impigliarsi nella seta. Lei lo posò su un ritaglio, ne valutò il peso e chiese a Elspeth di custodirlo fino al momento del montaggio.

Uno dei nastri era di scarsa qualità. Isabel lo esaminò controluce e lo separò dagli altri.

“Questo non va bene.”

“È sicura? Il mercante ha detto che è il meglio che arriva dalla Francia.”

“Forse il viaggio è stato difficile. Il bordo sta cedendo.”

Helena tirò un filo con la punta dell’unghia. Venne via senza resistenza. L’espressione della donna passò dalla delusione all’interesse, come se l’onestà di Isabel fosse una novità che compensava la perdita.

“Cambierò fornitore”, disse.

Allora Adrian si avvicinò e chiese il nome del mercante. Isabel tenne gli occhi sul nastro, sperando di non sentire Larkin. Era un altro uomo, cosa che le diede una gioia assurda e breve: non ogni difetto di Londra doveva appartenere al suo nemico.

Parlarono dell’asta. I posti da apprendista sarebbero stati retribuiti durante il primo anno e Helena si impegnava a verificare le condizioni prima di scegliere i laboratori. Isabel chiese chi avrebbe ricevuto il denaro se un’apprendista si fosse ammalata. La zia non lo sapeva. Invece di offendersi, prese nota per scoprirlo.

Ruth ascoltava in silenzio. Quando Helena le chiese da quanto tempo cucisse, la ragazza rispose con una precisione che Isabel non le aveva mai sentito usare davanti ai clienti: due anni di lavoro regolare, cinque mesi con la signora Hart. Non sminuì la propria esperienza né finse di averne di più. Isabel provò tanto orgoglio da dover sistemare uno spillo solo per nascondere il viso.

Prima di uscire, Helena chiese che il nome del laboratorio accompagnasse il capo alla presentazione. Adrian guardò Isabel. Lei lo fissò per un secondo, riconoscendo che ricordava la richiesta del giorno prima.

“È già stato concordato”, disse lui.

Il tono aveva qualcosa di soddisfatto. Isabel tornò al lavoro prima di scoprire che cosa fare della propria soddisfazione.

Nel pomeriggio il calore del ferro trasformò la stanza. Il vapore saliva accanto alla finestra aperta e l’odore del velluto caldo si mescolava al carbone. Ruth sistemava la prima cucitura della seta mentre Elspeth preparava i nastri buoni. Isabel lavorava sul taglio creato dal danno dell’esattore. Era la parte che temeva di più e che adesso sembrava dare carattere al capo.

Adrian tornò senza la zia. Portò una lettera del mercante di sete che confermava la consegna della quantità necessaria il giorno seguente e si fermò a rispettosa distanza dal ferro. Isabel si accorse che l’aveva imparato osservando, non perché qualcuno l’avesse avvertito.

“Può lasciarla lì”, disse, indicando un vassoio vuoto.

Lui posò la lettera. Poi rimase a guardare la linea del mantello fissato al manichino. Isabel ebbe cura di non riempire il silenzio con una spiegazione. Un lavoro poteva essere visto senza che la sua autrice lo difendesse a ogni respiro.

“La giunta è scomparsa”, disse lui.

“Non è scomparsa. Ha cambiato funzione.”

“Sembra parte del disegno.”

“Adesso lo è.”

Lei andò al manichino e mostrò la fascia di seta che seguiva il taglio. Adrian si avvicinò abbastanza da vedere e Isabel sentì il suo calore prima di registrare che il fuoco era dall’altro lato della stanza. La manica del cappotto quasi le toccò il polso. Lei fissò uno spillo troppo in fretta e la punta le punse il medio della mano sinistra.

“Dannazione.”

Ruth alzò la testa. Elspeth guardò verso la finestra con una discrezione per nulla convincente.

Isabel allontanò la mano dal tessuto. Una piccola goccia comparve sulla punta del dito. Le era successo centinaia di volte, ma mai davanti a un uomo che la osservava come se una puntura d’ago meritasse tutta la sua attenzione.

Adrian porse un fazzoletto.

“Non sul velluto”, disse.

Lei quasi rise. Era la prima osservazione sensata che sentiva da un gentiluomo davanti al sangue in un laboratorio. Accettò il fazzoletto e premette il punto, mentre lui aspettava senza prenderle la mano.

“Non serve che resti a guardare. È un forellino.”

“Lo so.”

“Allora perché quell’espressione?”

Lui guardò il proprio viso riflesso nel vetro, come se non sapesse quale espressione avesse.

“L’abitudine di voler impedire ciò che è già successo.”

La risposta era più personale di quanto richiedesse l’incidente. Isabel sentì il desiderio di chiedere che cosa non avesse impedito prima. Non lo chiese. Conosceva uomini che consegnavano una tristezza come se presentassero un conto, aspettandosi che la donna davanti a loro si assumesse l’obbligo di risolverla. Adrian non sembrava chiederle questo. Era soltanto irritato per essersi rivelato.

Il dito smise di sanguinare. Isabel restituì il fazzoletto piegato sulla macchia.

“Posso lavarlo.”

“È un fazzoletto, signora Hart.”

“E continua a essere suo.”

“Allora scoprirò che cosa farne.”

Lui lo ripose. La piccola macchia rossa scomparve nella tasca del conte e Isabel sentì un calore ridicolo sapendo che qualcosa di lei era rimasto accanto al corpo di lui.

La cena fu servita alle tre donne in una stanza più piccola. Helena era fuori e Adrian non si unì a loro. Isabel fu sollevata, poi delusa, poi irritata di dover scoprire in così poco tempo tre sentimenti contraddittori.

Ruth mangiò con lo sforzo visibile di non sembrare affamata. Elspeth le passò il pane senza commentare. Quando la porta si chiuse dietro il domestico, chiese a Isabel se preferisse tornare alla strada di Cheapside quella sera.

“Le camere sono buone”, rispose.

“Non ho chiesto dei mobili.”

Isabel posò il cucchiaio.

“Non voglio che questa casa cominci a sembrare una soluzione a tutto.”

Elspeth la osservò senza pietà e senza crudeltà. “Allora non farne questo. Una stanza può andar bene per lavorare. Una camera può andar bene per dormire. Un uomo può essere bello. Non serve far confluire tutte e tre le cose nella stessa conclusione.”

Ruth quasi si strozzò con il pane. Isabel sentì il viso scaldarsi e si permise di ridere. Per la prima volta dal taglio nel velluto, la risata non venne per nascondere un tremito.

Decisero di restare. Ruth andò presto in camera; Elspeth rimase nella stanza da lavoro a organizzare ciò che sarebbe servito la mattina seguente. Isabel portò il cesto dei fili alla finestra e incontrò Adrian nel corridoio quando tornò a prendere l’ultimo astuccio.

Lui si era tolto il cappotto. La camicia chiara e il panciotto scuro rendevano meno facile ricordare il titolo e più difficile ignorare l’uomo. Isabel si accorse che non aveva mai pensato a un conte che avesse bisogno di riposare le spalle.

“La signora Finch ha detto che restate.”

“Questa notte. Se non è un disturbo.”

“Non lo è.”

Lui guardò il cesto che lei teneva.

“Ha finito per oggi?”

Isabel cominciò a dire che poteva ancora portare avanti un orlo. Si fermò a metà frase. Non stava lavorando per dimostrare di meritare il letto in cui avrebbe dormito. Le condizioni erano chiare e le aveva scritte lei stessa.

“Ho finito.”

Adrian annuì. Non le chiese un altro compito, non la lodò per la docilità di accettare il riposo. Si offrì di portare il cesto nella stanza e aspettò che decidesse se consegnarglielo.

Isabel glielo diede. Le dita si toccarono sul manico. Il contatto durò quanto bastava per un semplice passaggio e troppo perché lei lo dimenticasse prima di dormire.

“Buonanotte, Isabel”, disse lui.

Lei alzò gli occhi. Non gli aveva dato il permesso di usare il nome, ma il modo in cui l’aveva sentito non le aveva suscitato l’indignazione che credeva di dover provare. Nell’attenzione di lui c’era una domanda, la possibilità di essere corretto.

“Buonanotte, Lord Ashmere.”

La bocca di lui si mosse, quasi un sorriso. Isabel entrò in camera e chiuse piano la porta. La chiave era dalla parte interna. La candela gettava una luce mite sulla coperta; dal corridoio arrivavano passi che si allontanavano, senza fermarsi ad ascoltare se lei sarebbe tornata.

Posò la mano sinistra sul tessuto chiaro. Il piccolo foro nel dito era quasi invisibile. Eppure ricordava il fazzoletto riposto, il modo in cui lui aveva pronunciato il suo nome, la sensazione pericolosa di non dover meritare ogni minuto di riposo.

Questa volta il silenzio non le chiese di scomparire.

Aspetta — Nella casa di Ashmere, Isabel ha una chiave tutta sua. Il modo in cui il conte pronuncia il suo nome comincia a rendere pericoloso il desiderio di restare.

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Dalla serie Propriedade de Poderosos

Un romance storico: un eroe che la reclama e non lascia che nessuno lo dimentichi.

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Domande

Prima di cadere ai suoi piedi.

Quale relazione segue questa storia?

Romance storico M/F per adulti con una sarta vedova, differenze di classe e fiducia conquistata.

Come viene presentata l’intimità?

Baci intensi, desiderio e intimità a porte chiuse tra adulti; senza descrizioni sessuali esplicite.

Questa storia conclude la propria vicenda?

Un romance indipendente con un lieto fine per Isabel e Adrian.

Passaparola.

Una promessa di vellutoalissonbento.com

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