Una richiesta assai sconveniente
Harriet
Pioveva ogni giorno dal primo aprile, e la sala da ballo di Lady Brandreth ne portava l’odore: lana bagnata, piume bagnate, trecento candele in lotta con l’umidità, sconfitte. Da qualche parte dietro l’orchestra avevano aperto una finestra per far circolare l’aria, e ogni pochi minuti una raffica faceva tremare i lampadari, così che la luce rabbrividiva sui ballerini come la superficie di uno stagno.
Stavo accanto a una colonna in seta grigio lavanda e contavo le ragioni per non fare ciò per cui ero venuta.
Erano undici. Le avevo numerate a letto la sera prima, come altre donne contano le pecore, mi ero addormentata intorno alla settima e non avevo sognato niente di utile.
Uno: ero la vedova di Sir Gerald Ellery, baronetto, e avevo abbandonato il nero da quattordici mesi.
Due: ero figlia del defunto conte di Wexcombe e sorella dell’attuale, ed Edmund aveva abbastanza guai senza che la sorella vi aggiungesse uno scandalo.
Tre: avevo ventinove anni, troppi per essere sciocca e troppo pochi perché mi venisse perdonato.
Dal quattro al dieci erano variazioni sulla mia reputazione immacolata, sulle prospettive scarse e sul fatto che la reputazione immacolata era l’unica moneta che mi restasse da spendere.
Undici era il duca di Ravensworth in persona, dall’altra parte della sala, spalla a uno stipite, a guardare la quadriglia come un gatto guarda una ciotola di panna che ha deciso, per il momento, di non volere.
«Lo fissate, Harriet», disse Clara Pendleton al mio fianco.
«Osservo.»
«Fissate Ravensworth come un calcolo che non vi torna.» Aprì il ventaglio con uno scatto. Clara era rimasta vedova due anni prima di me e nel frattempo era diventata, a gradi prudenti, la donna più soddisfatta che conoscessi. «Lo fissano tutti. È abituato. Probabilmente lo trova riposante.»
«Non fissavo lui. Pensavo.»
«A lui.»
«Alla condizione generale della mia vita», dissi con gran dignità.
Il ventaglio di Clara si fermò. Conosceva la condizione generale della mia vita; era una delle forse tre persone a conoscerla. Sapeva che il patrimonio di Gerald era andato interamente al nipote, il quale contestava il mio vitalizio ogni trimestre e lo pagava in ritardo, quando lo pagava. Sapeva che vivevo della carità di mio fratello nella sua casa di Upper Brook Street, nella camera che era stata la mia aula di studio, e che quella carità si era fatta di recente esile, ansiosa e incline a fissare la caraffa del liquore. Sapeva che Edmund mi voleva sposata entro fine Stagione, e con chi.
«Kestwick viene da questa parte», mormorò.
Non mi voltai. Non ne avevo bisogno. La temperatura dell’aria cambiava quando Ambrose Vane, visconte Kestwick, si avvicinava a una donna, e il cambiamento non andava nella direzione del calore.
Aveva quarantasei anni, era alto e magro, con i capelli chiari spazzolati in avanti alla maniera di un uomo più giovane e occhi color tè annacquato. Era vedovo da tre anni. La prima moglie era stata la figlia minore di un vescovo, una ragazza ridente dal viso rotondo che ricordavo dalla mia prima Stagione; era partita con lui per il Northumberland a diciannove anni e ne era uscita cinque anni dopo in una bara foderata di piombo. Consunzione, dicevano. Lo dicevano a occhi bassi.
«Lady Harriet.» S’inchinò sulla mia mano. Il guanto era asciutto e molto fresco; mi trattenne le dita un momento più di quanto fosse cortese e le strinse un poco più di quanto fosse comodo, come per provare la maturazione di un frutto. «Non ballate.»
«Sono in mezzo lutto, mio signore.»
«È vero. La lavanda vi dona. La preferisco al nero.» Gli occhi pallidi mi percorsero l’abito senza soffermarsi in particolare, cosa in qualche modo peggiore che se lo avessero fatto. «Vostro fratello mi dice che siete stata indisposta.»
«È gentile a preoccuparsi. Sto benissimo.»
«Bene. Non amo la malattia in una donna. Denota scarsa disciplina.» Sorrise. Aveva denti piccoli, molto regolari. «Verrò mercoledì. Wexcombe e io abbiamo affari da trattare, poi spero mi concederete mezz’ora. Vorrei sollevare un argomento, e credo possiate indovinarlo.»
Potevo. Edmund l’aveva indovinato per me a colazione, con una voce che continuava a spezzarsi verso l’alto come quella di un ragazzo.
«Mercoledì», dissi.
«Mercoledì.» Lasciò finalmente la mano. «Non ammalatevi prima.»
Si allontanò fra la folla, e Clara lasciò uscire un lungo respiro.
«Harriet», disse bassissimo. «Non potete.»
«Posso fare ciò che è necessario.»
«Quell’uomo…»
«Ha undicimila l’anno, nessun debito e vuole una moglie di buon sangue e buone maniere, oltre l’età delle sciocchezze. Ho tutte e tre le qualità in abbondanza.» Guardai la schiena stretta fra i ballerini. «Ed Edmund deve denaro a metà di St James’s Street. E Louisa è di nuovo incinta. E il nipote di Gerald scrive che il vitalizio potrebbe tardare fino a San Michele per la primavera piovosa e il raccolto di fieno mancato.»
«Ci sono altri uomini.»
«Nominatene uno che si sia offerto.»
Non poteva, lo sapevamo entrambe, ed era troppo onesta per fingere. Per questo l’amavo.
«Allora prima di andare nel Northumberland», disse Clara lentamente, «dovreste almeno…» Si fermò.
«Almeno cosa?»
«Niente.»
«Clara.»
Si sventagliò. Aveva le guance rosa. «Mi crederete molto spregiudicata.»
«Vi conosco da quando avevamo dodici anni. Lo penso già. Cosa dovrei fare almeno?»
Si chinò vicina, il respiro mosse il ricciolo sull’orecchio. «Sapere come dovrebbe essere», sussurrò. «Una volta. Prima di passare il resto della vita senza quel piacere.»
Gliel’avevo detto l’inverno dopo la morte di Gerald, nelle ore piccole e fredde di una notte lunga con una bottiglia del suo miglior Madeira fra noi. Le avevo detto che in sette anni di matrimonio non avevo mai capito il gran parlare dei poeti. Le avevo raccontato del buio, del peso, del breve fiato acre contro il collo e di come Gerald dicesse sempre dopo, girandosi via, che una moglie fredda era una prova per un uomo, e immaginava non potessi farci niente. Le avevo detto di aver finito per credergli.
Clara non aveva riso. Era diventata quietissima, poi aveva detto un nome.
Il nome stava dall’altra parte della sala con la spalla allo stipite.
«È l’unico uomo di Londra», aveva detto quella notte, «che sembra considerare il piacere di una signora il fine dell’esercizio. Non un caso fortunato. Il fine. L’ho sentito da quattro donne e non credo mentano tutte.»
«Voi avete…?»
«Una volta», aveva detto, sorridendo nel bicchiere, senza aggiungere altro, allora né mai.
Ora, nella sala di Lady Brandreth, guardai il duca di Ravensworth staccarsi dallo stipite, salutare la padrona di casa con esattamente la cortesia dovuta a una donna di cui aveva bevuto lo champagne e scivolare dalla porta alle spalle, che sapevo portava alla biblioteca.
Undici ragioni.
Posai il bicchiere su un vassoio di passaggio.
«Harriet», disse Clara. «Dove andate?»
«A essere molto spregiudicata», dissi, «prima di perdere il coraggio.»
Qualcuno aveva arredato la biblioteca di Lady Brandreth comprando libri a metro senza aprirne mai uno. Era lunga, bassa, illuminata solo dal fuoco, e odorava di cuoio e carbone e, appena, del sigaro che il duca non avrebbe dovuto fumare.
Stava alla finestra tenendo scostata la tenda, a guardare la pioggia scorrere a fiotti sul vetro. Non si voltò quando entrai. Disse, rivolto alla finestra: «Se cercate un incontro galante, signora, il luogo consueto è la serra. Questa stanza è riservata a chi desidera essere lasciato solo».
«Allora sono nel posto giusto», dissi, «perché desidero essere lasciata sola con voi.»
Questo lo fece voltare.
Negli anni l’avevo visto da lontano cento volte. All’opera, in un palco con una donna che non era sua moglie, perché non ne aveva una. Al Parco, su un cavallo nero che pareva maldisposto quanto si diceva fosse il padrone. Una volta, molto tempo prima, da vicino: la mia prima Stagione, il ballo della duchessa di Rutland, quando il vecchio duca viveva e Sebastian Thorne era soltanto marchese di Hale, venticinquenne e già famigerato. Mi aveva invitata perché gliel’aveva imposto la madre, e dopo tre battute gli avevo detto che mi pestava l’orlo con la regolarità di un metronomo; aveva riso tanto forte da far girare la coppia accanto.
Non supponevo ricordasse.
Era più alto che nel ricordo, o forse soltanto più vicino. Capelli scuri un po’ troppo lunghi. Un viso di piani e spigoli, duro alla mandibola e inaspettatamente morbido alla bocca, come scolpito da due artisti in disaccordo. Gli occhi erano grigi, non il grigio debole di Kestwick ma ardesia profonda, il Tamigi sotto il cielo d’inverno. Mi percorsero una volta, rapidi e accurati, e provai l’impressione scomoda che da quello sguardo avesse appreso più di Kestwick in dieci minuti.
«Lady Harriet Ellery», disse. «Mi avete detto che ballavo come un cavallo da tiro.»
Mi si scaldò il viso. «Non ho parlato di cavalli. Ho detto che pestavate l’orlo.»
«Sette volte. Avete contato ad alta voce.» Lasciò la tenda. «Ero distrutto. A casa ho fatto pratica con un valletto.»
«Non è vero.»
«No», convenne. «Ma ci ho pensato.» Gettò il mozzicone nel fuoco e venne qualche passo più vicino, non tanto da essere sconveniente, abbastanza da farmi sentire il fumo e sotto qualcosa di netto e pulito, cedro tagliato. «Non mi avete seguito per discutere del mio ballo. E non siete il genere di donna che segue uomini nelle biblioteche. Sono dunque curioso, condizione rara che vorrei prolungare. Cosa volete, Lady Harriet?»
L’avevo provato. L’avevo provato nella mia camera in Upper Brook Street, con la porta chiusa a chiave, parlando al lavabo. Avevo trovato parecchie formulazioni eleganti. Ora mi fuggirono tutte.
«Sto per sposarmi», dissi.
Le sopracciglia salirono appena. «Le mie felicitazioni.»
«Con Lord Kestwick, credo. O uno come lui. Qualcuno di sicuro.»
Qualcosa passò dietro gli occhi ardesia e svanì. «Sicuro», ripeté.
«Solvente», corressi. «Non ho denaro, Vostra Grazia, né prospettive di averne. Mio fratello ha molti debiti e una famiglia in crescita. Io ho un nome, buona salute e, mi dicono, un viso piacevole, e prima della fine dell’estate scambierò tutti e tre per una casa, una rendita e il diritto di non pesare su chi amo. Non mi lamento. È un accordo perfettamente ragionevole. È ciò che fanno le donne.»
«Lo è», disse guardandomi. «Continuate.»
«Sono già stata sposata. Sette anni.»
«Con Ellery. Ricordo. Parlava di drenaggi a cena.»
Quasi risi, mi trattenni e mi dolse la gola. «Era un marito perfettamente rispettabile.»
«Ne sono sicuro.»
«Lo era», dissi, «e non ne ho goduto un solo istante.»
Il fuoco scoppiettò. Fuori la pioggia batteva e da lontano l’orchestra cominciò un valzer, esile e dolce oltre le pareti.
Il duca non si mosse. Non sorrise, non si scandalizzò né distolse gli occhi. Mi guardò fermissimo, come un uomo guarda un uccello atterrato inaspettatamente vicino alla sua mano.
«Non uno», dissi, voce più bassa. «Né la prima notte, né l’ultima, né una nel mezzo. Mi dicevano che era colpa mia. Che ero fredda. Ci ho creduto. Ci credo ancora per metà.» Mi costrinsi a sostenergli lo sguardo. «Ma ho sentito dire da donne di cui mi fido, Vostra Grazia, che voi non credete fredda nessuna donna. Che il suo piacere sia il fine. E prima di entrare nella casa e nel letto di un altro per il resto della mia vita naturale, vorrei sapere, una volta, se avevano ragione su di voi. O su di me.»
Il silenzio durò tanto che pensai di morirne.
«Volete che vi porti a letto», disse infine, con voce uniforme.
«No.» Deglutii. «Voglio che m’insegniate. C’è differenza.»
«Davvero?»
«Voglio lezioni. Un numero definito, alle mie condizioni. Voglio capire come dovrebbe essere. Cosa dovrei sentire. Voglio sapere di cosa è capace il mio corpo, così che qualunque cosa accada dopo…» Mi fermai. «Dopo saprò almeno a cosa rinuncio.»
A quelle parole qualcosa gli mutò in viso. Non era pietà; se fosse stata pietà, me ne sarei andata. Era qualcosa di più scoperto e sorpreso, come se avessi allungato la mano e premuto il pollice su un livido che non sapeva di avere.
Si voltò allontanando lo sguardo da me, verso il fuoco. Puntò una mano sulla mensola del camino e guardò la brace, e per un lungo momento non vidi altro che la linea della sua schiena sotto la giacca blu scuro, l’ampiezza delle spalle, la mano sul marmo e l’anello con il sigillo che catturava la luce del fuoco.
«Sapete cosa dicono di me?» chiese al fuoco.
«Che avete avuto metà delle donne sposate di Londra.»
«Un’esagerazione. Un terzo, forse.» Non si voltò. «Dicono anche che sono senza cuore, il che è vero, e che rovino le donne, il che è falso. Non ho mai toccato una ragazza alla sua prima Stagione né una donna che non sapesse esattamente che cosa sceglieva. Non sono mai stato la causa della disgrazia di una signora, perché sono molto attento e molto discreto, e perché le signore che frequento hanno quanto me da perdere e meno ragioni di perderlo.» Ora si voltò. Aveva la luce del fuoco alle spalle e non riuscivo a leggergli il viso. «Voi, Lady Harriet, avete moltissimo da perdere.»
«Lo so.»
«Kestwick non prenderebbe una vedova macchiata.»
«Allora non sarò macchiata. Avete appena detto di essere attento.»
«E se dico no?»
«Tornerò in sala, non ballerò con nessuno, mercoledì riceverò la proposta di Lord Kestwick e molto probabilmente l’accetterò, e fra quarant’anni morirò nel Northumberland senza aver mai saputo.» Alzai il mento. «E voi avrete la soddisfazione di essere stato, una volta, del tutto rispettabile.»
Rise.
Non era la risata che ricordavo dal ballo dei Rutland, quel grande scoppio di suono sorpreso. Era bassa e breve e sembrò sorprendere anche lui, e per un momento il viso duro si aprì e parve più giovane, quasi indifeso; lo sentii in basso nel ventre come un gradino mancato.
«Dio mi aiuti», disse. «Non siete cambiata.»
«Non mi conoscete abbastanza per dirlo.»
«So che a diciannove anni contavate fino a sette ad alta voce nella sala della duchessa di Rutland mentre tutte le altre facevano le smorfiose. So che siete entrata qui per proporvi a un uomo con cui avete parlato esattamente due volte, senza arrossire una sola volta.» Inclinò il capo. «Be’. Una. Quando ho citato i cavalli.»
«Avete detto che vi avevo chiamato cavallo da tiro. Non è vero.»
«Lezioni», disse ignorandomi, quasi assaggiasse la parola. «E condizioni. Le vostre.»
«Sì.»
«Quali?»
Le sapevo a memoria. Le avevo scritte due volte, bruciato la prima copia e piegato la seconda nel corpetto, contro il busto come una piccola brace. Ma dirle qui, nella biblioteca di Lady Brandreth, il valzer, la porta non chiusa a chiave alle spalle, quell’uomo che mi guardava come se fossi diventata di colpo l’oggetto più interessante della stanza…
La maniglia tintinnò.
Ci immobilizzammo. Voci fuori: una risata femminile, un mormorio maschile, seta sul rivestimento di legno mentre qualcuno vi si appoggiava.
«Il luogo consueto è la serra», disse sottovoce il duca, angolo della bocca sollevato. «Certe persone non imparano mai.»
Attraversò la stanza in quattro passi lunghi, si mise tra me e la porta e disse con annoiata lentezza: «Occupato, temo. Provate la sala della musica. Lady Brandreth ha spostato il pianoforte al muro, ed è proprio all’altezza giusta».
Un urletto soffocato. Risatine. Passi in ritirata, rapidi e colpevoli.
Rimase lì un momento di spalle, il capo inclinato verso la porta, in ascolto. Poi si voltò ed era molto più vicino di prima, perché l’avevo seguito senza volerlo, e all’improvviso fra noi c’erano forse trenta centimetri d’aria illuminata dal fuoco e vedevo il battito pulsargli alla gola sopra la cravatta.
Mi guardò dall’alto. Alzai gli occhi. Nessuno si mosse.
«Non qui», disse piano. «Non stanotte. Se qualcuno vi vedesse uscire con quel colore sulle guance, sareste rovinata prima di colazione.»
«Dove, allora?»
Tacque tanto a lungo che pensai avrebbe finito per rifiutare. Lo sguardo mi percorse lentamente il viso, lineamento per lineamento, come per imprimerlo nella memoria. Si fermò alla bocca e vi rimase un battito di troppo, e sentii quello sguardo con la stessa certezza con cui avrei sentito un suo tocco.
«Half Moon Street», disse. «Numero undici. C’è una porta verde dalle scuderie. Giovedì alle quattro. Venite velata, in carrozza a nolo, e congedatela all’angolo di Curzon Street.»
«Giovedì», sussurrai.
«Portate le condizioni. Scritte. Trovo che con l’inchiostro si sia più audaci.» Arretrò, l’aria fresca corse nello spazio lasciato. «E, Lady Harriet?»
«Sì?»
«Pensateci con molta attenzione da qui ad allora. Pensate a ciò che state chiedendo.» La sua voce si era fatta ruvida ai margini. «Perché, se passerete quella porta verde, vi darò esattamente ciò che chiedete. Niente di meno. E sospetto che non abbiate idea di quanto sia.»
Uscì senza guardarsi indietro, e rimasi sola nella biblioteca di Lady Brandreth, con il fuoco che sibilava, la pioggia che cadeva, il cuore che batteva come un tamburo e l’elenco piegato delle condizioni che mi bruciava contro il seno.
Non mi serviva aspettare giovedì per pensarci.
Ci pensavo da sette anni.
Le condizioni dell’accordo
Sebastian
Non dormii lunedì notte, cosa non insolita, e martedì sera non uscii, cosa che invece lo era.
Freddie Lyle venne alle dieci per trascinarmi in una bisca di Pickering Place dove, giurava, un conte russo perdeva le sue terre a dadi, un servo della gleba alla volta. Ordinai al maggiordomo di informare il signor Lyle che Sua Grazia era indisposto. Freddie, che mi conosce da Eton, urlò nella tromba delle scale che Sua Grazia non era mai stato indisposto senza una donna di mezzo, ed esigette di conoscerne il nome. Scagliai uno stivale contro la balaustra. Se ne andò ridendo.
Non aveva torto. Era quello il guaio.
Seduto nella biblioteca di Ravensworth House, con una caraffa che non toccavo e un libro che non leggevo, pensavo a Harriet Ellery nella luce del fuoco di Lady Brandreth, mento alto, che diceva non ne ho goduto un solo istante con la voce di chi legge una sentenza inflitta a un’altra.
Avevo già ricevuto proposte. In carrozze, palchi teatrali e una volta, memorabile, nel confessionale della cappella dell’ambasciata bavarese. Le donne venivano da me per piacere, vendetta sui mariti o il brivido di potersi dire, nell’intimità dei pensieri, che una volta erano state avventate. Capivo tutto questo. Era uno scambio equo e io facevo bene la mia parte.
Nessuno era mai venuto a cercare un’istruzione.
Nessuno mi aveva mai guardato negli occhi dicendo in sostanza: Mi hanno detto che sono guasta, e vorrei mi diceste se è vero.
E il peggio, ciò che mi tenne su quella sedia finché le candele si consumarono, era vedere esattamente come glielo avevano fatto. Vedevo Gerald Ellery col berretto da notte, i progetti di drenaggio e il collo grosso e soddisfatto, prendersi al buio il dovuto come riscuotesse affitti, poi dirle che era colpa sua se non c’era niente. Sette anni così. Sette anni di essere informata ogni notte di essere fredda, finché aveva smesso di aspettarsi altro.
Sapevo qualcosa di cosa significasse crescere nella casa di un uomo che ti diceva chi eri.
Mio padre era stato il quarto duca di Ravensworth, un uomo meticoloso. Con le terre, gli affittuari e soprattutto con la moglie, sposata per il patrimonio e tenuta per il silenzio. Avevo undici anni quando capii che i rumori notturni dalle stanze di mia madre non erano incubi. Ne avevo diciannove quando, davanti alla sua tomba, mi feci l’unica promessa mai mantenuta: la stirpe Thorne sarebbe finita con me, e nessuna donna avrebbe mai avuto ragione di temere i miei passi in corridoio.
L’avevo mantenuta per sedici anni. Non restando mai abbastanza da contare. Una stagione, due al massimo. Vedove in cerca di distrazione. Mogli di mariti con distrazioni proprie. Piacere dato generosamente e preso senza scuse, e mai, mai niente che sembrasse una pretesa.
Sei lezioni alle sue condizioni. Alle tre del mattino mi dissi che era l’accordo più innocuo mai offerto.
Alle quattro ammisi che mentivo.
Quella di Half Moon Street era una casa stretta su una strada stretta, tre piani di mattoni bruni, sopraluce sulla porta e piccolo giardino posteriore fino alle scuderie. L’avevo comprata quattro anni prima tramite il mio amministratore, a nome suo, per avere un posto a Londra dove nessuno cercasse il duca di Ravensworth. Ci tenevo due domestici, gli anziani coniugi Bright già al servizio di mia madre, moltissimi libri, un pianoforte che suonavo male e nient’altro.
Non vi avevo mai portato una donna. Le mie relazioni si svolgevano nelle case delle signore o in stanze affittate che non visitavo due volte.
Non esaminai troppo da vicino perché avessi dato a Harriet l’indirizzo dell’unico luogo al mondo che fosse mio. Dissi soltanto alla signora Bright di accendere il fuoco nel salotto sul retro, preparare il tè alle quattro e passare il resto del pomeriggio dalla sorella a Clerkenwell. Mi guardò a lungo sopra gli occhiali, come quando a otto anni rubavo la marmellata, e disse: «Molto bene, Vostra Grazia», in un tono che chiariva che non lo era affatto.
Alle quattro meno dieci ero alla finestra del salotto a guardare le scuderie e mi accorsi di essere nervoso.
Non ero nervoso con una donna da quando avevo diciassette anni. Rimasi lì a esaminare la sensazione con qualcosa di simile all’interesse scientifico, la stretta sotto lo sterno, l’irrequietezza nelle mani, e decisi che la detestavo intensamente.
Alle quattro precise si aprì la porta verde nel muro del giardino.
Passò come una donna che mette piede sul ghiaccio. Pelisse grigio scuro abbottonata alla gola e cappellino con un velo tanto spesso da poter essere chiunque: governante, cameriera, suora. Si fermò appena dentro. La guardai alzare gli occhi alla casa, alle finestre, a me, sebbene il vetro rigato di pioggia non le consentisse di vedermi. Restò a lungo. Le mani guantate si chiusero e aprirono lungo i fianchi.
Poi percorse senza fretta il vialetto del giardino e bussò alla porta sul retro, tre volte, con fermezza, come bussa una donna venuta a riscuotere un debito.
Aprii io.
«Vostra Grazia.»
«Lady Harriet. Entrate, al riparo.»
Mi passò accanto entrando nello stretto corridoio sul retro, odorando di pioggia e acqua di lavanda, e rimase a gocciolare sulle lastre mentre chiudevo la porta. Non alzò il velo. Dietro vedevo la forma del suo viso e il luccichio degli occhi, e nient’altro.
«Potete toglierlo», dissi. «Ci sono soltanto io.»
«Niente domestici?»
«Mandati via. Ci sono fuoco e tè, e una chiave nella porta del salotto, che terrete voi.»
Una pausa. Poi alzò le mani, sollevò il velo sulla tesa e la vidi bene per la prima volta alla luce del giorno.
Le candele di Lady Brandreth erano state gentili, ma avevano mentito. Nella luce grigia e piatta di un pomeriggio di pioggia appariva più grande, più stanca e cento volte più interessante. Naso dritto e deciso, bocca ampia tenuta troppo serrata per lunga abitudine, capelli castani con riflessi rossicci nella luce, tirati sotto il cappellino con efficienza spietata. Occhi nocciola, non un colore ma diversi, verde ai bordi e ambra al centro, come luce attraverso un bicchiere di sidro. Sotto, ombre lievi. Neppure lei aveva dormito.
«Be’», disse ricambiando l’esame. «Di giorno sembrate molto meno dissoluto.»
«Delusa?»
«Sollevata. Temevo che indossaste una veste da camera e un’espressione.»
«Possiedo varie vesti da camera», dissi grave, «e moltissime espressioni. Le ho messe via per voi. Venite al fuoco.»
Il salotto sul retro era piccolo, caldo e stipato di libri su ogni parete. L’avevo scelto perché aveva una sola porta e una sola finestra, e perché la finestra si affacciava sul giardino e nessuno poteva guardare dentro. Entrò, si fermò e girò lentamente su se stessa, osservando gli scaffali.
«Questi vengono letti», disse.
«Quasi tutti.»
«Quelli di Lady Brandreth no.»
«Lei li compra per il colore delle rilegature, in tinta con le tende.» Presi la pelisse bagnata e la appesi al fuoco. Sotto portava un abito da passeggio dello stesso grigio lavanda del vestito da ballo, collo alto e maniche lunghe aderenti, chiuse ai polsi da una piccola ruche. Era coperta tutta. Mi fece pensare, assurdamente, a una lettera con troppa ceralacca. «Di chi credevate fosse la casa?»
«Non sapevo. Una casa che tenete per…» Si fermò.
«Le donne», conclusi. «No. La tengo per me. Siete la prima visita, a parte l’uomo del carbone.»
Mi guardò bruscamente, per vedere se la stessi deridendo. La lasciai guardare. Dopo un momento qualcosa nelle sue spalle si allentò appena e lei sedette sul bordo del divano più vicino al fuoco, come se da un istante all’altro dovesse alzarsi e fuggire.
Versai il tè. Lei guardò le mie mani.
«Kestwick è venuto?» chiesi dandole la tazza.
Le dita strinsero il piattino. «Ieri.»
«E?»
«Mi ha fatto una proposta. Molto generosa, per il genere. Una casa in Brook Street per la Stagione e la residenza nel Northumberland per il resto dell’anno. Quattrocento l’anno per le mie spese. Mio fratello…» Si fermò ancora, bevve invece di finire. «Ho chiesto due settimane per pensarci. Non era contento. Ha detto che una donna della mia età e condizione non dovrebbe impiegare due settimane a riconoscere la fortuna. Ma le ha concesse.»
«Generoso», dissi sentendo il taglio nella voce.
Lo sentì anche lei. «Non vi piace.»
«Non lo conosco abbastanza per detestarlo.» Non era del tutto vero. Avevo visto una volta la sua prima moglie, da Almack’s, la primavera prima che morisse. Ballava e rideva, e quando le scivolò il guanto vidi i segni al polso, sopra il bordo: quattro, netti e blu, larghi esattamente quanto dita d’uomo. Mi ero detto che non erano affari miei. Me lo dicevo da tre anni. «Non gli venderei un cavallo.»
«Non sono un cavallo.»
«No.»
«E non mi vendono. Mi assicurano un avvenire.» Posò la tazza con uno scatto deciso. «Non sono qui per discutere di Lord Kestwick, Vostra Grazia.»
«No», convenni. «Avete portato condizioni. Mostratele.»
Per un momento pensai che avrebbe perso il coraggio. La mano le andò sul davanti del corpetto e rimase sospesa lì. Poi infilò le dita nel collo alto dell’abito, io guardai il fuoco e mi vergognai di quanto avrei voluto non farlo, e trasse un foglio piegato, caldo e appena incurvato per essere rimasto contro il suo corpo, e me lo porse.
Lo spiegai. Grafia piccola, molto diritta, senza svolazzi.
Condizioni di un accordo fra i sottoscritti.
Primo: vi saranno sei lezioni, e non di più.
Secondo: non vi saranno baci sulla bocca.
Terzo: nessuna delle parti si innamorerà.
Quarto: la signora potrà terminare l’accordo in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione o nessuna, senza spiegazioni, e sarà immediatamente concluso.
Lessi due volte. Poi la guardai da sopra il foglio.
«Perché sei?»
«Sembravano sufficienti per imparare qualcosa e troppo poche per abituarcisi.»
«Perché niente baci?»
Il colore le salì da sotto il collo alto dell’abito. Sostenne il mio sguardo. «Perché un bacio sulla bocca è…» Cercò la parola. «Particolare. Si possono insegnare a una donna moltissime cose sul suo corpo senza che significhi niente. Ma un bacio è una cosa da amanti. Non voglio confondermi.»
«E la terza?»
«Mi pare si spieghi da sé.»
«Per voi o per me?»
«Entrambi.» Alzò il mento. «Mi dicono che non vi innamorate mai, dunque non vi costerà nulla. Io non posso permettermelo. Alla fine sposerò un altro. Vorrei andarci a occhi aperti e con il cuore dove l’ho lasciato.»
Abbassai di nuovo gli occhi sul foglio. Nessuna delle parti si innamorerà. Scritto in quella grafia piccola, diritta e spietata, come se l’amore fosse qualcosa che si potesse semplicemente rifiutare, come una seconda porzione di budino.
«La quarta», dissi. «Potete finire quando volete.»
«Sì.» Si chinò appena. «Non è negoziabile.»
«Non intendevo negoziarla. Stavo per dire che è l’unica delle quattro su cui avrei insistito io stesso.» Presi una matita dal tavolo accanto alla mia poltrona. «Le accetto tutte. Ma ho delle condizioni mie.»
Diffidenza negli occhi nocciola. «Dite.»
Scrissi sotto la quarta, con la mia grafia ampia e inclinata, parlando.
«Quinto. La signora dirà la verità. Sempre. Se qualcosa le piace, lo dirà. Se non le piace, lo dirà. Se ha paura, è a disagio o si annoia, lo dirà. Non fingerà niente per risparmiare i miei sentimenti, perché non ne ho di degni di essere risparmiati e perché una bugia proprio in questa stanza renderebbe inutile l’intero esercizio.» Alzai lo sguardo. «Devo sapere che cosa provate, Harriet. È tutta qui la lezione. Non posso insegnarvi se siete cortese.»
Era impallidita, ma annuì.
«Sesto. Ci sarà una parola, e la parola è basta. Se la signora la dice, tutto si ferma. Subito. Non fra un momento, non dopo un’altra cosa. Subito. E non le sarà mai chiesto di spiegare perché.»
«È la stessa della mia quarta condizione.»
«No. La quarta termina l’accordo. Questa il momento. Potete voler interrompere un pomeriggio senza interrompere tutto. Dovete averne un modo che non costi niente.»
Qualcosa le si mosse sul viso, un lampo di sorpresa subito nascosto. Non disse niente.
«Settimo», dissi fermando la matita. «Non si farà niente che la signora non abbia chiesto.»
«Ma non so cosa chiedere. È questo il punto.»
«Allora vi dirò in cosa consiste ogni lezione, prima di cominciare, e direte sì o no. E continuerete a dire sì, oppure direte basta.» Firmai in fondo al foglio, Ravensworth, soltanto il titolo, come firmavo i conti e le lettere al mio amministratore, e glielo porsi con la matita. «È questa la mia offerta. Sette condizioni. Sei lezioni. Se qualcosa è inaccettabile, ditelo ora e potrete ripassare dalla porta verde e non ne parleremo mai più.»
Prese il foglio. Lesse lentamente ciò che avevo scritto, muovendo appena le labbra su una o due parole. La guardai arrivare a basta, fermarsi e rileggerlo.
«L’avete già fatto», disse piano. «Stabilire condizioni.»
«Mai.»
«Allora perché…»
«Mi avete detto cosa vi hanno fatto», dissi, «e preferirei tagliarmi la mano piuttosto che rifarlo.»
Il fuoco sibilò. Un carro passò rumoroso nelle scuderie. Sedette con le condizioni in grembo e mi guardò tanto che sentii sulla pelle il peso degli occhi color sidro, che saggiavano ogni parola in cerca di moneta falsa.
Poi tese la mano per la matita e firmò. Harriet Ellery. Piccola e diritta sotto lo scarabocchio inclinato del mio titolo.
«Ecco», disse con un tremito appena. «Ora è un contratto.»
«Ora è un contratto», convenni. «Datemi la mano.»
Esitò. «È una lezione?»
«Una dimostrazione. Potete rifiutare.»
Mi diede la mano.
Portava ancora i guanti: capretto grigio, chiusi al polso da tre minuscoli bottoni di perla. Le girai la mano nella mia, col palmo rivolto in alto, e la guardai, senza toccarla in altro modo. Sentivo il suo respiro. Sentivo il lieve tremito che le correva nelle dita come corrente in un filo.
«Vi toglierò il guanto», dissi. «Nient’altro. Sì o no?»
Una pausa. «Sì.»
Slacciai il primo bottone di perla. Era piccolissimo e l’asola molto stretta; mi presi tutto il tempo necessario, e quando cedette sentii le dita sobbalzare contro il mio palmo. Non alzai gli occhi. Slacciai il secondo. Sotto apparvero una striscia di pelle bianca all’interno del polso e il tenue filo azzurro di una vena. Slacciai il terzo, poi presi a turno fra pollice e indice la punta di ogni dito di capretto e la allentai, una per volta, lentamente, e sfilai il guanto lungo il palmo come si potrebbe togliere la buccia a una pesca matura.
La mano giaceva nuda nella mia. Stretta, fresca, appena umida, una macchia d’inchiostro sull’indice e una fascia pallida sull’anulare dove per sette anni era stata la fede.
Le sentii spezzarsi piano il respiro.
«La verità», dissi, occhi ancora bassi. «Che sentite?»
«Io…» La voce si ruppe. Riprovò. «Calore.»
«Dove?»
Lungo silenzio. Poi così piano che quasi il fuoco lo coprì: «Ovunque».
Sollevai la mano e posai la bocca al centro del palmo.
Non proprio un bacio. Dischiusi le labbra nell’incavo morbido ed espirai, lento e caldo, lasciandola sentire, nient’altro. Le dita si piegarono impotenti verso il mio viso. Il battito al polso saltò contro il pollice come qualcosa che volesse uscire.
Poi le abbassai la mano e gliela restituii, mi appoggiai alla sedia e intrecciai le mie sul ginocchio, dove potesse vederle.
Mi fissava. Le sue labbra si erano dischiuse. Aveva il rossore alto su entrambe le guance, e i seni si alzavano e si abbassavano sotto il casto corpetto lavanda in un modo che mi diceva esattamente quanto forte le battesse il cuore.
«Questo», dissi, «è l’inizio della lezione zero: il vostro corpo non è freddo, Lady Harriet. Mai stato. Nessuno gli ha mai rivolto una domanda civile.»
Chiuse la mano nuda a pugno in grembo, come per trattenervi qualcosa.
«Quando sarà la prima?» sussurrò.
«Martedì. Alle quattro. La porta verde.» Mi alzai, perché se non l’avessi fatto avrei compiuto qualcosa che non era scritto su quel foglio, e andai a prendere la sua pelisse accanto al fuoco. «Avete quattro giorni per rinsavire.»
«Non lo farò.»
«Potreste.»
«Sono stata assennata per ventinove anni, Vostra Grazia.» Si alzò e lasciò che le avvolgessi la pelisse sulle spalle. Per un momento rimase con la schiena contro il mio petto e le mie mani sulla lana grigia alle sue spalle, e nessuno dei due si mosse; sentivo l’acqua di lavanda nei suoi capelli e il suo calore attraverso tutti gli strati fra noi. «Non mi ha portata proprio da nessuna parte.»
Si scostò e si abbottonò la pelisse fino alla gola con dita ferme. Abbassò il velo. Prese il guanto dal bracciolo del divano, lo guardò e poi, con mio stupore, non lo rimise. Lo infilò nella reticella e uscì con una mano nuda, e la porta verde si chiuse dietro di lei.
Rimasi a lungo nel salotto sul retro, dopo, con il contratto in mano.
Sette condizioni. Rilessi. Sei lezioni. Niente baci. Verità. Basta.
Nessuna delle parti si innamorerà.
Avevo infranto ogni regola che chiunque avesse mai tentato di impormi. Ne avevo fatto una carriera. Ed ecco le prime regole sotto cui avessi mai messo la mia firma: in piedi in casa mia, col sapore del suo palmo ancora sulla bocca, capii con perfetta chiarezza che le avrei rispettate tutte, a costo di morire.
Sospettavo fortemente che potesse succedere.
La prima lezione
Harriet
Mio fratello mi parlò delle cambiali di gioco sabato mattina, durante una colazione che nessuno mangiò.
Edmund aveva trentadue anni, l’altezza di nostro padre e il mento di nostra madre, vale a dire che sembrava un uomo risoluto e non lo era. Aveva ereditato il titolo a ventiquattro anni, insieme a una casa in Upper Brook Street, una proprietà nel Wiltshire ipotecata dai tempi della guerra americana e una convinzione che nessuna prova poteva scalfire: la sua fortuna sarebbe girata con la prossima carta. Era gentile con sua moglie e gentile con i suoi figli e gentile con me, e da otto anni ci rovinava tutti con grande dolcezza.
«Kestwick le sta comprando», disse al piatto di rognoni. «Da febbraio. Non lo sapevo fino a mercoledì. Me l’ha detto dopo aver parlato con te. Molto civile in proposito. Ha detto che pensava fosse più semplice, in vista del legame familiare, che dovessi tutto a un solo uomo invece che a una dozzina.»
«Quanto?»
Disse la somma. Posai la tazza perché la mano non riusciva a tenerla ferma.
«Non fa pressioni», disse in fretta Edmund. «È questo il punto, Hattie. È stato chiarissimo. Fra parenti, ha detto, non c’è nessuna fretta. L’ha detto due volte.»
«E senza legame familiare?»
Infine alzò gli occhi, arrossati ai bordi. Mio fratello non era crudele, soltanto debole, e gli uomini deboli possono compiere molte crudeltà restando fermi a lasciarle accadere.
«Non l’ha detto», sussurrò. «Non serviva.»
Di sopra, nella stanza dei bambini, mio nipote batteva un cucchiaio contro le sbarre del lettino. Louisa era in camera a vomitare, come ogni mattina da un mese. La pioggia scorreva sulle finestre della sala da pranzo, come da più di due settimane, e da qualche parte nel Wiltshire il fieno marciva nei campi.
«Ho due settimane», dissi. «Me le ha date.»
«Hattie, non ti chiederei mai…»
«Non chiedi. Nessuno chiede.» Mi alzai. La sedia raschiò le assi. «È questo che lo rende così elegante.»
Salii nella vecchia aula di studio, chiusi a chiave e sedetti sul letto stretto, mani in grembo, senza pensare niente per molto tempo.
Alle undici bussarono e giunse la voce di Louisa, esile attraverso i pannelli. La feci entrare. Era ancora in vestaglia, i capelli chiari in una treccia su una spalla e il viso color latte scremato; si sedette accanto a me sul letto senza una parola e prese la mia mano guantata in entrambe le sue.
«Me l’ha detto», disse. «Ieri sera. Ha pianto.»
«Edmund piange sempre. Una delle poche qualità affidabili.»
Non sorrise. Louisa aveva ventisei anni ed era la creatura più mite che avessi mai conosciuto, e in otto anni di matrimonio con mio fratello aveva imparato a dire pochissimo e notare tutto. «Hattie. Non devi farlo per noi. Mi senti? Preferirei vivere in un cottage nel Wiltshire e allevare galline.»
«Hai due maschi e un terzo figlio in arrivo a San Michele. Non ne cresci tre con le galline.»
«Altre donne lo fanno.»
«Le altre donne non sono cresciute in Grosvenor Square con una madre che sveniva alla vista di una rapa.» Le strinsi le mani. «Non è poi così terribile, Lou. È un visconte. È ricco. Avrò una casa in Brook Street e una carrozza mia, e nessuno mi chiederà mai più conto del prezzo di un paio di guanti.»
Louisa tacque per un lungo momento, guardando le nostre mani unite.
«Conoscevo un poco Caroline Vane», disse. «Prima. Debuttammo lo stesso anno, sai. Mi sedeva accanto a un concerto da Lady Jersey, la primavera prima di morire; nell’intervallo si chinò e mi chiese pianissimo, come se domandasse dove mi facessi guarnire i cappellini, se conoscessi uno speziale che vendesse laudano a una signora senza mandare il conto al marito.» Sollevò gli occhi nei miei. Erano colmi. «Le dissi che non ne conoscevo. Ci penso ogni giorno da tre anni. Non so quale risposta sarebbe stata peggiore.»
La stanza era quieta. Di sopra il cucchiaio aveva smesso.
«Ho due settimane», dissi infine. La mia voce non sembrava la mia. «Ci penserò, Lou. Ti prometto che ci penserò molto attentamente.»
Mi baciò la guancia e se ne andò, lasciandomi con la pioggia.
Poi tolsi il guanto destro.
Da giovedì portavo i guanti in casa. Era assurdo; Louisa l’aveva notato e avevo detto di avere freddo alle mani. La verità era che non sopportavo di guardarmi il palmo nudo davanti ad altre persone. Temevo che si vedesse in qualche modo: il punto contro cui aveva respirato, il calore che mi aveva attraversata da quel piccolo punto e si era diffuso come inchiostro nell’acqua in ogni parte del corpo, in luoghi che in sette anni di matrimonio non avevano mai sentito assolutamente nulla.
Guardai la mano nella luce grigia dell’aula. Pareva una mano. La macchia d’inchiostro era svanita. La fascia pallida dell’anello di Gerald sbiadiva un po’ ogni mese.
La alzai lentamente e premetti le labbra al centro, dove erano state le sue.
Non accadde niente. Certo. Soltanto la mia bocca e la mia mano, e mi sentii sciocca, triste e ventinovenne.
Ma poi ricordai la sua voce, ditemi la verità; che cosa sentite?, e ricordai come non avesse alzato lo sguardo, come avesse tenuto gli occhi sulla mia mano quasi fosse l’unica cosa nella stanza, ed espirai contro la mia pelle come aveva fatto lui, lentamente, con un respiro caldo.
E qualcosa in fondo al ventre si voltò e si svegliò.
Non dissi a nessuno dove andavo martedì. A Louisa dissi che avevo mal di testa e volevo coricarmi; a Dawes, la cameriera, che andavo a cambiare un romanzo alla biblioteca di Hookham; mi lasciai stringere nel più semplice abito da passeggio senza incontrarle gli occhi nello specchio. Mi aveva vestita la mattina delle nozze. Mi aveva svestita alla morte di Gerald e tenuto la mano mentre sedevo asciutta alla finestra fino all’alba. Ora mi guardò a lungo sopra la spalla, bocca stretta, poi prese il velo grigio spesso in fondo all’armadio senza che lo chiedessi e lo fissò al cappellino.
«Si alza vento, mia signora», disse soltanto. «Badate di tenerlo abbassato.»
Nella carrozza a nolo contai di nuovo le undici ragioni, come potrebbe recitare le preghiere una donna diretta al patibolo. Mi accorsi di ricordarne soltanto nove. Le altre si erano consumate da qualche parte fra giovedì e quel giorno, come l’inchiostro sul mio dito, e le nove rimaste avevano un suono esile e logoro, come una predica ascoltata troppe volte. La tua reputazione. Tuo fratello. Le tue prospettive. La tua età. Me le ripetevo mentre la carrozza sobbalzava lungo Park Lane, ed erano tutte vere, e nessuna risuonava forte quanto il ricordo del respiro di un uomo contro il centro del mio palmo.
Pensai di tornare indietro. Lo pensai davvero. All’inizio di Curzon Street alzai la mano per battere sul tetto e dire al cocchiere di riportarmi a casa in Upper Brook Street, alla mia vecchia aula, al letto stretto e alla proposta di Kestwick che mi aspettava sul tavolo dell’ingresso come un conto non pagato. La tenni lì, alzata, per la lunghezza di una strada.
Poi pensai alle crepe sul soffitto di Gerald, a quanto le conoscessi bene, e rimisi la mano in grembo.
Dawes aveva ragione. Il vento era salito durante la corsa, spingeva pioggia di traverso per Half Moon Street, strappava il cappellino e incollava le gonne alle gambe. Pagata la carrozza all’angolo di Curzon Street e percorso il vicolo delle scuderie a capo basso, ero bagnata fino alle ginocchia e tanto spaventata da non sentire quasi i piedi.
La porta verde si aprì prima del tocco.
«Vi prenderete un accidente», disse il duca di Ravensworth, mi trasse per il polso e chiuse fuori il maltempo.
Era uscito per venirmi incontro. Stava nel piccolo giardino gocciolante senza cappello, in maniche di camicia e panciotto scuro, con la pioggia che gli imperlava i capelli neri e gli scorreva lungo il viso. Lo fissai. Non avevo mai visto in vita mia un gentiluomo all’aperto senza giacca. In qualche modo mi sembrò più indecente che se fosse stato nudo.
«Anche voi», dissi stupidamente.
«Ho una costituzione robusta. Dentro.»
Nel corridoio sul retro mi girò verso di sé prendendomi per le spalle e mi guardò il viso attraverso il velo, poi alzò la mano senza chiedere e lo sollevò. Le dita andarono ai nastri del cappellino. Il vento li aveva annodati e la pioggia aveva stretto il nodo; per un momento rimase a guardarlo accigliato sotto il mio mento, poi chinò il capo e si mise a scioglierlo con la punta delle dita.
Non respiravo.
Era così vicino. Più vicino che nella biblioteca di Lady Brandreth, più vicino che nel salotto con la bocca contro la mia mano. Aveva il capo chino e gli occhi bassi sul nodo, e vedevo ogni singola goccia di pioggia impigliata nelle ciglia, una piccola cicatrice bianca al bordo della mandibola che non avevo notato e l’ombra della barba sotto la pelle, sebbene dovesse essersi rasato quella mattina. Le nocche mi sfioravano sotto il mento. Il respiro muoveva i ricci umidi alla tempia. Odorava di pioggia, cedro e lino pulito, e sentivo il calore che emanava attraverso la camicia bagnata.
Il nodo cedette. Separò lentamente i nastri e mi tolse il cappellino dalla testa, poi non arretrò.
Mi guardò. Lo guardai.
Non so chi di noi si mosse. Credo di essere stata io. Credo di aver oscillato verso di lui come una pianta verso una finestra, senza volerlo, senza decidere proprio niente: soltanto che la sua bocca era lì, pochi centimetri sopra la mia, morbida, seria e appena dischiusa, e pensavo a quella bocca da sei giorni e sei notti, e il mento mi si sollevò da solo, e il suo capo si abbassò di una frazione di centimetro, e sentii il calore del suo respiro contro le labbra…
Si fermò.
Tanto vicino da sentire più le parole che udirle.
«Seconda condizione, Harriet.»
Chiusi gli occhi. «Lo so.»
«La vostra regola.»
«Lo so.»
Nessuno di noi si mosse. In qualche modo la sua mano era salita ad accogliermi il lato del viso; il pollice riposava sullo zigomo. La sentivo tremare appena. Fu questo a disfarmi più di ogni altra cosa: il libertino più famigerato di Londra, un uomo che secondo i propri conti aveva avuto un terzo delle donne sposate del ton, stava nel suo corridoio sul retro a tenermi il viso come se fosse fatto di guscio d’uovo, e la sua mano tremava.
«Ditemi di arretrare», disse.
Aprii gli occhi. I suoi erano scuri, il grigio quasi nero.
«Arretrate», sussurrai.
Lo fece. Un passo, poi un altro, e l’aria fredda del corridoio si precipitò fra noi. Si voltò e appese il mio cappellino a un gancio accanto alla porta, e rimase di spalle un momento più di quanto richiedesse quel gesto.
«Be’», disse leggero alla parete, «abbiamo stabilito che sapete infrangere le vostre regole. Molto utile.»
«Non l’ho infranta.»
«Ci mancava un centimetro.»
«Anche voi.»
Si voltò. Per un momento aveva qualcosa di selvaggio in viso, poi sparì, riposto dietro il vecchio mezzo sorriso sardonico come una lettera in un cassetto. «È vero. Venite a scaldarvi. Tremate.»
Tremavo. Non avevo freddo.
Aveva alimentato il fuoco del salotto sul retro fino a farlo ruggire; mi ci mise davanti, mi tolse la pelisse bagnata e gli stivaletti bagnati, mi portò un paio di spesse calze di lana che sospettai appartenessero alla signora Bright e mi voltò le spalle mentre le infilavo. Poi mi versò un bicchiere di sherry, anziché il tè, e sedette nella poltrona a orecchioni di fronte al divano con un bicchiere per sé; la chiave della porta del salotto era sul tavolino fra noi, dove io potevo raggiungerla e lui no.
«Avete avuto quattro giorni», disse. «Siete rinsavita?»
«No.»
«Bene.» Girò il bicchiere fra le dita. «Prima di cominciare devo chiedervi qualcosa, e ho bisogno che rispettiate la quinta condizione mentre lo fate.»
«La verità.»
«La verità.» Mi guardò con fermezza sopra il bordo del bicchiere. «Che cosa faceva?»
Mi bruciò il viso. «Vostra Grazia…»
«Sebastian. Se siedi nel mio salotto con le calze della signora Bright, puoi chiamarmi per nome.»
«Sebastian», dissi. Strano in bocca. Troppo intimo, e non abbastanza. «Preferirei non discutere di mio marito.»
«Lo so. Ma non posso insegnare come dovrebbe essere senza sapere com’era.» La voce s’addolcì. «Non devi guardarmi. Guarda il fuoco.»
Lo guardai. Più facile. Bevvi sherry, un sorso e poi un altro, e raccontai.
Gli raccontai del buio: Gerald spegneva sempre la candela per prima cosa, ogni volta, per sette anni, così che non l’avevo mai visto senza camicia da notte. Gli raccontai che veniva da me il martedì e il sabato, e che sapevo sempre quando era martedì o sabato perché dopo cena beveva due bicchieri di porto invece di uno. Gli raccontai del suo peso, dell’odore di porto e tabacco da fiuto, di come mi alzasse la camicia solo quanto era strettamente necessario, quasi il resto di me fosse irrilevante. Gli raccontai che all’inizio faceva male, e poi non faceva male ma non faceva nemmeno nient’altro. Gli raccontai che durava quattro minuti, forse cinque; che contavo i secondi al buio per avere qualcosa da fare; che conoscevo le crepe nel soffitto di quella camera meglio del mio stesso viso.
«E dopo», dissi al fuoco, «si girava dall’altra parte e mi diceva che ero molto fredda, che una moglie fredda era una grande prova per un uomo e che immaginava non potessi farci niente, essendo una Wexcombe. Dicevano che mia madre fosse fredda, capisci. Era un difetto di famiglia. Come il mento.»
Il fuoco crepitava. Non potevo guardarlo.
«Ci provavo», dissi più piano. «All’inizio. Provavo a… a sentire qualcosa. Pensavo che forse muovermi, o emettere qualche suono, potesse aiutare. Una volta lo abbracciai e si fermò a chiedermi che cosa diamine credessi di fare. Disse che non era decoroso. Disse che le donne di buona famiglia non si comportavano da ballerine d’opera.» Bevvi il resto dello sherry. «Così smisi di tentare. Poi, dopo un po’, smisi di voler tentare. Poi smisi di volere qualsiasi cosa, e pensai… credo di aver pensato che fosse semplicemente così. Per tutti. E che i poeti fossero bugiardi.»
«I poeti», disse Sebastian con voce mai sentita, bassa, piatta e controllatissima, «mentono spesso. Ma non su questo.»
Mi imposi allora di guardarlo.
Sedeva proteso in avanti nella poltrona a orecchioni, i gomiti sulle ginocchia e il bicchiere tenuto senza stringere fra le mani. Aveva il viso del tutto immobile. Ma un muscolo gli lavorava nella guancia e le nocche erano diventate bianche intorno allo stelo del bicchiere, e con uno strano choc freddo capii che era arrabbiato. Non con me. Con un morto in un cimitero del Wiltshire che aveva incontrato forse tre volte in vita sua.
«Non ti ha mai vista», disse. «Vero? In sette anni.»
«No.»
«E tu non hai visto lui.»
«No.»
«Allora non hai mai visto un uomo. Bene. Alla luce.» Posò il bicchiere accanto alla chiave. «Cominciamo da lì.»
Il cuore martellò. «Come?»
«La prima lezione», disse. «Ti dirò in cosa consiste e tu risponderai sì o no.» Sostenne il mio sguardo. «Mi hai detto che Ellery ti ha fatto vergognare del tuo corpo non lasciandoti mai guardare il suo e non guardando mai il tuo. Ne ha fatto una cosa da compiere al buio, in fretta, perché vergognosa. Così oggi guarderai. Mi spoglierò, Harriet. Quanto sarà necessario. E mi toccherò come fa un uomo quando è solo, e ti dirò esattamente che cosa faccio, perché e come ci si sente. Tu non dovrai fare niente. Non dovrai toccarmi, muoverti da quel divano né toglierti nemmeno una forcina. Guarderai soltanto.» Una pausa. «E vedrai qualcosa che nessuno, credo, si è mai preoccupato di mostrarti. Che un uomo non è una forza della natura. Che è un corpo, come il tuo, che si può desiderare, conoscere e governare. Sì o no?»
La stanza era quieta. Fuori il vento lanciava manciate di pioggia al vetro.
Pensai a Gerald che spegneva la candela. Sette anni di buio, quattro minuti alla volta. Pensai al mio palmo nudo e al mio respiro sulla pelle, e a ciò che si era svegliato dentro di me nella vecchia aula sabato e da allora non si era più riaddormentato.
«Sì», dissi.
Mi guardò ancora come per cercare crepe nella parola. Annuì una volta e si alzò.
Cominciò dal panciotto. Le dita scesero senza fretta lungo la fila di bottoni, se lo sfilò dalle spalle e lo posò sullo schienale della sedia. Poi la cravatta. Allentò il nodo, svolse dalla gola la lunga striscia di lino, giro dopo giro, e la lasciò cadere sul panciotto; il collo aperto della camicia mostrava un triangolo di pelle alla base della gola, qualche pelo scuro e la linea forte della clavicola.
Avevo smesso di respirare. Mi costrinsi a ricominciare.
Liberò la camicia dai calzoni, la sfilò tutta dalla testa con un movimento e la lasciò cadere.
Non avevo mai visto il petto nudo di un uomo. Neanche una volta. Né quello di un valletto, né quello di un bracciante nei campi, né quello di mio marito. Avevo visto statue, naturalmente, all’esposizione di Lord Elgin, dove le signore dell’alta società ridacchiavano dietro i ventagli, e le avevo trovate belle nella maniera fredda e lontana del marmo. Questo non era marmo.
Aveva le spalle ampie e la vita più stretta, e la pelle era più pallida dove la camicia l’aveva coperta e dorata ai polsi e alla gola. Sul petto aveva peli scuri, non fitti, e una linea scura scendeva sul ventre piatto e spariva sotto la cintura dei calzoni. Una lunga cicatrice pallida gli attraversava le costole sul lato sinistro, apparentemente antica, e i muscoli del ventre si muovevano quando respirava. La luce del fuoco scorreva su tutto come acqua calda.
Restò lasciandomi guardare. Senza posare, pavoneggiarsi, sorridere. Braccia ai lati, lasciava andare gli occhi dove volevano.
Andarono ovunque. Andarono alle spalle, al petto, alla cicatrice e alla linea di peli scuri, poi giù, fermandosi alla cintura dei calzoni dove i peli sparivano. E vidi che sotto la pelle di daino aderente era già… che il tessuto era teso…
Alzai gli occhi al viso, rovente.
«No», disse piano. «Non farlo.»
«Non stavo…»
«Sì. Hai visto qualcosa e hai distolto lo sguardo perché ti hanno insegnato che guardare è vergognoso. Non lo è. Non in questa stanza.» Tornò a sedersi lentamente nella poltrona a orecchioni, le ginocchia aperte, il petto nudo che si alzava e si abbassava nella luce del fuoco. Le mani si posarono sui bottoni della patta dei calzoni. «È tutta qui la lezione, Harriet. Dopo, sono soltanto dettagli. Mi guarderai. Tutto di me. E non proverai vergogna.»
Il fuoco ruggiva. Il battito più forte.
Le dita liberarono il primo bottone.
«Guardami», disse il duca di Ravensworth, basso e ruvido, gli occhi scuri d’ardesia nei miei. «Non distogliere lo sguardo.»


















