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La luce prima della marea — romance storico gratisGratis · Esclusiva

romance storico gratis

La luce prima della marea

La luce del porto è stata spenta. Alda sa riparare le barche, ma per salvare la sua insenatura dovrà fidarsi di un pilota che non ha ancora raccontato tutta la verità.

Romance storico M/F tra adulti, ambientato sulla costa, tra mestieri, salvataggio e fiducia conquistata.

Tensione sensuale e baci; senza descrizioni sessuali esplicite.

  • Da sconosciuti ad alleati
  • Competenza condivisa
  • Fiducia conquistata
  • Comunità
  • Romance costiero

Circa 87 min di lettura · 20.006 parole

Due estati prima di A Prometida Do Guerreiro Viking, in un'altra insenatura del Mare del Nord, Alda salva una donna da un naufragio e trova tracce di una falsa luce. Con un pilota dal passato incerto, ha tre giorni per impedire che vendano l'accesso al mare e scoprire se l'amore possa offrire riparo senza chiudere la porta.

Libri di Alisson Bento

A Prometida Do Guerreiro Viking

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La luce spenta

Alda

Alda sentì lo scafo spezzarsi prima di vedere la barca. Era sotto la tettoia, intenta a rifinire il bordo di un’asse di quercia, quando lo schianto attraversò il rumore della pioggia. Conosceva quel suono. Il legno buono poteva gemere tutta la vita senza rompersi; quello venuto dall’insenatura era stato breve, secco, seguito da un grido che il vento portò lontano dalla spiaggia.

Lasciò l’ascia da carpentiere. La lama entrò nel ceppo e rimase a tremare. Oltre la porta, la cima della torre era buia.

Runa accendeva il cesto del fuoco prima dell’ultimo chiarore del pomeriggio. Lo faceva anche d’estate, anche quando i pescatori dicevano di conoscere ogni pietra per nome. Quella notte la nebbia copriva il canale d’ingresso e l’assenza della luce toglieva al mare ogni distanza. Alda prese la corda appesa alla parete e corse sulla sabbia.

Un’imbarcazione da carico s’inclinava sulla scogliera esterna. La vela, ancora issata a metà, tirava l’albero verso l’acqua. Due sagome si aggrappavano alla murata. Una terza comparve su una cresta di schiuma e scomparve prima che Alda potesse decidere se fosse una persona o un barile.

“Liberate la vela!” gridò, benché nessuno sulla barca potesse sentirla.

La piccola canoa delle toppe era rovesciata vicino al cantiere. Alda infilò la spalla sotto il bordo. La canoa aveva più toppe che legno originale ed era fatta per attraversare il porto, mai la scogliera in una notte simile. Era pur sempre una barca. Spinse finché un’onda la sollevò.

“Da sola, si rovescerà prima della pietra lunga.”

La voce veniva dal lato del magazzino. Un uomo scese il pendio con un remo e una pertica. Non era uno dei pescatori che lavoravano quella settimana. Aveva capelli raccolti sulla nuca, una giacca corta di lana e l’inopportuna tranquillità di chi aveva già scelto il pericolo da affrontare.

“Allora spingi”, rispose Alda.

La guardò per un istante, forse valutando l’ordine, forse la barca. Poi si tolse la giacca, la gettò sulla sabbia asciutta ed entrò in acqua. Nessuna onda lo risparmiò. Quando la canoa galleggiò, afferrò la poppa e aspettò che Alda salisse.

“Conosco il passaggio”, disse.

“E io conosco le assi. Se dici che bisogna andare a destra, vai piano. La cucitura su quel lato è ancora nuova.”

L’uomo annuì senza discutere. Questo lo distingueva già dagli ultimi tre marinai che avevano chiesto riparazioni e poi spiegato ad Alda come fare il proprio lavoro. Alda si sistemò davanti, con la corda tra i piedi. Lui prese il remo più grande. Vicino alla spiaggia, la canoa rispose bene. Al primo avanzamento fuori dal riparo, l’acqua le entrò sulle gambe.

Lo sconosciuto non cercò di vincere l’onda. Lasciò salire la prua, mantenne la direzione e passò dietro la schiuma. Alda sentì il legno flettersi sotto il corpo. Si fidava di ciò che aveva fatto con le mani; il resto doveva dimostrare il proprio valore.

“Il tuo nome?” chiese, senza voltarsi.

“Torben.”

“Alda.”

“Lo so.”

Le venne voglia di guardarlo. Non lo fece. Una punta scura di roccia apparve a sinistra, tanto vicina che l’avrebbe raggiunta con il remo. Se Torben conosceva il suo nome, poteva aspettare a spiegarlo. La barca grande scricchiolò ancora. La vela si strappò e una striscia di tessuto frustò l’acqua.

Il primo uomo era aggrappato a una cassa vuota. Torben condusse la canoa dal lato verso cui lo spingeva la corrente e Alda lanciò l’estremità della corda. Il marinaio cercò di prenderla, mancò, tossì. Lei appoggiò il petto sul bordo, sopportò lo spruzzo gelido nel colletto e riuscì a fissargli la corda sotto il braccio.

“Non salire ancora. Guardami. Come ti chiami?”

“Odel.”

“Odel, appoggia i piedi sul legno. Così. Ora aspetta.”

Torben trasferì il peso dall’altra parte. Tirarono insieme, in un movimento che parve strappare la canoa al mare stesso. Odel cadde tra i banchi, vomitando acqua. La barca affondò un poco. Alda prese il piccolo mestolo di legno e cominciò a svuotare il fondo.

Una donna era ancora sulla nave. Teneva un braccio incastrato nella grata del carico; con l’altro stringeva al petto un piccolo scrigno. La striscia della vela le passò vicino al viso.

“Lascia la cassa!” gridò Torben.

La donna mosse la testa. Il vento poteva aver portato via l’ordine, ma Alda riconobbe il rifiuto.

“È incastrata”, disse. “La manica.”

Torben infilò la pertica tra due assi spezzate e mantenne la canoa vicino allo scafo. Alda si alzò. Il fondo scivoloso parve sfuggirle da sotto i piedi. Afferrando un bordo coperto di catrame, raggiunse la manica della donna e sentì che la stoffa era avvolta a un chiodo storto. Tirare avrebbe soltanto lacerato il braccio.

“Mi serve il tuo coltello.”

Torben lasciò il manico senza chiedere a cosa servisse. Alda prese l’arma e tagliò il tessuto vicino alla spalla. La donna venne in avanti all’improvviso, pesante d’acqua e panico. Lo scrigno colpì il ginocchio di Alda. Per un istante le tre persone penderono dallo stesso lato e il bordo della canoa scomparve sotto una lingua nera.

“Giù!” ordinò Torben.

Alda cadde in ginocchio, abbracciata alla donna. Odel, nonostante i tremiti, strisciò verso poppa. La canoa si raddrizzò. Torben abbandonò la pertica incastrata nella nave e riprese il remo. Un tonfo sordo li raggiunse quando l’albero crollò alle loro spalle.

La donna non gridava. Stringeva lo scrigno con entrambe le mani e aveva gli occhi fissi sullo spazio appena abbandonato. Alda le tirò il cappuccio bagnato sui capelli. Serviva a poco, ma era qualcosa che si poteva fare.

“C’è qualcun altro?”

“Il comandante è passato sulla scialuppa”, rispose Odel. “Prima dell’urto. Due uomini con lui. La scialuppa è andata a sud.”

“Hai visto uscire tutti e tre?” insistette Alda.

Lui annuì, battendo i denti. Non garantiva che avrebbero raggiunto la costa, soltanto che non erano sotto lo scafo. Torben puntò la prua verso una striscia d’acqua più liscia. I muscoli del suo collo si contraevano a ogni remata. Alda riprese a togliere l’acqua. Il suono del mestolo contro il fondo diede ritmo all’intero tragitto.

Sulla spiaggia li aspettava una fila di torce. Bersi, il fabbro, entrò fino alla vita e tirò la canoa, imprecando contro il tempo, le barche e l’ostinazione generale dei vivi. Yrsa era dietro di lui con due coperte. Vedendo la figlia, non le chiese se avesse perso il senno. Erano ventotto anni che imparava a rimandare le domande più inutili.

“Prima la donna”, disse Alda.

Yrsa coprì la passeggera e la condusse al cantiere. Odel cercò di alzarsi da solo, ma cadde in ginocchio. Bersi lo sollevò come un sacco d’orzo. Torben rimase in acqua finché Alda saltò sulla sabbia. Quando gli restituì il coltello, lui vide sangue sulla sua mano.

“Ti sei tagliata?”

“Scheggia.”

Tese il palmo, chiedendo senza toccare. Alda mostrò il dito. Era una scheggia profonda, vicino all’unghia, circondata dal catrame. Torben le tenne il polso con una delicatezza che non si accordava con la forza usata ai remi ed esaminò la ferita alla luce della torcia di Bersi.

“Legno salato. Toglila prima di dormire.”

“Pensavo di strappare via tutto il dito. Ma il tuo consiglio sembra più economico.”

Lui sorrise. Solo allora il viso smise di sembrare parte di quella notte. Aveva una piccola interruzione nel sopracciglio destro e rughe sottili agli angoli degli occhi, forse per il sole, forse per il guardare lontano. Alda ritrasse la mano prima che il calore del contatto la distraesse.

La passeggera si chiamava Nessa e aveva trentasei anni. Lo disse accanto al braciere, già avvolta nella coperta asciutta di Yrsa, come chi offre informazioni che nessuno potrà prendere con la forza. Era vedova e aveva viaggiato per procurarsi tessuto di lana in un villaggio dall’altra parte della baia. Odel, con venticinque anni e una vergogna che non riusciva a nascondere, confessò che quello era il suo terzo viaggio da marinaio pagato.

Alda non chiese se sapesse nuotare. Il tremito delle mani bastava già ad accusarlo di tutto ciò che temeva di aver sbagliato.

“La luce era al solito posto”, disse Odel. “Una piccola fiamma, bassa. Il comandante ha giurato che fosse la torre.”

Bersi alzò la testa.

“La torre è rimasta spenta da quando è sceso il buio.”

Odel guardò dall’uno all’altro, cercando chi gli avrebbe creduto.

“L’ho vista. Un fuoco giallo. Abbiamo superato l’allineamento e siamo andati dritti sugli scogli.”

Alda pensò alla torre buia, alla posizione dello scafo. La scogliera esterna era lontana dalla linea d’ingresso. Un uomo poteva sbagliare nella nebbia. Anche un fuoco nel posto sbagliato poteva insegnargli a sbagliare.

Nessa tirò lo scrigno sotto il banco. Il coperchio aveva una fessura e l’acqua scura formava una pozza vicino ai suoi piedi.

“C’è qualcosa che debba asciugare lì dentro?” chiese Alda.

“Cose mie.”

Non era stata una risposta. Alda riconobbe il diritto di non darne un’altra. Prese un cuneo sottile e lo tese alla donna.

“Apri almeno uno spiraglio. Quello che è bagnato marcirà, se resta chiuso.”

Nessa ricevette l’attrezzo. Aveva dita forti, con segni d’ago sulle nocche. Non sembrava una persona abituata a trasportare un tesoro. Sembrava qualcuno che conoscesse il prezzo delle cose piccole.

Torben entrò per ultimo. Aveva indossato la giacca senza asciugare la camicia e la lana gocciolava. Yrsa indicò un gancio a cui era appesa una tunica di Leif, il padre di Alda. Il capo era lì da cinque anni, riservato ai lavoratori sorpresi dalla pioggia. Eppure Alda sentì l’impulso d’impedire a quell’uomo di usarlo.

L’impulso passò prima di diventare parola. I vestiti erano vestiti. Lei stessa aveva rammendato i gomiti dopo la morte di Leif.

“Non mi sta sulle spalle”, disse Torben, tenendo la tunica per il colletto.

“Sta meglio della febbre”, rispose Yrsa.

Andò dietro il divisorio delle vele. Alda si concentrò sulla scheggia, lavorando con la punta di un ago. La mano tremava, ora che non doveva più salvare nessuno. Il sangue mescolato all’acqua formò un filo rosa nella ciotola.

“Tengo la luce”, disse Torben quando tornò.

Non aggiunse che la sua mano era instabile. La tunica era stretta, come aveva previsto, e al polsino portava la toppa blu che Alda aveva cucito in un lungo inverno. Lei tenne fermo il dito contro il tavolo. La scheggia uscì intera. Il dolore diminuì tanto rapidamente da lasciare posto a una stanchezza profonda.

Fuori, passi salirono il sentiero. Hakon entrò accompagnato da due uomini che amministravano il magazzino. Indossava un mantello quasi asciutto. A quarantanove anni coltivava una barba curata e il modo d’aggrottare la fronte prima che un’altra persona finisse di parlare. Amministrava il porto dalla morte dell’ultimo capo dell’insenatura. L’incarico avrebbe dovuto essere temporaneo. Durava da sette anni.

“Quanti?” chiese.

“Due salvati qui”, rispose Alda. “Altri tre sono usciti sulla scialuppa e sono andati a sud. Bisogna mandare uomini lungo la spiaggia.”

Hakon diede l’ordine a un accompagnatore. Non era incapace di fare una cosa utile e Alda cercava di ricordarlo quando l’uomo la irritava. Lui esaminò poi Nessa, Odel e lo scrigno.

“Ogni carico recuperato dalla scogliera va inventariato nel magazzino.”

Nessa appoggiò il piede sul coperchio della cassa.

“Il mio bagaglio non è un carico abbandonato.”

“È l’usanza dell’insenatura.”

“L’usanza vale per la merce senza padrone”, disse Alda. “Hai appena sentito il nome della proprietaria.”

Hakon la guardò con pazienza studiata.

“Dopodomani pomeriggio ci sarà l’udienza dei contributi. Potrai discutere delle usanze con tutti. Fino ad allora abbiamo ordini di tenere il porto in funzione.”

“Comincia dalla torre.”

Il silenzio che seguì comprese il crepitare del braciere. Hakon si strofinò un dito sulla fibbia del mantello.

“Runa deve spiegare perché ha lasciato spegnere la luce.”

“Allora glielo chiederò”, disse Alda.

“Non oggi. Il sentiero è pericoloso.”

Alda alzò la mano fasciata.

“Mi sono accorta che la notte è brutta.”

Torben abbassò il capo. Un sorriso rapido gli mosse la bocca, ma non interferì. Hakon uscì dopo aver ordinato ai sopravvissuti di presentarsi al mattino. Nessa rimase immobile finché i passi scomparvero.

“È lui che ha cercato la tua cassa?” chiese Alda.

La donna chiuse gli occhi.

“Rispondo domani.”

Yrsa mise un altro pezzo di torba sul fuoco e annunciò che Nessa avrebbe dormito a casa sua. Odel sarebbe stato da Bersi. Dietro il tono pratico, Alda sentì l’avvertimento materno: le persone quasi morte avevano bisogno di zuppa e sonno prima di un interrogatorio. Acconsentì. Quando tutti uscirono, il cantiere sembrò troppo grande.

Torben era ancora vicino alla porta. Teneva la propria camicia bagnata, strizzata in un fagotto.

“Hai detto che mi conoscevi”, ricordò Alda.

“Conoscevo il tuo nome. Ero venuto a chiedere di una riparazione. Bersi mi ha indicato la tettoia prima che sentissimo la nave.”

“Dov’è la tua barca?”

“Al molo interno. Un remo rotto e un banco spaccato. Niente che meriti una tua notte.”

Le piacque che avesse considerato la notte una cosa che le apparteneva.

“Torna domattina. Se il tetto non crolla prima, darò un’occhiata.”

Torben esitò.

“Ho conosciuto questa insenatura quando ero più giovane. Il passaggio è cambiato, ma la scogliera non cammina. Quella luce vista da Odel era sul bassofondo orientale.”

“L’hai vista anche tu?”

“Quando ci siamo avvicinati allo scafo. Quasi spenta. Pensavo che qualcuno fosse sceso con una torcia per aiutare.”

Alda tornò a guardare la porta. La torre non era sul bassofondo. Stava sopra le case, su un sentiero di pietra, abbastanza alta perché la luce si vedesse anche dietro la pioggia. Suo padre le aveva insegnato a distinguere i due posti prima di lasciarla giocare sulla sabbia.

Prese la lanterna dal gancio.

“Vai ancora alla torre?” chiese Torben.

“Sì.”

Lui appese la camicia a un palo e prese la seconda lanterna. Non le chiese di restare, né annunciò che l’avrebbe protetta. Aspettò che Alda aprisse la porta.

Sul sentiero, il vento portò via l’odore di torba e ne recò un altro, amaro: sego bruciato troppo vicino alla spiaggia. Alda si fermò accanto a un riparo di pietre usato per conservare le reti. A terra, protetto dalla pioggia da una lastra, c’era un coccio con grasso appena spento.

Abbassò la lanterna. Un pezzo di corda sottile usciva dallo stoppino. La fibra era rossa, tinta per segnare le cime del magazzino di Hakon.

Non sapeva ancora chi avesse acceso quel fuoco. Ma qualcuno aveva scelto il posto. E prima che finissero tre giorni, avrebbe dovuto impedire che ne scegliessero un altro.

La barca senza padrone

Alda

Runa accolse la domanda sulla luce con una chiave in mano. Era seduta sul gradino inferiore della torre, con un piede gonfio in una bacinella. Accanto, un cesto ancora pieno di legna minuta aspettava di salire. Aveva sessantun anni e raramente accettava che qualcuno portasse qualcosa al posto suo.

“La serratura non è la mia”, disse, tendendo la chiave. “Hakon l’ha fatta cambiare a mezzogiorno. Ha parlato di prevenire furti di combustibile.”

Alda esaminò il ferro. La chiave aveva un dente spezzato. Sulla porta, segni recenti circondavano l’anello. Torben si accovacciò per guardare, ma non toccò nulla.

“Hai provato a forzarla?” chiese.

“Con questo piede? Riesco a malapena a imprecare senza sostegno. Ho mandato una bambina al magazzino. Hanno detto che sarebbe venuto un uomo ad accendere. Ho aspettato finché ho sentito il disastro.”

Runa indicò la bacinella con la bocca dura. Si era slogata la caviglia al mattino, portando sego sulla scala. Chiedeva un’aiutante da mesi; Hakon sosteneva che un piccolo porto non potesse nutrire due persone per occuparsi di un solo fuoco.

Alda posò sul gradino il coccio trovato sul bassofondo. Runa avvicinò la mano e la ritrasse prima di toccarlo.

“Non è del mio cesto.”

“Lo so. Tu usi recipienti profondi.”

“E non spreco una buona cima per uno stoppino. Chi l’ha bruciata aveva fretta.”

Torben tolse la spilla dalla giacca e la infilò tra l’anello e il legno della porta. Alda osservò il movimento delle dita, preciso senza essere troppo rapido. Provò una volta, lasciò la spilla e prese una lamina di ferro conservata alla base della torre per pulire la cenere.

“Posso?” chiese a Runa.

“Se rompi qualcosa, lascio il conto a nome di Hakon.”

La porta cedette con un piccolo gemito. Torben non sorrideva quando la tenne aperta. Alda raccolse la chiave rotta e salì. Sulla piattaforma, il cesto di ferro era freddo, asciutto sotto la copertura, con combustibile sufficiente a illuminare l’ingresso fino all’alba. Accese una manciata di stoppa e aspettò che la fiamma prendesse nei ramoscelli. Solo allora capì quanto avesse bisogno di quella luce.

Il mare in basso era ancora agitato. Nessuna ombra di barca si muoveva vicino alla scogliera. Sul sentiero a sud, due torce avanzavano piano: gli uomini mandati a cercare la scialuppa. Alda strinse il parapetto. Quello che potevano fare quella notte era già stato fatto; quello che non potevano pesava di più.

Torben rimase all’uscita della scala, lasciando spazio tra loro.

“Apri molte porte?” chiese lei.

“Più cime. Qualche porta.”

“È un mestiere?”

“Un tempo era una necessità.”

Non offrì una storia per rendere più piacevole la risposta. Alda ritenne prudente conservare la domanda. Runa li chiamava da sotto, chiedendo la ciotola di cibo dimenticata su un gradino. La vita aveva bisogno di cure più piccole anche mentre un grande dubbio occupava tutto.

All’alba, la scialuppa raggiunse la spiaggia meridionale con tutti e tre gli uomini vivi. Il comandante aveva un braccio ferito; gli altri avevano trascorso la notte tirando l’imbarcazione su una striscia di fango. Bersi portò la notizia prima del pane e Yrsa aprì la porta per ringraziare chiunque stesse ascoltando. Alda, che aveva dormito poco, appoggiò la fronte al bordo del tavolo. Solo dopo riuscì a mangiare.

Torben la aspettava al cantiere con il remo rotto. Il banco della barca era ancora al molo. Era una barca corta, adatta a portare un pilota tra le imbarcazioni più grandi e la costa. Aveva segni d’uso onesto e una piccola targa di legno scuro a prua, senza simboli di signore o mercante.

Alda s’inginocchiò sul banco e premette la crepa con i pollici.

“Ci salti dentro quando arrivi alla spiaggia?”

“A volte.”

“Smettila.”

“È questa la riparazione?”

“È la parte gratuita. L’altra costa argento.”

Torben si lasciò sfuggire una risata bassa. Alda segnò dove avrebbe tagliato una nuova traversa. Le piaceva lavorare quando la risposta era nel legno. Un uomo poteva nascondere intenzioni in ogni parola; un’asse spaccata mostrava la direzione esatta del danno.

Odel comparve portando la sua cassetta degli attrezzi. Aveva lasciato la coperta da Bersi e indossava una tunica prestata, larga sulle spalle.

“Voglio aiutare”, disse.

“Hai mai trasportato legname?”

“Barili.”

“Il legno non si lamenta se lo fai rotolare. Ma io sì. Comincia portando questi trucioli al fuoco di Runa.”

Sembrò sollevato dal piccolo compito. Alda conosceva quel sollievo. Dopo la morte di Leif, le persone le avevano offerto consigli, pietà e silenzio. Il primo uomo che le aveva chiesto un lavoro era stato Bersi, con un manico di martello spezzato. Ricordava ancora il peso del martello.

Due uomini arrivarono dal sentiero del magazzino prima che Alda finisse di togliere il banco. Uno, con la barba color paglia, portava una striscia di stoffa con il segno del porto. La legò alla prua della barca di Torben.

“Che fai?” chiese Alda.

“L’imbarcazione è trattenuta a garanzia delle spese di soccorso e riparo della nave naufragata.”

Torben si alzò lentamente.

“Questa barca non appartiene alla nave.”

“Hai partecipato al recupero del carico.”

“Abbiamo recuperato due persone”, disse Alda. “Posso far pagare al porto anche la mia canoa?”

L’uomo evitò il suo sguardo. Il secondo teneva la mano vicino al coltello, più per ricordare di averlo che per l’apparente volontà di usarlo. Torben rimase immobile, con le dita aperte. Alda notò che seguiva i piedi dell’uomo armato, invece di fissare l’arma.

“Da chi ha ricevuto l’ordine Hakon?” chiese lei.

“È l’amministratore.”

“Questo riesco a vederlo ogni giorno. Ho chiesto da chi viene l’ordine.”

Non ci fu risposta. Gli uomini se ne andarono dopo aver avvertito che rimuovere la striscia sarebbe stato oltraggio. Alda afferrò il bordo della barca per non strapparla in quell’istante.

“Andrò a parlargli”, disse Torben.

“E porterai il remo rotto?”

Lui guardò l’oggetto che aveva ancora in mano.

“Sembra una minaccia scadente.”

“Sembra una persona che accetterà qualsiasi prezzo per andarsene. Finisci prima il banco con me.”

Torben fissò la striscia del porto. Il suo viso si chiuse e Alda ebbe l’impressione di vedere una porta che sapeva aprire ma preferiva tenere serrata. Poi posò il remo e prese la traversa di quercia. Si occupò del lavoro pesante mentre lei segnava gli incastri.

Al secondo tentativo d’incastro, le mani s’incontrarono sullo stesso cuneo. Lui ritrasse la propria, senza lentezza teatrale, e Alda detestò il suo interesse per il piccolo spazio rimasto tra le dita. Non cercava un uomo. Cercava di attraversare tre giorni senza perdere il cantiere o accusare qualcuno sulla base di uno stoppino.

“Puoi tenere fermo”, disse.

Torben bloccò la traversa. Alda batté con il mazzuolo. Il suono attraversò il molo e riportò un ordine che Hakon aveva appena cercato di togliere da lì.

Nessa tornò verso mezzogiorno. Portava lo scrigno avvolto in un panno, ormai asciutto fuori. Chiese di parlare lontano dai lavoratori. Alda indicò la stanza delle vele, un basso locale dove Yrsa teneva lino, aghi grossi e rotoli di corda. Torben accennò ad allontanarsi.

“Può restare”, disse Nessa. “È venuto a prendere anche me.”

Alda entrò per ultima e chiuse la porta. La finestra stretta lasciava una striscia di luce sul pavimento. Nessa posò lo scrigno su una cassapanca e tolse il coperchio con cautela. Dentro c’erano due cambi d’abito, un sacchetto di monete e una tavoletta coperta di segni di carico.

“Mio fratello teneva i conti del magazzino”, spiegò. “È morto di febbre la primavera scorsa. Ero andata a prendere cose rimaste in una casa affittata oltre la baia. Ho trovato questo nella sua borsa.”

La tavoletta aveva tratti raggruppati, alcuni nomi abbreviati e piccoli segni accanto alle quantità. Alda non riusciva a leggere tutto. Riconobbe però il segno del sego della torre: un cesto tra due tratti. Leif aveva inciso lo stesso disegno nei recipienti preparati per Runa.

“Mio fratello si chiamava Erec. Mi aveva scritto che i conti non tornavano. Pensavo fosse una lamentela di un uomo mal pagato. Quando ho visto la tavoletta, ho cercato Hakon.”

“Quando?” chiese Alda.

“Sei giorni fa. Prima del viaggio. Ha detto che Erec si era sbagliato. Mi ha chiesto di portargli qualsiasi altra registrazione trovassi.”

Torben si chinò senza toccare il legno.

“Perché pensi che ieri volesse quella cassa?”

Nessa respirò dal naso, controllando qualcosa che la voce non poteva portare per intero.

“Perché l’uomo del magazzino che mi ha accompagnata alla barca ha chiesto se lo scrigno fosse chiuso a chiave. E perché Hakon non ha chiesto se fossi ferita quando è entrato al cantiere.”

Era indizio d’interesse e di possibile crudeltà; non era ancora la prova di un naufragio provocato. Alda tirò un banco e si sedette. Il gesto aiutò Nessa ad allentare la stretta delle mani.

“Separiamo ciò che sappiamo da ciò che temiamo”, disse. “Ho trovato un fuoco nel posto sbagliato. Runa ha ricevuto una chiave rotta dopo che hanno cambiato la serratura della torre. Tu hai conti che Hakon voleva vedere. Sono tre cose. Possono essere collegate. Dobbiamo mostrare come.”

Nessa aprì un pezzo di lino che avvolgeva la tavoletta. Dentro, piegata due volte, c’era una pergamena sottile, macchiata a un’estremità. Alda sentì l’odore d’acqua vecchia prima di scorgere le lettere.

“Erec scriveva meglio di come parlava”, disse la donna. “Io leggo poco. Puoi provare?”

Alda aveva imparato da un viaggiatore che aveva scambiato lezioni con la riparazione di una barca. Leggeva lentamente, soprattutto quando la scrittura correva. Avvicinò il foglio alla finestra. C’era un elenco di sacchi e barili consegnati per la manutenzione della torre, seguito da un nome ripetuto: Hakon. Nella parte inferiore, Erec aveva annotato che metà delle scorte era stata portata su una nave privata. Non diceva per ordine di chi.

Torben appoggiò un dito accanto a un segno, preservando la pergamena.

“Questo è un marchio di verifica. Deve esistere un secondo foglio con il destinatario.”

“Nella casa dei conti”, disse Alda.

L’edificio era oltre il ponte orientale, separato dal magazzino da un braccio di mare che l’alta marea allargava. Il fratello di Nessa lavorava lì quando le navi arrivavano in gruppo. Hakon aveva tenuto l’edificio chiuso dalla sua morte, adducendo una perdita nel tetto.

“Come sai leggere i marchi di verifica?” chiese Alda a Torben.

“Anche i piloti devono ricevere ciò che gli spetta.”

Era plausibile. Lui lo sapeva. La risposta rimase tra loro, troppo liscia.

Nessa chiuse lo scrigno, riponendo la tavoletta e il foglio. Alda chiese il permesso di copiare le quantità su un pezzo di legno chiaro. La donna acconsentì, ma seguì ogni movimento. Non voleva che la propria vita diventasse una questione trattata da persone che conoscevano più parole.

Quando Alda finì, rimise il pezzo di carbone nel vaso.

“L’originale resta con te. Se dovremo mostrarlo, sarà in tua presenza.”

“E se vengono a prenderlo?”

“Mia madre ha un armadio per la farina che nessuno, tranne lei, riesce ad aprire senza rovinare la porta.”

A Nessa sfuggì una risata che finì quasi in pianto. Accettò di conservare lì lo scrigno. Yrsa ascoltò la richiesta senza esigere il contenuto della cassa; chiese soltanto se la farina potesse stare in un sacco per due giorni. La dignità del gesto strinse inaspettatamente la gola di Alda.

La marea saliva quando Torben e Alda tornarono al molo. Odel si affannava con una corda grossa, cercando d’impedire alla canoa delle toppe di battere contro un palo. Il banco nuovo della barca di Torben era asciutto e pronto. La striscia del sequestro era ancora a prua.

“Perché non sei partito prima che arrivassi?” chiese Alda. “Avresti potuto prendere la barca alla prima luce.”

Torben appoggiò il piede alla bitta del molo.

“Runa aveva bisogno di qualcuno che portasse su il combustibile. Poi il tuo fabbro ha chiesto aiuto con il comandante della nave. Quando ho finito eri già qui.”

“Allora sei rimasto per dei compiti.”

La guardò in faccia.

“All’inizio.”

Un gabbiano scese tra loro e rubò un pezzo di buccia lasciato da Odel. Alda si chinò per scacciarlo ed ebbe tempo di nascondere un sorriso che non aveva intenzione di concedere. Quando si rialzò, Torben esaminava il ponte orientale.

Il ponte collegava il molo alla piccola isola della casa dei conti. Aveva cinque sostegni di legno piantati nel fango e assi trasversali coperte di sale. Leif lo aveva riparato nell’ultima estate della propria vita. Alda aveva continuato il lavoro dopo la sua morte, finché Hakon aveva affidato la manutenzione ai propri uomini.

“Quel sostegno è allentato”, disse Torben.

Lei seguì la direzione del suo sguardo. Un palo vicino all’isola si muoveva più degli altri a ogni onda. Non avrebbe dovuto muoversi tanto, nemmeno con la corrente forte.

“Restate qui.”

Alda avanzò sul ponte. Il legno era scivoloso, ma saldo sotto i primi passi. A metà vide una striscia chiara di taglio vicino a una traversa. Si accovacciò. Il cuneo che manteneva il sostegno in pressione era scomparso. Non l’aveva strappato l’acqua; c’erano schegge recenti intorno all’incastro.

Odel mise piede dietro di lei, troppo curioso per obbedire. Il ponte cedette un poco. Alda si voltò in tempo per vederlo afferrare la corda laterale.

“Arretra piano. Un piede alla volta.”

Torben era all’ingresso e si toglieva già gli stivali. Alda tese il braccio a Odel e lo fece passare avanti. Il ragazzo raggiunse il molo con il viso senza colore. Uno schianto salì dai sostegni.

Alda non cercò di correre. Distribuì il peso, facendo passi brevi, finché raggiunse la mano di Torben. Lui la tirò soltanto quando ebbe posato saldamente il piede sulla pietra. Dietro, un’estremità del ponte scese nell’acqua, portando via l’accesso all’isola.

Per un momento nessuno parlò. Odel si strofinava il viso con i palmi. Torben teneva le dita sul braccio di Alda e lei sentiva il suo pollice attraverso la lana bagnata.

Dal magazzino arrivò il rumore di una porta che sbatteva. Hakon osservava il molo dal riparo del tetto. Non sembrò sorpreso del ponte rotto.

Alda liberò lentamente il braccio.

“Voleva sapere se saremmo arrivati ai conti”, disse.

Torben guardò l’acqua tra il molo e l’isola.

“Ora sa che proveremo.”

Aspetta — Il ponte è crollato prima che Alda raggiungesse i conti. Dall'altra parte, la prova aspetta ancora.

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Domande

Prima di cadere ai suoi piedi.

Quale relazione segue questa storia?

Romance storico M/F tra adulti, ambientato sulla costa, tra mestieri, salvataggio e fiducia conquistata.

Come viene presentata l’intimità?

Tensione sensuale e baci; senza descrizioni sessuali esplicite.

Questa storia conclude la propria vicenda?

Alda e Torben hanno una storia completa e un proprio futuro sentimentale.

Passaparola.

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