La Magpie precipita
Nova
Su Vex i fulmini erano viola e mi davano la caccia.
Non era un’osservazione scientifica. Il mio computer di volo vi avrebbe detto che la cella temporalesca era un sistema convettivo alto undici chilometri, con un differenziale di carica che faceva sembrare il clima terrestre l’elettricità statica su un maglione. Il mio computer di volo vi avrebbe anche detto, con la sua vocina calma, che il motore di babordo era in fiamme.
«Lo so» gli ho detto. «Lo vedo. È molto luminoso.»
«Spinta a babordo al trentuno per cento» ha detto la Magpie. «Si raccomanda atterraggio immediato.»
«Si raccomanda di trovarmi un posto dove atterrare che non sia una scogliera.»
Sotto di me, la superficie di Vex scorreva in distese di basalto nero e vetro lucente. Pianure intere fuse da diecimila anni di fulmini, che catturavano le scariche e le rimandavano verso le nuvole, tanto che il mondo sembrava accendersi e spegnersi a intermittenza. Da qualche parte là fuori, sotto il vetro, giaceva la Meridian, una nave colonia che aveva smesso di trasmettere novant’anni prima con la stiva piena di nuclei di terraformazione. Uno di quei nuclei avrebbe saldato i miei prestiti. Due mi avrebbero comprato un motore nuovo. Tutti insieme mi avrebbero comprato una vita in cui non avrei mai più dovuto pronunciare le parole ultimo sollecito.
Avevo seguito il suo segnale fantasma attraverso quattro sistemi. Avevo attraversato la cintura di tempeste con un cargo più vecchio di me. Ero stata così vicina che potevo assaporarlo.
Poi il cielo si è allungato verso il basso e ha toccato la mia nave.
La scarica è passata attraverso lo scafo come un martello attraverso un tetto di lamiera. Tutti gli schermi sono diventati bianchi. I denti mi ronzavano nel cranio. Quando la cabina di pilotaggio è riapparsa, metà dei pannelli era buia e l’altra metà urlava, e la Magpie più che volare cadeva con una buona postura.
«Va bene» ho detto, e la voce non mi ha tremato, perché avevo trentadue anni e pilotavo navi di recupero da quando ne avevo diciannove e avevo una regola sul farsi prendere dal panico davanti alla propria nave. «Va bene, piccola. Plana con me.»
Ho lottato con la cloche. La Magpie ha lottato a sua volta. La pianura di vetro ci è venuta incontro luminosa e dura e all’ultimo secondo ho visto una cresta di pietra nera e ci ho trascinate a sinistra, e la cresta si è presa l’ala di tribordo anziché la mia faccia.
Il mondo si è capovolto due volte.
Poi si è fermato, ed è rimasta soltanto la pioggia.
Mi sono svegliata perché qualcosa mi colpiva la fronte.
Ploc. Ploc. Ploc. Acqua calda, stranamente frizzante, entrava da una crepa nel tettuccio e mi cadeva esattamente fra le sopracciglia. Le cinture si erano bloccate. La gamba sinistra era incastrata sotto una console deformata e, quando ho provato a muoverla, il dolore è arrivato prima come un suono e poi come un colore. Era rosso. Era molto rosso.
«Magpie» ho gracchiato. «Stato.»
Niente. Nemmeno un cortese segnale acustico.
Avevo sapore di rame in bocca. Sentivo odore di ozono e plastica calda e sotto qualcosa di più dolce, liquido refrigerante che perdeva da qualche parte dove non doveva perdere. Fuori, attraverso il tettuccio ridotto a una ragnatela di crepe, la tempesta illuminava il cielo di violetto, poi nero, poi ancora violetto, e in uno di quei lampi ho visto una sagoma muoversi sul vetro verso di me.
Era grande.
Voglio essere precisa, perché in seguito la gente me l’avrebbe chiesto e grande non rende l’idea. Camminava eretta su due gambe attraverso una pioggia che colpiva il suolo così forte da rimbalzare, e non si affrettava e non si incurvava. Le sue spalle erano una porta. Quando è arrivata la scarica successiva, la luce le è corsa addosso, e linee d’argento sulla pelle hanno catturato il bagliore e l’hanno tenuto un battito di troppo.
Ho fatto la cosa ragionevole. Ho allungato la mano verso la pistola d’emergenza agganciata sotto il sedile.
Non c’era. A un certo punto durante i ribaltamenti era finita da qualche altra parte, forse in un’altra dimensione.
La sagoma ha raggiunto la cabina e posato una mano sul tettuccio.
La mano era grigio-azzurra e grande all’incirca come la mia testa, e le dita erano lunghe e prive di artigli e caute. Ha fatto leva sul telaio. Poi, con un gemito di metallo che ho sentito nei molari, ha scoperchiato il tettuccio come il coperchio di una scatoletta di razioni.
La pioggia si è riversata dentro. E anche il suo odore: tempesta, fumo, cuoio oliato e qualcosa di caldo e resinoso a cui non sapevo dare un nome.
Ho guardato in alto. E ancora più in alto.
Era la persona più alta che avessi mai visto, e avevo lavorato nelle squadre di scarico su Callisto, dove alcuni facchini erano stati modificati geneticamente per la bassa gravità. Sette piedi buoni, con petto e braccia massicci, e indossava una bardatura di cuoio scuro sopra una tunica senza maniche che la pioggia gli incollava addosso. La sua pelle era del grigio-azzurro dell’ardesia dopo le intemperie. Capelli neri gli scendevano oltre le spalle in trecce intrecciate con piccoli anelli di metallo opaco. E sulle braccia, sulla gola, ai lati del viso, correvano linee d’argento sottili come filo metallico, che si curvavano e ramificavano come se il fulmine avesse scritto su di lui e lui gliel’avesse lasciato fare.
Aveva gli occhi d’oro pallido. Hanno esaminato la cabina, il sangue sulla mia tempia, la console sulla mia gamba. Poi hanno esaminato me.
Ha detto qualcosa. Era un suono basso e ruvido e pieno di consonanti che scattavano in fondo alla gola.
Dietro l’orecchio sinistro, il mio impianto linguistico ha crepitato tornando in vita per la prima volta in due giorni.
«Piccola creatura rumorosa» ha tradotto con la sua voce aziendale compassata, «ti trovi in una brutta posizione.»
«Come, prego?» ho detto.
Ha inclinato la testa come si farebbe davanti a un uccello che avesse cominciato a recitare poesie. Poi ha parlato di nuovo, più lentamente, e questa volta in Standard. Standard antico, pesante e formale, con un accento così marcato che sembrava ghiaia versata con molta educazione.
«Sei ferita. Non muoverti.»
«Non posso muovermi» ho detto. «È un po’ questo il problema principale.»
«Allora stai già obbedendo. Bene.»
Si è chinato dentro la cabina. Ha dovuto piegarsi quasi a metà per farlo, e la sua spalla ha cancellato il cielo. Una mano enorme è scivolata sotto la console che mi bloccava la gamba. L’altra si è posata, leggerissima, sullo sterno, tenendomi premuta contro il sedile.
«Farà male» ha detto. «Espira.»
«Aspetta, cosa stai…»
Ha sollevato.
La console si è alzata con uno stridio di metallo strappato e il dolore mi ha attraversato la gamba come una campana colpita, e ho imprecato in quattro lingue, una delle quali tecnicamente non parlavo. Quando sono riuscita di nuovo a vedere, lui aveva gettato la console da qualche parte fuori. Una console intera. Come un cuscino.
«Le tue cinture» ha detto.
«Sono bloccate. Lo sgancio si è inceppato…»
Ha preso la cinghia nel pugno e tirato. Si è spezzata con uno schiocco. Ha fatto lo stesso con l’altra. Poi mi ha infilato un braccio dietro la schiena e l’altro sotto le ginocchia e, prima che potessi dire probabilmente riesco a camminare, che sarebbe stata una bugia, ero fuori dal sedile e contro il suo petto e la cabina si allontanava sotto di noi.
Era caldo. È stato il mio primo pensiero stupido e nitido. La pioggia era calda, ma lui lo era di più, una fornace sotto il cuoio bagnato, e il mio corpo, che era freddo dall’incidente, si è rannicchiato verso di lui senza chiedermi il permesso.
«La mia nave» ho detto contro la sua clavicola.
«La tua nave brucia.»
«Sì, lo so, ero lì, intendo le mie cose…»
Una scarica ha colpito la pianura di vetro a mezzo chilometro di distanza. Il tuono è arrivato subito, così forte da essere fisico, e lui ha ruotato il corpo intorno al mio senza interrompere il passo, perché qualunque cosa ci venisse addosso colpisse prima lui.
Sotto la sua pelle, lungo le linee d’argento sulla gola, l’ho visto. Un debole bagliore. Che aumentava mentre guardavo. Pallido come la luce della luna, poi più forte, come se qualcosa dentro di lui fosse stato acceso e cercasse con tutte le forze di essere spento.
«Stai brillando» ho detto, perché avevo una ferita alla testa e nessun filtro.
Mi ha guardata. Gli occhi d’oro si sono stretti.
«No» ha detto, «non sto brillando.»
Il bagliore sulla sua gola si è acceso di più. Lui ha distolto lo sguardo verso la linea scura delle scogliere all’orizzonte e ha continuato a camminare.
La Magpie è esplosa dietro di noi una decina di minuti dopo.
L’ho sentito nel corpo più che nelle orecchie. La pressione dell’esplosione, una folata calda alle spalle, una luce che ha allungato la sua ombra sul vetro. Mi sono girata fra le sue braccia per guardare e lui me l’ha lasciato fare. La mia nave, la mia casa per nove anni, l’unica cosa che avessi mai posseduto senza doverne pagare delle rate, era una colonna di fuoco sotto un cielo viola.
Non ho pianto. Voglio che sia messo agli atti. Ho emesso un suono che non era pianto e lui ha finto di non sentirlo, che era la prima cosa gentile che qualcuno faceva per me da molto tempo.
«Era una buona nave» ho detto, quando ci sono riuscita.
«Ti ha portata attraverso il muro di tempesta» ha detto. «Nessuna nave della gente di fuori l’ha fatto in tutta la mia vita. Era un’ottima nave.»
Ho alzato gli occhi verso di lui. La pioggia gli scorreva sui piani duri del viso, si raccoglieva sulle ciglia, gocciolava dalla mascella. Non era bello come erano belli gli umani. Era bello come lo è una montagna, o una lama, in un modo che faceva raddrizzare il corpo prima che il cervello avesse finito di pensarci.
«Chi sei?» ho chiesto.
L’impianto ha crepitato. Lui ha risposto nella propria lingua, una lunga frase risonante, e il chip dietro il mio orecchio l’ha masticata e sputata fuori:
«Sono Kael’ran degli Ashkar, Signore della Guerra delle Sette Scogliere, Distruttore della Linea Drovek, Custode della Porta della Tempesta e colui che in questo momento ti sta portando in braccio.»
«Quest’ultima parte è un titolo?»
«Quest’ultima parte» ha detto in Standard, «è un fatto.»
«Sono Nova. Nova Reyes. Capitana. Di una nave che brucia.»
«Capitana Nova Reyes» ha ripetuto, provandone la forma. Sulla sua lingua il mio nome sembrava più pesante, come se fosse stato scolpito in qualcosa anziché soltanto pronunciato. «Sei molto lontana dal tuo cielo.»
«Non me lo dire.»
Non me l’ha detto. Mi ha portata per quella che è sembrata un’ora, attraverso il vetro e su per un sentiero a tornanti scavato nelle scogliere nere, sotto una pioggia che passava da calda a pungente e poi di nuovo calda. La gamba mi pulsava a ogni passo. Due volte mi sono assopita e mi sono svegliata trovando la guancia sul suo petto e sotto il battito del suo cuore, lento e pesante, un tamburo di guerra suonato a metà velocità.
La seconda volta mi sono resa conto di avere la mano piatta su di lui. Sopra le linee d’argento. Erano calde sotto il palmo, più calde del resto del suo corpo e, mentre guardavo, si sono illuminate di nuovo dove le mie dita toccavano.
Ho tolto la mano.
Ha lasciato uscire dal naso un respiro che poteva essere sollievo e poteva essere delusione.
«Fa male?» ho chiesto. «Brillare?»
«Non c’è nessun bagliore.»
«C’è decisamente un bagliore. Sei come una lucina da notte.»
L’impianto, ansioso di essere utile, gli ha ritradotto la frase in Vexi con una vocina metallica da qualche parte vicino al mio orecchio. Non sapevo che potesse farlo. A quanto pare l’incidente aveva scombinato qualche impostazione. Qualunque cosa avesse detto, lui ha smesso di camminare.
Mi ha guardata con un’espressione che potevo soltanto definire profondamente offesa.
«Che cosa ha detto?» ho chiesto.
«Ha detto» ha risposto con molta attenzione, «che sono una piccola lampada per bambini che hanno paura del buio.»
«Be’. Non è sbagliato.»
Qualcosa si è mosso all’angolo della sua bocca. Non era un sorriso. Era il punto in cui sarebbe andato un sorriso se lui fosse stato il tipo d’uomo che li lasciava uscire.
«Riposa, Capitana» ha detto. «Parli troppo per una che sta sanguinando.»
La roccaforte degli Ashkar era scavata dentro una montagna.
Siamo passati attraverso un cancello di ferro nero incastonato nella scogliera, oltre guardie in cuoio e bronzo che si abbassavano su un ginocchio al suo passaggio, e dentro un salone così alto che il soffitto spariva nell’ombra. Fuochi ardevano in lunghe vasche lungo il centro. Le pareti erano venate di qualcosa che brillava debolmente d’azzurro, un minerale, avrei scoperto in seguito, che beveva i fulmini e li restituiva come luce. Dappertutto c’era gente. Persone alte, dalla pelle grigia e dai segni d’argento, uomini e donne, e ognuna di loro ha smesso di fare quello che stava facendo per fissare il signore della guerra e la donna piccola, sanguinante, molto umana fra le sue braccia.
Il mormorio che si è alzato era in Vexi. Il mio impianto ha cercato di afferrarlo tutto insieme e ha prodotto una specie di minestrone.
«…creatura di fuori…»
«…dalla stella che brucia…»
«…la porta in braccio…»
«…sta BRILLANDO…»
Quest’ultima frase è arrivata da un gruppetto di guerrieri vicino al fuoco, insieme alle risate.
Kael’ran ha girato la testa e li ha guardati. Li ha soltanto guardati. Le risate si sono fermate così in fretta da lasciare un’ammaccatura nell’aria.
Mi ha portata attraverso il salone e lungo un corridoio e dentro una stanza piena di scaffali di vasi e fasci di piante secche, dove un’anziana dai segni d’argento ormai quasi bianchi sedeva accanto a un braciere, pestando qualcosa in una ciotola di pietra. Ha alzato gli occhi. Ha guardato me. Ha guardato il bagliore che si spegneva sulla sua gola. Ha guardato di nuovo me.
Poi ha detto qualcosa che gli ha fatto chiudere gli occhi come se pregasse per trovare la forza.
«Ah» ha tradotto l’impianto. «Così il cielo ti ha finalmente fatto cadere qualcosa in grembo.»
«Maer’vah» ha detto lui. Un avvertimento in qualunque lingua.
«Allora posala. Piano. La romperai. Sono fatti di guscio d’uovo, quelli di fuori.»
«Non sono fatta di guscio d’uovo» ho detto, mentre mi adagiava su una panca di pietra imbottita come se fossi davvero fatta di guscio d’uovo. «Sono fatta di dispetto e caffè.»
L’anziana, Maer’vah, si è avvicinata e mi ha esaminato la gamba. Aveva un viso come una scogliera su cui fosse piovuto per cent’anni e gli occhi dello stesso oro dei suoi. Mi ha premuto i pollici lungo la tibia. Ho fatto un rumore che non dovrebbe uscire da una capitana.
«Non è rotta» ha detto, e l’impianto me l’ha trasmesso. «Contusa fino all’osso. Uno squarcio alla testa. Vivrà.» Ha alzato gli occhi su Kael’ran. «Il che significa che sai cosa hai fatto.»
Nella stanza è sceso un gran silenzio.
Lui era vicino alla porta con le braccia incrociate e la pioggia che ancora gli gocciolava dalle trecce sul pavimento di pietra. Il suo viso si era fatto accuratamente inespressivo.
«L’ho strappata a una nave in fiamme» ha detto in Standard, a mio beneficio. «All’aperto, sotto la tempesta. Davanti a testimoni.»
«Davanti a Dhoren» ha detto l’anziana, «che a quest’ora l’ha raccontato a tutta la roccaforte.»
«Che cosa hai fatto?» Ho guardato dall’uno all’altra. «Che succede? È una cosa medica? Sto morendo? Mi stanno mangiando? Ho l’impressione che me lo direste se mi stessero mangiando.»
Kael’ran ha attraversato la stanza. Si è abbassato su un ginocchio davanti a me e perfino in ginocchio era più alto di me seduta. Da vicino, alla luce del fuoco, vedevo le cicatrici sottili sulle nocche, una piccola tacca sul bordo di un orecchio, il modo in cui le linee d’argento si diramavano sulle clavicole e sparivano sotto la tunica. Aveva gli occhi fermissimi.
«Fra gli Ashkar» ha detto, «c’è una legge più antica delle scogliere. Quando qualcuno salva la vita di uno straniero, i due sono legati. Tharen. Il salvato porta un debito e il salvatore ne porta la custodia. Non devono separarsi finché il debito non è saldato.»
L’ho fissato.
«Legati» ho detto.
«Legati.»
«Come un contratto.»
«Come un giuramento di sangue.»
«E come, esattamente» ho detto piano, «saldo un debito così?»
Ha tenuto lo sguardo fisso nel mio. Dietro il suo orecchio una sola linea d’argento ha cominciato a brillare.
«Vita per vita» ha detto. «Salvi la mia.»
L’impianto, che aveva chiaramente perso il conto di chi parlasse quale lingua, ha deciso che l’ultima parola aveva comunque bisogno di essere tradotta. È arrivata con mezzo secondo di ritardo, nella sua voce aziendale compassata, spogliata di tutto quello che la circondava:
«Mia.»
La legge dei salvati
Kael’ran
Non l’ha presa bene.
Non mi aspettavo che la prendesse bene. Nelle vecchie storie, quando un guerriero strappava uno straniero al fiume o a una frana, lo straniero piangeva e ringraziava la tempesta e pronunciava il giuramento con gli occhi lucidi. Le storie non contemplavano una piccola donna dai capelli castani con un sopracciglio spaccato e un livido grande come il mio palmo, seduta sulla panca delle cure di Maer’vah a guardarmi come se avessi appena tentato di venderle uno skarra zoppo al prezzo di uno sano.
«No» ha detto la Capitana Nova Reyes.
«Non è una domanda» ho detto.
«Tutto è una domanda se sei abbastanza testardo. No. Grazie del salvataggio, davvero, sarei finita arrosto, ma non sono legata a nessuno. Ho un’attività. Ho un partner che mi aspetta su una stazione a quattro sistemi da qui. Ho creditori che venderanno i miei organi se non mi presento con qualcosa che luccica. Mi servono una radio, un passaggio e un antidolorifico molto forte, in quest’ordine.»
Maer’vah, che aveva vissuto centotto inverni e ormai si divertiva con ben poco, si stava divertendo.
«È acuta» ha detto in Vexi. «Mi piace. Ti renderà la vita impossibile.»
«È un’ospite» ho risposto nella stessa lingua. «Ed è ferita.»
«È tharen del Signore della Guerra delle Sette Scogliere, davanti a mezza roccaforte. Sai che cosa succede se la lasci uscire da quel cancello senza legame.»
Lo sapevo. Lo sapeva ogni bambino Ashkar. Un debito di vita lasciato senza custodia era una crepa nella scogliera. Il clan l’avrebbe vista. I nostri alleati l’avrebbero vista. E Sarrik dei Drovek, che da cinque anni diceva ai clan minori che la stirpe Ashkar era diventata molle e marcia dai tempi di mio padre, l’avrebbe vista più di tutti.
Una volta mio padre aveva voltato le spalle a un legame. Era stato salvato dal figlio di uno scalpellino nelle gallerie profonde e aveva liquidato il debito con una risata, come una superstizione da contadini. Il figlio dello scalpellino era morto l’inverno dopo, in un’incursione Drovek che mio padre avrebbe potuto fermare. Il clan non l’aveva mai perdonato. Avevo nove anni. Ricordavo il silenzio nel salone quando lo attraversava. Ricordavo che nessuno lo guardava negli occhi e poi che nessuno guardava me.
Da allora avevo passato ventisette anni a fare in modo che nessuno avesse più motivo di distogliere lo sguardo da me.
«Capitana» ho detto in Standard, e lei ha alzato il mento. «Sei libera di arrabbiarti. Sei libera di maledirmi. Ma finché il debito non è saldato resterai sotto la mia custodia. Questa è la legge.»
«Sotto la tua custodia» ha ripetuto. «Che cosa significa, esattamente? Guinzaglio? Gabbia? Mi date un collarino?»
Il congegno dietro il suo orecchio, quello rumoroso, ha gentilmente reso collarino in Vexi con la parola che usiamo per l’anello da collo intrecciato che una donna dà a un uomo nella notte della loro unione.
Maer’vah si è strozzata col proprio tè.
Ho sentito il calore salirmi lungo la gola prima di riuscire a fermarlo. L’argento sul collo si è illuminato come un filo metallico colpito, e sapevo, perché l’avevo sentito, che era visibile dall’altro lato della stanza.
La Capitana Reyes ha guardato il mio collo. Poi il mio viso. La sua bocca, larga e piena e serrata in una linea dura di indignazione, si è ammorbidita in qualcosa di molto più pericoloso.
«Bene» ha detto lentamente. «Che cosa ha detto questa volta?»
«Niente» ho detto.
«Stai di nuovo facendo la cosa della lucina da notte.»
«Non c’è nessun…» Mi sono fermato. Non serviva a niente. Avevo trentasei anni standard, avevo difeso la Porta della Tempesta da tre assedi Drovek e una donna grande come uno scudo da battaglia mi faceva brillare come un ragazzo al suo primo ballo del raccolto. «Significa» ho detto a denti stretti, «che dormirai vicino a me, mangerai con me e non andrai da nessuna parte fuori dalla roccaforte senza di me. Significa che la mia spada è tua e il mio tetto è tuo e la mia protezione è tua, fino al giorno in cui mi salverai la vita in cambio.»
È rimasta in silenzio per un momento. Il fuoco ha scoppiettato.
«E se non lo facessi mai?»
«Allora sarai molto vecchia» ho detto, «e io sarò molto stanco.»
Le ho strappato una risata sorpresa, una vera, acuta e luminosa. Mi ha attraversato come il primo vento caldo dopo una lunga stagione di tempeste.
Non l’ho dato a vedere. Vorrei che fosse registrato da qualche parte. Soltanto i segni mi hanno tradito, e non potevo controllarli. Nessun maschio Vexi può. Esistono proprio per questo.
Si è addormentata sulla panca delle cure mentre Maer’vah le ricuciva il sopracciglio.
Un momento prima discuteva, dicendo all’anziana attraverso quel congegno sferragliante che aveva una tolleranza molto alta al dolore e anche una tolleranza molto bassa agli aghi, e un momento dopo la testa le era scivolata di lato contro il muro e la bocca si era rilassata. Il tè del fuoco fa questo effetto. Maer’vah lo prepara forte.
Sono rimasto vicino alla porta a guardarla respirare.
«Sta dicendo qualcosa» ha detto Maer’vah, annodando l’ultimo punto. «Va’ ad ascoltare. Le mie orecchie sono vecchie.»
Le sue orecchie non erano vecchie. Ci sono andato lo stesso. Mi sono accovacciato accanto alla panca, le labbra di Nova si sono mosse e mi sono chinato abbastanza vicino da sentire il suo respiro sulla guancia.
«La mia cassetta» ha borbottato in Standard. «La cassetta di papà. Lasciata. Sotto il sedile.»
«Quale cassetta?»
«Attrezzi.» La fronte le si è corrugata, perfino nel sonno. «L’unica cosa che mi abbia mai dato che non abbiamo venduto. Kael. Non lasciarla bruciare.»
Aveva detto il mio nome. Addormentata, stordita dal tè del fuoco, aveva detto il mio nome come se lo dicesse da anni.
Mi sono alzato.
«È buio» ha detto Maer’vah, senza guardarmi. «E la tempesta non è finita.»
«Lo so.»
«E la nave di fuori brucia ancora.»
«Lo so.»
«Porta Dhoren.»
«Dhoren parla.»
Lei ha sbuffato ed è tornata a pestare, e io sono sceso dalla montagna da solo.
La Magpie aveva smesso di bruciare quando l’ho raggiunta, perlopiù. Lo scafo era una cassa toracica nera che ticchettava e sibilava nella pioggia. La cabina, da cui avevo tirato fuori Nova, era crollata su se stessa. Ma il sedile era stato scagliato fuori quando il telaio aveva ceduto e, sotto di esso, incastrata contro la guida contorta, c’era una piccola cassetta di metallo, bruciacchiata e ammaccata, con un nome graffiato sul coperchio in lettere che non sapevo leggere.
Era così calda da riempirmi i palmi di vesciche. L’ho riportata comunque, dentro la tunica, contro il petto, per tutta la salita sulla scogliera.
Dormiva ancora quando sono rientrato, fradicio e fumante, con le mani ustionate e la fuliggine fra le trecce. Ho posato la cassetta sul pavimento accanto alla panca da cui le pendeva la mano, abbastanza vicina perché le dita la trovassero al risveglio.
Poi sono andato a lavarmi prima che qualcuno mi vedesse il viso.
Maer’vah l’ha visto lo stesso. Vede tutto. Ha detto soltanto «Mmh», nel modo particolare in cui me lo dice da quando ero in fasce, ed era peggio di qualunque altra cosa.
Maer’vah ha legato il cordone quella sera.
È un piccolo rituale, per quel genere di cose. Il salvato e il salvatore siedono davanti al fuoco della roccaforte. L’anziana intreccia un tratto di filo d’argento, filato dallo stesso minerale che illumina le nostre pareti, e lo avvolge una volta intorno al polso di ciascuno, il sinistro del salvatore, il destro del salvato. Va portato finché il debito non è saldato. Poi viene tagliato, e i due sono liberi.
Tutta la roccaforte è venuta a guardare. Naturalmente. Il signore della guerra non si era mai legato a nessuno. E adesso l’aveva fatto con una creatura di fuori dalle stelle in fiamme, piccola e zoppicante e per niente impressionata da tutto questo, come faceva sapere a gran voce.
Era seduta accanto a me sulla panca di pietra davanti al fuoco, con la gamba fasciata distesa e un mantello preso in prestito sulle spalle, uno di Maer’vah, che su di lei si ammassava fino al pavimento. Continuava a chinarsi verso di me per sussurrare domande.
«Perché tutti ci fissano?»
«Perché sei nuova.»
«Perché quell’uomo ti sorride così?»
Ho seguito il suo sguardo. Dhoren, il mio secondo, era appoggiato a un pilastro con le braccia incrociate e il viso segnato dalle cicatrici aperto nel sorriso più largo che gli avessi visto da quando eravamo ragazzi.
«Perché è un idiota» ho detto.
«Perché la vecchia continua a dire finalmente?»
«Perché anche lei è un’idiota.»
Maer’vah, che non era un’idiota e ci sentiva benissimo, mi ha dato un colpo secco sulle nocche con il suo fuso.
Poi ha preso la mano destra di Nova e l’ha girata.
Le mani di Nova erano piccole e segnate e capaci. Calli sui polpastrelli, un’ustione guarita sul dorso di una nocca, unghie tagliate corte. Mani da pilota, da meccanica. Le avevo viste cercare di raggiungere lo sgancio di quelle cinture inceppate, ancora e ancora, mentre la cabina si riempiva di fumo. Non avevano smesso di provarci.
Maer’vah le ha avvolto il cordone intorno al polso. Poi intorno al mio. Poi ha intrecciato le estremità libere fra noi e, per un momento, prima che le annodasse, le nostre mani sono rimaste fianco a fianco sul ginocchio dell’anziana, le mie dita lunghe quasi il doppio di quelle di Nova.
Nova ha abbassato gli occhi. Ho sentito il suo respiro cambiare.
«Mani grandi» ha mormorato.
Il congegno dietro l’orecchio non l’ha tradotto in Vexi. Gliene sono stato grato. Mezza roccaforte sarebbe morta dal ridere. L’altra metà mi avrebbe guardato il collo.
Io invece ho guardato il fuoco e recitato le antiche parole, sentendo il bagliore salirmi lungo la gola lo stesso.
Dhoren mi ha trovato prima che il salone si svuotasse, e non sorrideva più.
«Cavalieri sulla cresta orientale al tramonto» ha detto in Vexi, piano, vicino alla mia spalla. «Quattro. Cuoio tinto di rosso. Hanno guardato la nave di fuori bruciare, poi sono andati a nord.»
A nord c’era il passo dei Drovek. Il rosso era il colore di Sarrik.
«L’hanno vista» ho detto.
«Hanno visto la nave scendere attraverso il muro di tempesta. L’ha visto ogni clan nel raggio di cento leghe. Ti hanno visto portare fuori qualcosa.» Ha guardato oltre me, dove sedeva Nova, ancora intenta a girare il polso alla luce del fuoco per guardare il cordone catturare il bagliore. «Sarrik vorrà sapere cosa.»
Sapevo cosa avrebbe voluto Sarrik. Aveva passato tutta la vita a volere quello che c’era oltre il muro di tempesta. Armi che non avevano bisogno di un braccio che impugnasse una spada. Navi che sorvolavano le scogliere anziché assediarle. Le storie della gente di fuori erano antiche su Vex, dai giorni prima che la cintura di tempeste si ispessisse e i mercanti smettessero di venire, e Sarrik era cresciuto con tutte quelle storie come gli altri ragazzi crescevano con i canti degli eroi.
«Raddoppia la guardia al cancello» ho detto. «E sulla cresta.»
«Già fatto.» Ha esitato, cosa che Dhoren non faceva mai. «Kael. Se viene a prenderla…»
«Allora viene a prendere la Porta della Tempesta. L’ha già fatto.»
«Non ha mai avuto una ragione così buona.»
Quando mi sono girato, Nova ci guardava. Non aveva capito il Vexi, ma quel congegno sferragliante dietro l’orecchio sì, e il suo viso aveva assunto un’espressione attenta e pensierosa.
«Chi è Sarrik?» ha detto in Standard.
Dhoren, saggiamente, ha scoperto che doveva essere da un’altra parte.
Mi sono seduto di nuovo accanto a lei. Il cordone fra i nostri polsi, ancora un po’ allentato, si è posato sulla panca.
«Il signore della guerra dei Drovek» ho detto. «I nostri vicini a nord. I nostri nemici da nove generazioni.»
«E vuole me?»
«Vuole quello da cui vieni. Crede che la tua gente porti il potere di spezzare le scogliere. Lo vuole da quando era abbastanza grande da sollevare una lama.»
Ci ha riflettuto. Poi ha abbassato gli occhi sulle proprie mani piccole e segnate.
«Riparo motori» ha detto. «Male, a volte. Una volta ho rifatto al contrario i collegamenti di un’intera linea di raffreddamento e mi sono intossicata per un’ora. Se è questo che pensa della gente di fuori, resterà molto deluso.»
«Non gli serve che tu spezzi le scogliere, Capitana. Gli serve soltanto che il resto di Vex creda che tu possa farlo. E creda che gli Ashkar non siano riusciti a tenerti.»
È rimasta in silenzio per un momento. Poi ha alzato fra noi il polso legato, il filo d’argento che scintillava.
«Meno male, allora» ha detto, «che sono sotto la tua custodia.»
L’ha detto con tono asciutto, come diceva quasi tutto. Ma i suoi occhi nei miei non erano affatto asciutti.
Le ho dato la camera comunicante con la mia.
Era la stanza della consorte del signore della guerra, anche se nella roccaforte non c’era una consorte da due generazioni, ed era rimasta vuota così a lungo che le pellicce sul letto sapevano di cedro e polvere. La legge diceva che il salvato doveva dormire a portata del salvatore. C’erano altre stanze. Nessuna era a portata.
Dhoren ha portato dentro le sue cose. Erano poche. Una giacca da volo macchiata di fuliggine. Un paio di stivali. La piccola cassetta bruciacchiata degli attrezzi, che aveva trovato accanto alla panca al risveglio e non aveva più lasciato andare dalle braccia. Non mi aveva ringraziato. Aveva guardato a lungo i miei palmi fasciati, poi il mio viso, poi aveva distolto lo sguardo molto in fretta, ed era stato meglio di un grazie.
«La tua donna di fuori» mi ha detto Dhoren nel corridoio, piano, con grande gusto, «mi ha chiesto tre volte stasera dove dormi, quanto sono spesse le pareti e se le porte si chiudono a chiave.»
«Sta progettando una fuga.»
«È così che la chiamiamo?»
«Dhoren.»
«Dico solo che le pareti delle vecchie stanze della consorte sono molto sottili. Tuo nonno aveva undici figli.»
Gli ho posato la mano sul viso e l’ho spinto dolcemente contro il muro. Se n’è andato ridendo.
Quando sono tornato, lei era sulla soglia fra le nostre stanze, con una camicia di lana non tinta presa in prestito che le arrivava alle caviglie e le lasciava le braccia nude. Aveva la gamba fasciata. I capelli sciolti. Alla luce delle vene nelle pareti, la sua pelle era di un bruno caldo, arrossata sugli zigomi dal tè del fuoco di Maer’vah, e i suoi occhi erano del grigio scuro di un cielo subito prima della pioggia.
Quel pomeriggio l’avevo portata in braccio per un’ora. Avevo sentito tutta la sua lunghezza contro di me. Non mi era venuto in mente allora, sotto la pioggia e fra le fiamme, che fosse bella.
Adesso me ne sono reso conto, fino in fondo.
«Mi hai mentito» ha detto.
«Non mento.»
«Hai detto che il debito poteva essere saldato in un solo modo. Vita per vita. L’ho chiesto alla vecchia mentre fulminavi il tuo amico con gli occhi. Dice che ci sono tre modi.»
Ho lasciato uscire un respiro. «Maer’vah parla troppo.»
«Dice che posso salvarti la vita, certo. Oppure compiere un’impresa di pari peso agli occhi del clan. Oppure…» ha alzato un dito, «puoi scegliere di reclamare il debito in un’altra forma e, se siamo entrambi d’accordo, è saldato.»
«Ti ha detto qual è tradizionalmente l’altra forma?»
«No. Ha solo sghignazzato. È stato molto inquietante.»
Ho incrociato le braccia e mi sono appoggiato allo stipite di fronte a lei. Lo spazio fra noi era di un passo e mezzo. Per me è un passo solo.
«Ai vecchi tempi» ho detto, «quando un guerriero salvava uno straniero e il debito non poteva essere saldato nel sangue, il guerriero poteva chiedere invece un’unione. Una notte. Offerta liberamente. Se lo straniero acconsentiva, il debito era considerato saldato.»
È rimasta immobile.
Poi le sopracciglia sono salite, quella sana e quella spaccata, entrambe.
«Mi stai dicendo» ha detto, «che la vostra sacra legge antica dice che posso ripagarti con il sesso.»
Il congegno ha crepitato. Ha tradotto sesso nella parola Vexi, che è volgare, che nessuno usa davanti alla propria anziana e che ha pronunciato con perfetta chiarezza a un volume che sono certo sia passato attraverso le pareti molto sottili.
Da qualche parte lungo il corridoio Dhoren ha ululato.
«Ti sto dicendo» ho detto, e sentivo tutta la gola illuminata come un faro, vedevo la luce d’argento riflessa nei suoi occhi, «che è una legge che nessuno invoca da trecento anni. Che non la invocherò. Che non lo chiederei mai.»
«Perché no?»
La domanda è rimasta sospesa. Lei sembrava sorpresa di averla fatta quanto io di averla sentita.
«Perché un debito» ho detto, «è un peso. E non vorrei nessuna donna nel mio letto perché portasse un peso. La vorrei lì perché l’avesse posato.»
Le sue labbra si sono schiuse. Non ha detto niente. Mi ha guardato a lungo, il bagliore sulla gola che non si attenuava per quanto glielo ordinassi, poi più in basso, dove le linee d’argento correvano sulle clavicole e sparivano sotto la tunica.
«Che cosa significano?» ha chiesto piano. «Davvero. I segni.»
Avrei potuto mentire. Non mento.
«Rispondono» ho detto, «quando un maschio Vexi desidera.»
«Desidera cosa?»
Non ho detto niente. Non ne avevo bisogno. La luce l’ha fatto per me.
Ha deglutito. Ho guardato la sua gola muoversi. Poi, lentamente, come se si avvicinasse a un animale senza sapere se l’avrebbe morsa, ha attraversato il passo e mezzo fra noi e ha alzato la mano destra, quella con il cordone d’argento intorno al polso, verso la linea più luminosa lungo il mio collo.
Le ho preso il polso a un pollice dalla mia pelle.
Dolcemente. Avrei potuto chiuderci la mano intorno due volte per intero. Il suo battito era forte contro il mio pollice, rapido come quello di un uccello.
«Fra la mia gente» ho detto piano, «non si toccano i segni di un maschio a meno che non si faccia sul serio con la domanda che si sta ponendo.»
I suoi occhi si sono alzati verso i miei. Grigi, spalancati e senza paura.
«E quale sarebbe questa domanda?» ha sussurrato.
L’ho tenuta lì, la mano intrappolata nella mia, il battito che correva contro il mio palmo, la luce della mia stessa pelle che le dipingeva il viso d’argento.
«Chiedimelo di nuovo» ho detto, «quando non sarai ferita, e non sarai in debito, e non cercherai di andartene. Allora te lo dirò.»
Le ho lasciato il polso. Sono rientrato nella mia stanza.
E ho chiuso la porta fra noi, ci ho appoggiato la fronte e l’ho ascoltata restare in piedi dall’altro lato del legno per molto, molto tempo.
Vetro e fulmini
Nova
Al sesto giorno avevo imparato quattro cose sugli Ashkar.
Uno: facevano colazione a un volume tale da suggerire che, altrimenti, il cibo potesse scappare.
Due: non avevano una parola per privacy, che il mio impianto, quando l’avevo chiesto, aveva reso come «la condizione di essere tristi da soli.»
Tre: la loro maestra di forgia, una donna massiccia di nome Teshka con cicatrici da ustione lungo entrambi gli avambracci, sapeva fare con filo di bronzo e vetro di fulmine cose che avrebbero fatto piangere gli ingegneri di Cerere. Insieme, in cinque giorni, con gli attrezzi bruciacchiati di mio padre e le sue mani ferme, noi due avevamo trasformato un’unità di comunicazione morta della capsula di salvataggio della Magpie e un mucchio di cristallo venato d’azzurro in qualcosa che sembrava un alveare in preda a un esaurimento nervoso e che forse, se fossi riuscita a trovargli una fonte d’energia abbastanza forte, avrebbe sparato un segnale attraverso la cintura di tempeste fino a Teo.
E quattro: il Signore della Guerra Kael’ran si allenava a torso nudo.
Ogni mattina. Nel cortile sotto la forgia, sotto la pioggia grigia e calda, con le trecce legate indietro e senza tunica e, dalla vita in su, soltanto una striscia di cuoio fra lui e il cielo. Avevo una visuale perfetta dal banco da lavoro di Teshka. L’avevo notato il secondo giorno. Al quarto avevo cominciato a spostare lo sgabello.
«Lo stagno ti sta fumando» ha detto Teshka.
Ho abbassato gli occhi. Era vero. Avevo saldato un contatto all’unghia del mio pollice.
«Ahi» ho detto, in ritardo.
Ha seguito il mio sguardo verso il cortile. Kael si allenava con Dhoren, due bastoni contro uno, e vinceva senza nemmeno dare l’impressione di sforzarsi. Si muoveva come il maltempo. Piano, piano, piano, e poi dappertutto insieme. La pioggia gli scorreva dalle spalle a lenzuolate. Le linee d’argento gli curvavano lungo la schiena in disegni di fiumi ramificati, gli avvolgevano le costole e si tuffavano sotto il cuoio ai fianchi. Quella mattina erano fioche, quasi opache, del colore di vecchie monete.
Poi ha alzato gli occhi alla finestra della forgia, i nostri sguardi si sono incontrati e ogni linea sul suo corpo si è accesa come una città al crepuscolo.
Il bastone di Dhoren l’ha preso sulla spalla.
Il cortile è esploso. I guerrieri lungo i muri si sono battuti i pugni sulle cosce e hanno gridato cose che il mio impianto ha tradotto con allegra precisione.
«Colpito dagli OCCHI della donna di fuori!»
«Cade la Porta della Tempesta!»
«Qualcuno butti acqua sul signore della guerra, va a fuoco!»
Kael si è raddrizzato, ha ruotato la spalla e ha detto qualcosa a Dhoren che ha fatto smettere di ridere l’altro uomo. Poi ha alzato di nuovo gli occhi su di me, con sguardo fermo, la pelle ancora luminosa attraverso la pioggia, e non ha distolto lo sguardo finché non l’ho fatto io.
Teshka ha sospirato e mi ha tolto il saldatore di mano.
«Va’» ha detto. «Prima di dare fuoco alla roccaforte.»
Il problema del segnalatore era l’energia.
«Mi serve un nucleo» gli ho detto quella sera a cena, sopra una ciotola di qualcosa di rosso e saporito su cui avevo deciso di non fare domande. Sedevo alla sua destra sulla panca rialzata nel grande salone, con la gamba malandata appoggiata a uno sgabello che qualcuno aveva portato senza che glielo chiedessi. «Uno vero. A fusione, o almeno una cella ad alta densità. La Magpie ne aveva due. Se una è sopravvissuta all’incendio posso collegarla e chiamare il mio partner.»
«E se nessuna è sopravvissuta?»
«Allora mi serve la Meridian.»
Ha posato la coppa.
Gli avevo parlato della Meridian la seconda sera. Non di tutto. Quanto bastava: una vecchia nave colonia, un segnale fantasma, una stiva piena di nuclei di terraformazione, uno schianto novant’anni prima al margine delle pianure di vetro. Lui aveva ascoltato senza interrompere, cosa che la maggior parte degli uomini non sa fare, poi aveva detto soltanto: «La Stella Dormiente», e cambiato argomento.
«La Meridian» ha detto ora, piano, «si trova nella Distesa Infranta. Sul confine fra la terra Ashkar e quella Drovek. Nessuno dei due clan l’attraversa.»
«Perché no?»
«Perché l’ultima volta che l’ha fatto una banda di guerrieri il cielo ne ha uccisi quaranta in un pomeriggio. Il metallo della Stella chiama i fulmini. È un brutto posto.»
«È un posto da recupero. Farò in fretta.»
«Morirai.»
«Farò in fretta e con attenzione.»
La sua mano era posata sulla panca fra noi. Il cordone d’argento sul suo polso era proprio accanto al mio. Ogni volta che uno dei due si muoveva, i fili si sfioravano. Sei giorni così. Sei giorni a dormire dall’altro lato di una porta che non si chiudeva a chiave, a sentirlo muovere nella sua stanza di notte, a restare sveglia sotto pellicce che sapevano di cedro e pensare al peso della sua mano intorno al mio polso e al modo in cui aveva detto chiedimelo di nuovo.
Non gliel’avevo chiesto di nuovo. Mi ero detta che era dignità.
«Prima la Magpie» ha detto infine. «Domani, se il cielo lo permette. Se c’è un nucleo nel tuo relitto non c’è bisogno della Distesa.»
«E se non c’è?»
Ha ripreso la coppa e non ha risposto, cosa che stavo imparando a riconoscere come il modo Ashkar di dire assolutamente no, e più tardi ci litigo con te.
Quella notte non riuscivo a dormire.
Ero distesa sotto le pellicce al cedro ad ascoltare la tempesta camminare sulla montagna e l’altra cosa, quella che ascoltavo tutte le notti da una settimana: i suoni dall’altro lato della porta. Lui che si muoveva. Il cigolio di un telaio del letto costruito per un corpo di quelle dimensioni. Una volta, una lunga espirazione bassa che ha attraversato il legno e mi è scesa dritta lungo la schiena.
«Kael» ho detto, prima di riuscire a fermarmi. Non forte. «Sei sveglio?»
Una pausa. Poi la sua voce, vicina. Doveva essere disteso proprio contro la parete.
«Sì.»
«Posso chiederti una cosa?»
«Lo farai comunque.»
Ho sorriso al soffitto buio. «Hai mai visto le stelle?»
Il silenzio è durato così tanto che ho pensato di averlo offeso.
«La cintura di tempeste copre Vex da prima della nonna di mia nonna» ha detto infine. «Ci sono canti su di loro. Piccoli fuochi dietro le nuvole. Mia madre diceva che erano gli occhi dei morti, che guardavano se eravamo coraggiosi.» Un’altra pausa. «No. Non le ho mai viste.»
Mi sono girata su un fianco, verso la porta. Sotto vedevo una sottile linea di luce azzurra dalle vene nelle sue pareti.
«Non sono piccole» ho detto. «E non sono fuochi. Be’, sì, lo sono, ma sono così grandi e così lontane che la luce impiega a raggiungerti più tempo dell’intera esistenza del tuo clan. Quando sei oltre un pianeta, fuori nel nero, non c’è sopra o sotto e sono semplicemente dappertutto. Sotto i piedi. Sopra la testa. Così tante che non puoi contarle. Là fuori c’è tanto silenzio che puoi sentire il tuo stesso sangue.» Ho deglutito. «È l’unico posto in cui mi sia mai sembrato di non stare lasciando qualcosa.»
Il legno ha scricchiolato. L’ho immaginato premervi il palmo. Non l’ho immaginato con abbastanza intensità da alzarmi e aprire la porta, ma ci sono andata vicina.
«Raccontami ancora» ha detto, bassissimo.
Così l’ho fatto. Gli ho raccontato degli anelli di Saturno dalla cabina di un cargo, dell’azzurro bianco di Nettuno, della volta in cui io e Teo avevamo parcheggiato la Magpie nell’ombra di una luna e spento ogni luce ed eravamo rimasti lì a galleggiare per un’ora, senza dire niente. Ho raccontato finché la mia voce non si è fatta lenta e la tempesta lontana.
L’ultima cosa che ho sentito prima di addormentarmi è stato lui, dall’altro lato della porta, che diceva qualcosa in Vexi. Il mio impianto era troppo assonnato per tradurlo.
In seguito avrei desiderato che non lo fosse stato.
Siamo partiti all’alba in groppa a qualcosa chiamato vharl.
Aveva sei zampe, un lungo collo corazzato e il temperamento di un gatto domestico annoiato grande come una navetta. Kael è balzato in sella con un movimento solo, poi si è chinato, mi ha presa sotto le braccia e sollevata davanti a sé come se non pesassi niente, cosa che, in confronto a lui, suppongo fosse vera.
La sella era stata costruita per un Vexi. Era abbastanza grande per un Vexi e un’umana, a malapena, purché l’umana sedesse nella culla delle cosce del Vexi con la schiena contro il suo petto.
«Una disposizione dei posti molto efficiente» ho detto dopo un momento.
«È l’unica sella della roccaforte che non viene usata.»
«Ah, sì.»
«Dhoren ha preso le altre.»
«Tutte le altre?»
«È molto scrupoloso.»
Il vharl ha imboccato il sentiero lungo la scogliera con un’andatura ondeggiante e sussultante. A ogni passo oscillavo all’indietro contro di lui. Il suo petto era un muro di calore contro la mia schiena. Le braccia mi arrivavano ai lati per tenere le redini e i suoi avambracci, nudi e nervosi e percorsi d’argento, si posavano lungo le mie cosce. Abbassando gli occhi vedevo i segni sul dorso dei suoi polsi, e li ho guardati scaldarsi un po’ alla volta, come braci su cui qualcuno soffiasse, mentre scendevamo a tornanti verso il vetro.
Nessuno dei due ha detto niente in proposito.
Non mi sono appoggiata indietro contro di lui di proposito. Vorrei che fosse chiaro. È stato il vharl. Perlopiù.
Da qualche parte verso il fondo del sentiero, il suo mento si è posato leggero sulla cima della mia testa. Non credo che intendesse farlo. L’ho sentito irrigidirsi quando se n’è reso conto. Sono rimasta immobile e, dopo un po’, lui non l’ha spostato.
La Magpie era uno scheletro nero sul vetro, sepolta per metà nel proprio scafo fuso.
Sapevo che sarebbe stato brutto. L’avevo vista esplodere. Mi ha colpito lo stesso allo stomaco attraversare ciò che restava della sua stiva, vedere il telaio contorto dove c’era stata la mia cuccetta, la massa di plastica fusa che un tempo era la mia macchina del caffè. Nove anni. Era stata la prima cosa che fosse mia e restasse mia.
Kael non ha detto niente. Mi ha soltanto seguita fra i rottami, abbastanza vicino perché ne sentissi la presenza, e quando mi sono fermata in quello che restava dell’angolo cucina e sono rimasta a guardare il niente per troppo tempo, mi ha posato una mano dietro il collo. L’ha soltanto lasciata lì. Calda ed enorme, il pollice alla base del cranio.
Mi sono permessa di appoggiarmici per tre secondi esatti. Poi sono andata a cercare la sala macchine.
La cella di babordo era scoria. Quella di tribordo era intatta.
Ho fatto un rumore che è riecheggiato sulle pareti. La mano di Kael è andata alla spada prima che capisse che era gioia.
«È a posto» ho detto, spalancando l’involucro a forza. «È a posto, guarda, è al sessanta per cento, oh, meraviglia, potrei baciarti.»
Intendevo la cella. Sapevamo entrambi che intendevo la cella. Lo sguardo che mi ha rivolto sopra l’alloggiamento del motore suggeriva che fosse disposto a riaprire la questione.
Mi ci sono volute due ore per scollegarla in sicurezza. Lui teneva la luce e mi passava gli attrezzi che nominavo e descrivevo con le mani, e soltanto una volta mi ha dato la cosa sbagliata, un martinetto idraulico anziché una chiave, che poi ha esaminato con grande curiosità e chiesto di tenere. Quando abbiamo finito di imballare la cella in un’imbottitura e legarla al fianco del vharl, il cielo a ovest aveva preso il colore di un livido.
«Dobbiamo muoverci» ha detto.
Non ci siamo mossi abbastanza in fretta.
La tempesta ha superato la cresta come un muro che crolla. Un minuto prima c’era un tuono lontano e quello dopo è arrivata la pioggia, non quella calda e grigia delle scogliere ma un acquazzone duro, pungente, elettrico, che mi ha fatto formicolare la pelle e sollevare i capelli dal collo. Un fulmine ha colpito la pianura di vetro a cento metri di distanza. Poi cinquanta. Il vharl ha strillato e cercato di scappare, e Kael l’ha trattenuto con un braccio e ha trattenuto me con l’altro.
«Il metallo della Magpie» ho gridato. «Attira le scariche…»
«Lo so.» Ci ha fatti girare verso le scogliere. «C’è un riparo. Tieniti a me.»
Mi sono tenuta a lui.
Il riparo era una fessura nella roccia nera alla base della cresta, così stretta che lui ha dovuto girarsi di lato per passarci, e dall’altra parte si apriva in un tunnel. Non scavato. Cresciuto. Le pareti erano di vetro, increspato e lucido, attraversato da vene del minerale azzurro che illuminava la roccaforte. L’avevano fatto i fulmini, colpendo la roccia ancora e ancora finché non vi avevano fuso dentro un passaggio cavo attraverso la pietra. Quando la scarica successiva ha colpito la cresta sopra di noi, l’intero tunnel si è illuminato da dentro, brillando d’azzurro e violetto e bianco, e mi è sfuggito un ansito sonoro.
«Ker’tha vhen» ha detto Kael dietro di me. «Le vene della tempesta. Le usiamo come riparo sulle pianure.»
«È bellissimo.»
«Fa freddo» ha detto, pratico, e mi ha tolto dalle spalle il mantello fradicio.
Aveva ragione. La pioggia della tempesta aveva attraversato tutto quello che indossavo e, nell’aria ferma della grotta, i denti avevano cominciato a battermi così forte che li sentivo. Ha legato il vharl all’ingresso, dove si è sistemato con un brontolio offeso. Poi è tornato, si è seduto con la schiena contro la parete di vetro e ha aperto le braccia.
«Vieni» ha detto.
Ho esitato.
«Per scaldarti» ha detto. «I Vexi sono più caldi della tua gente. Ti sentivo tremare in sella. Vieni, Nova.»
Era la prima volta che mi chiamava per nome senza Capitana davanti. Mi ha smosso qualcosa di liquido in fondo al ventre.
Sono andata.
Mi ha tirata giù fra le sue ginocchia e mi ha avvolta fra le braccia, poi ha tirato intorno a entrambi il proprio mantello, asciutto dentro, e mi sono trovata in un bozzolo di calore. Era una fornace. Era un focolare. Mi sono raccolta contro il suo petto e ho sentito il tremito abbandonarmi in lunghe onde di brividi, e il suo cuore batteva lento e pesante sotto il mio orecchio, e fuori il cielo continuava a spezzarsi sul vetro.
«Meglio?» ha detto nei miei capelli.
«Mmh.»
«La gamba?»
«Va bene.» Mi faceva male. Non mi importava. «Kael?»
«Mmh.»
«Perché lo fai? Tutto quanto. La legge. Il cordone. Portarmi su per una montagna. Fulminare la gente con gli occhi perché ride di te. Avresti potuto semplicemente tirarmi fuori e lasciarmi all’avamposto più vicino. Non l’avrebbe saputo nessuno.»
È rimasto in silenzio così a lungo che ho pensato che non avrebbe risposto.
«L’avrei saputo io» ha detto infine. Poi, più basso, più lento, come se ogni parola dovesse essere strappata alla pietra: «Mio padre ha infranto un tharen una volta. Ci ha riso sopra. Un uomo ne è morto. Tutto il clan l’ha guardato attraversare il salone nella vergogna per il resto della vita, e ha guardato me camminargli accanto. Ero un ragazzo. Ho giurato che nessuno avrebbe mai più guardato il mio nome in quel modo.»
Ho sollevato la testa. Nel bagliore azzurro del tunnel il suo viso era tutto ombre e piani, l’oro degli occhi attenuato fino all’ambra.
«Allora non riguarda me» ho detto. «Il legame.»
«Non ti riguardava.» La sua gola si è mossa. «All’inizio.»
Il tunnel si è illuminato. Un fulmine ha colpito la cresta proprio sopra di noi e le pareti di vetro sono divampate bianche, e in quella luce ho visto ogni linea d’argento sul suo corpo accendersi insieme, la gola e le braccia e le clavicole e il lato del viso, luminose quanto la tempesta stessa.
«E adesso?» ho sussurrato.
«Adesso» ha detto, «sei seduta fra le mie braccia al buio e sento il tuo cuore, e mi fai domande di cui conosci le risposte.»
Avrei dovuto allontanarmi. Sapevo tutti i motivi. Avevo un partner che mi aspettava. Avevo una vita a quattro sistemi da lì che avevo passato tredici anni a costruire dal niente. In quella vita non mi ero mai permessa di restare da nessuna parte abbastanza a lungo da essere lasciata e non avrei cominciato su un pianeta di tempeste con un signore della guerra alto sette piedi che brillava quando mi desiderava.
Mio padre mi aveva cresciuta sui mercantili. Mai più di sei mesi su una rotta. Mai più di una stagione su una stazione. Ogni volta che avevo fatto amicizia con qualcuno ci eravamo spostati. Ogni volta che avevo cominciato ad amare un posto l’avevamo lasciato. Avevo imparato da piccola che il trucco era andarsene per prima, così non faceva mai male quando ti lasciavano andare.
«Me ne vado comunque» ho detto. Mi è uscita una voce ruvida.
«Lo so.»
«Appena quel segnalatore funziona chiamo Teo, salgo su una nave e me ne vado.»
«Lo so.»
«Perciò sarebbe un’idea terribile.»
«Sì» ha detto. Ha alzato la mano e mi ha racchiuso la mascella nel palmo. Mi copriva metà viso. Il pollice ha seguito la linea dello zigomo, il bordo del livido, così leggero da toccare appena. «Terribilissima.»
«Hai detto di chiedertelo di nuovo. Quando non fossi ferita, o in debito, o intenta ad andarmene.»
«Sì.»
«Sono tutte e tre le cose.»
«È vero.»
«Te lo chiedo lo stesso.»
Il suo pollice si è fermato sulla mia guancia.
Per un lungo istante mi ha soltanto guardata. Il tunnel lampeggiava d’azzurro, poi buio, poi azzurro. Sentivo il calore dei suoi segni come sole sulla pelle nuda. Sentivo anche il suo autocontrollo, nel modo in cui l’altro braccio si era irrigidito intorno alla mia schiena, nel lieve tremore della mano sulla mia mascella, una mano enorme che poteva scoperchiare una nave e teneva il mio viso come fosse vetro soffiato.
«Nova» ha detto. Era un avvertimento. Era una supplica.
Mi sono sollevata e l’ho baciato.
È stato goffo per un secondo esatto. Avevo sbagliato a calcolare la distanza, cosa facile con un uomo di quelle dimensioni, e avevo preso l’angolo della bocca. Poi lui ha emesso un suono basso nel petto, ruvido e sorpreso, la sua mano è scivolata indietro fra i miei capelli e mi ha inclinato la testa e preso la bocca come si deve.
Oh.
Oh.
Baciava come combatteva. Piano, piano, piano, e poi dappertutto. Le labbra erano calde e ferme e sapeva di fumo e qualcosa di dolce, e quando mi sono aperta per lui mi ha gemuto dentro e il suono mi è sceso lungo tutta la schiena. Il suo braccio mi ha tirata su contro di lui. Le mie mani hanno trovato il suo petto, la gola, le linee d’argento che bruciavano sotto i palmi come un filo sotto tensione. Ha tremato quando le ho toccate. Ovunque andassero le mie dita la luce si accendeva di più, finché tutto il tunnel è sembrato brillare di lui e non della tempesta.
Ha interrotto il bacio. Appena. La fronte premuta contro la mia. Respirava forte, e anch’io.
«Le hai toccate» ha detto, roco.
«Facevo sul serio con la domanda.»
«Sai cosa stai chiedendo?»
«Credo» ho detto, «di saperlo da quando hai scoperchiato la mia nave.»
Gli è uscito un suono, metà risata, metà qualcosa di molto più affamato. La sua mano si è stretta fra i miei capelli, quanto bastava perché lo sentissi.
«Allora ascoltami» ha detto. «Quando comincerò non vorrò fermarmi. Né per la tempesta. Né per la legge. Per nient’altro che la tua parola. Perciò, se vuoi che mi fermi, Nova, dimmelo adesso, e ti riporterò a casa in braccio e non ne parlerò mai più.»
Un fulmine si è spezzato sulla cresta. Il vetro è divampato intorno a noi. Nella sua luce i suoi occhi erano oro fuso puro e fissi nei miei, in attesa.
Gli ho posato la mano piatta sul segno più luminoso del petto, proprio sopra il cuore, e l’ho sentito battere contro il mio palmo.
«Non» ho detto, «fermarti.»
















