Il ghiaccio che serviva a entrambi
Ivy
Ivy Sloan aveva prenotato la pista per centoventi persone e una banda di ottoni, e un uomo era sdraiato di traverso all’ingresso con un bastone da hockey sul petto.
Non era ferito. Lo accertò prima di concedersi di andare su tutte le furie. Aveva gli occhi aperti, la scarpa destra agganciata sopra la sinistra, e un bambino con il casco cercava di trascinarlo all’indietro tirando il bastone. L’uomo si lasciò scivolare di un paio di centimetri, emise un teatrale verso di sconfitta e lasciò che il piccolo festeggiasse come se avesse spostato una montagna.
“Ecco”, disse al bambino, “perché teniamo il peso indietro.”
“Stai barando”, disse il piccolo.
“Certamente. Ma intanto ti insegno qualcosa.”
Ivy era ferma sul tappeto di gomma fuori dalla porta della pista, con la borsa di tela verde che le segava la spalla. La battuta era buona. Il momento era pessimo. La pattinata di beneficenza sarebbe cominciata di lì a tre giorni e il complesso ricreativo le aveva promesso la pista pubblica, quella mattina, per un sopralluogo sull’allestimento. Aveva volontari in attesa nell’atrio, un corriere che chiedeva quale ingresso usare per lo scarico e una sorella che voleva una decisione sui tovaglioli del matrimonio prima di mezzogiorno.
Aveva trentun anni. Era tornata a casa per un weekend lungo. Già rimpiangeva la sbrigativa impersonalità della città, dove la gente poteva rovinarle i piani senza ricordarsi del suo taglio di capelli a tredici anni.
L’uomo si alzò facendo leva sul bastone invece di accettare la mano che il bambino gli tendeva. Indossava una maglia color ardesia sopra pantaloni neri da allenamento e aveva corti riccioli neri schiacciati da un lato dal casco che si era tolto. Le sue spalle avrebbero richiesto una porta più larga. Quando la vide, il suo sorriso lasciò intendere che era abituato a farsi perdonare lo spazio che occupava.
“Tu devi essere la banda di ottoni”, disse.
“Sono la persona che ha prenotato.”
Lui guardò il ghiaccio da sopra la spalla. “Anch’io.”
Fu allora che lo riconobbe, anche se l’ultima volta che l’aveva visto era nascosto sotto l’attrezzatura da portiere. Noel Hart. Suo padre lo aveva allenato da adolescente, quando Len Sloan credeva che la cura per quasi ogni difficoltà umana consistesse nel piegare le ginocchia. Adesso Noel giocava da professionista in una lega minore, di cui Len parlava come se la stampa nazionale gli avesse fatto un torto personale non seguendo ogni partita.
Ivy aveva visto la sua fotografia su una locandina del centro. Nella foto sembrava abbastanza serio da fermare perfino il maltempo.
Di persona aveva un piccolo adesivo a forma di pinguino sulla manica.
“Il corso è sull’altra pista”, disse.
“Non prima delle undici. Stanno facendo manutenzione. Ci hanno spostati.”
“Senza avvisarmi.”
“Forse immaginavano che potessi leggere l’email.”
“Quale email?”
Lui fece una smorfia. “Allora è proprio grave.”
La madre del bambino si avvicinò e ringraziò Noel mentre stringeva la sciarpa del figlio. Noel si accovacciò per mostrare al piccolo come portare il bastone senza colpire nessuno alle ginocchia. Non affrettò la dimostrazione solo perché Ivy lo fulminava con lo sguardo. Questo la irritò quasi quanto il fatto che lo rispettasse per averlo fatto.
Quando se ne furono andati, estrasse un programma piegato dalla tasca della giacca. Ivy tirò fuori la propria copia. Affiancarono i fogli, e l’ottimismo amministrativo del complesso ricreativo si manifestò in identiche fasce orarie assegnate a eventi diversi.
“Siamo qui tutti e due”, disse Noel.
“Questa è una descrizione. Mi serve una soluzione.”
“Buongiorno anche a te.”
Ivy distolse lo sguardo dal foglio e lo trovò di nuovo sorridente. Ora era un sorriso più piccolo, quasi un invito a smettere di mordere prima che uno dei due sanguinasse. Posò il programma sul bancone fra loro.
“Buongiorno. Ho una squadra di volontari che ha preso ore di permesso dal lavoro. Devo mostrare loro il percorso d’ingresso e la disposizione dei posti. Il tuo corso blocca entrambi.”
“Al mio corso c’è chi ha attraversato la città in autobus perché questa è l’unica lezione per principianti che può permettersi. La banda potrà aspettare dieci minuti.”
“La banda non è qui. Quella viene domenica. E non salirà sul ghiaccio.”
“Un sollievo per i suonatori di ottoni di tutto il mondo.”
Lei serrò le labbra. Lui se ne accorse e sembrò compiaciuto, quell’uomo esasperante.
Andarono insieme nell’ufficio della responsabile. Noel camminava un po’ rigido dopo essere rimasto seduto sul tappeto, ma non zoppicava. Ivy sapeva del suo vecchio infortunio alla caviglia destra solo perché suo padre ne aveva descritto la riabilitazione durante diverse telefonate domenicali che lei non era riuscita a troncare con garbo. Noel aveva ricevuto il via libera per giocare. Questo non voleva dire che dovesse passare la mattina a trascinare attrezzature per lei.
Le dava fastidio che stesse già adattando un piano di lavoro al suo corpo.
Paula, la responsabile, aveva l’espressione di chi stava aspettando che entrambi i programmi diventassero reali nello stesso momento. Le dispiaceva, disse. Il cambio di turno della manutenzione aveva costretto a spostare il corso. La prenotazione per la beneficenza era stata inserita prima che le prove del matrimonio estendessero l’uso della sala. Tutti avevano dato per scontato che l’allestimento potesse procedere intorno all’hockey.
“Tutti tranne chi doveva occuparsene”, disse Ivy.
Paula incassò senza discutere. Ivy si sentì un po’ più in colpa per il tono usato. Il complesso aveva due piste, un’ala per l’attività fisica, una piccola piscina e più associazioni di quante un unico calendario potesse accontentare. Era una struttura vasta e utile, ai margini suburbani della città, e il suo bilancio sembrava sempre impegnato a trattare con un tetto nuovo.
“Possiamo far passare i volontari dall’atrio adesso”, propose Noel. “Sposto l’ultimo esercizio in fondo alla pista. Avrete l’ingresso fra quindici minuti.”
“Devo provare il percorso senza gradini. Non soltanto starci ferma.”
Lui smise di sorridere. “Allora dobbiamo farlo come si deve.”
Il cambiamento fu tanto immediato da sorprenderla. Si era aspettata un’altra battuta, forse l’insinuazione che stesse complicando un compito da poco. Invece lui chiese a Paula quale cancello si aprisse di più e se la panca mobile fosse stata spostata dopo l’ultima lezione di pattinaggio adattato.
Ivy si voltò verso di lui. “Ne hai organizzata una?”
“Ho dato una mano. A organizzarla sono stati altri.”
“Una bella distinzione.”
“È tutta la mattina che aspetto di azzeccarne una.”
Paula trovò la chiave del cancello. Concordarono una breve sequenza: i volontari nell’atrio, l’ultimo esercizio del corso sulla metà più lontana, poi la pista vuota mentre Ivy verificava il percorso. Nessuno avrebbe spostato barriere finché ci fossero stati pattinatori di passaggio. La soluzione era pratica, e a Ivy non piaceva scoprire quanta parte della sua rabbia aspettasse soltanto che qualcuno prendesse sul serio la questione dell’accessibilità.
Nell’atrio i volontari erano seduti su una panca sotto il manifesto di una nuotatrice sorridente. Una aveva portato biscotti fatti in casa. Un altro un metro pieghevole. Salutarono Ivy come se lei non avesse passato dieci minuti a immaginare l’annullamento di un intero weekend.
Spiegò il ritardo, illustrò il nuovo ordine delle attività e chiese se qualcuno avesse bisogno di andarsene all’ora prevista in origine. Due persone sì. Assegnò loro per prime le misurazioni dell’ingresso. Un piano utile partiva dalle persone davvero disponibili, non dalle loro versioni eroiche che lei poteva evocare sulla carta.
Noel uscì con una scatola di caschi di scorta. L’adesivo del pinguino era migrato dalla manica al davanti della maglia.
“Dove li vuoi?”
“Dipende se hai intenzione di nasconderci sotto un’altra prenotazione.”
“Solo un coro di bambini. Piccolissimo. Ci sta nella scatola.”
Una volontaria rise. Ivy gli indicò il bancone del deposito, poi abbassò lo sguardo prima che lui la sorprendesse a sorridere.
Il sopralluogo durò quaranta minuti. Per una carrozzina più grande occorreva avvicinarsi al cancello senza gradini da un’altra angolazione. La panca mobile poteva essere spostata, ma soltanto dopo le rastrelliere dei pattini. Ivy disegnò la sequenza mentre Noel terminava il corso; poi lui tornò per aiutare Paula a provarla con un carrello vuoto per l’attrezzatura di larghezza simile. Nessuno pretendeva che il carrello riproducesse l’esperienza di una persona. Servì però a mostrare dove la curva fosse troppo stretta.
“Dovremmo chiedere a Mara di controllare”, disse Noel. “Conosce questo cancello meglio di me.”
Mara era una delle volontarie di Ivy, una donna che non voleva essere presentata soprattutto attraverso la sedia a rotelle che usava. Ivy aveva fissato con lei una verifica del percorso per venerdì, quando l’allestimento sarebbe stato più vicino a quello definitivo. Lo disse a Noel.
“Bene”, rispose lui. “Così posso smetterla di tirare a indovinare.”
Quelle parole lo resero più attraente delle sue spalle. Ivy avrebbe preferito che avesse tenuto separate le due cose.
Alle undici, dopo che il corso si fu trasferito sulla pista giusta, Ivy rimase a segnare con il nastro il percorso d’ingresso proposto sul pavimento asciutto. Noel le portò il rotolo che aveva lasciato sul bancone. Si accovacciò accanto a lei e ne tenne un’estremità mentre lei lo faceva aderire.
“Per cosa raccogliete i fondi?”
“Buoni per i trasporti e attrezzatura in prestito per il programma invernale dei principianti. Milleottocento dollari bastano per cominciare.”
“Un buon inizio.”
“Non è una struttura nuova. Nessuno vuole una fotografia accanto a un buono per l’autobus.”
“Io sì.”
Lei alzò lo sguardo. La sua espressione era aperta, senza quella difesa scherzosa che usava quando lei sembrava irritata. Vicino al sopracciglio sinistro aveva una cicatrice pallida, non abbastanza scenografica per una locandina. Si chiese quante fotografie del suo viso fossero state scattate da persone che non l’avevano mai notata.
“Lo dici adesso.”
“Mettimi accanto al buono meno affascinante. Facciamo una prova.”
Il nastro gli si appiccicò al pollice. Ivy lo prese con delicatezza, lo staccò e sentì il calore sorprendente della sua pelle nell’aria refrigerata. La mano di lui rimase immobile finché lei non la lasciò. Poi Noel si alzò e le porse il rotolo.
“Ho una telefonata”, disse. “Possiamo rivedere gli orari condivisi, dopo? Venerdì c’è un gruppo ad accesso libero che non compare su nessuno dei due programmi.”
“Ma certo che c’è.”
“Cerca di non odiarli prima di averli conosciuti. Quasi tutti hanno più anni di noi due e sono più bravi a discutere.”
Lei non promise niente. Lui se ne andò con una risata che lo seguì lungo il corridoio.
Il telefono squillò mentre Ivy stava sistemando la borsa. Sullo schermo apparve il viso di June, capovolto in una foto scattata anni prima a una fiera. Ivy rispose e sentì sua sorella chiederle se avesse un accompagnatore per il matrimonio.
“Ho una piantina dei posti a sedere.”
“Non è la stessa cosa.”
“Occupa le mie serate e si rifiuta di ascoltare. Ci siamo quasi.”
June rise. Poi tacque in un modo che fece smettere a Ivy di cercare le chiavi.
“Papà ha chiesto se doveva invitare Oliver.”
Ivy chiuse gli occhi. Oliver non era un ex. Era proprio quello parte del problema. Era un amico di casa che tutti tentavano di promuovere a qualcosa di più da quasi dieci anni. Si volevano molto bene alla distanza che Ivy aveva sempre scelto. Suo padre trattava quella distanza come un temporaneo problema d’incastri.
“No”, disse.
“È quello che gli ho detto. Tess ha detto che se lui aggiunge una persona, lei aggiunge tutto il suo corso di stampa. Questo l’ha frenato.”
“Adoro Tess.”
“Bene. Me la tengo. Comunque puoi portare qualcuno, se vuoi. Oppure nessuno. Mi serve solo il numero delle sedie entro stasera.”
Ivy guardò il ghiaccio attraverso il vetro. Una nuova traccia lasciata dalla levigatrice lo attraversava in curva, liscia e provvisoria. “Nessuno va bene.”
“Allora nessuno avrà il posto accanto a te. Lo lascio libero, così ci puoi mettere la borsa.”
La gentilezza la colse alla sprovvista. Ringraziò sua sorella, le chiese dei tovaglioli e promise di raggiungerle dopo pranzo. Quando la telefonata finì, trovò suo padre in fondo al corridoio con due caffè.
“Sembri impegnata”, disse Len.
“È un travestimento convincente.”
Le porse un bicchiere e le baciò un lato della testa. I capelli gli erano diventati quasi completamente bianchi dall’ultima volta che lei si era fermata più di un weekend. A sessantotto anni portava ancora la vecchia giacca da allenatore, anche se non aveva più una squadra a cui dare ordini. La pensione lo aveva lasciato alla ricerca di persone bisognose di consigli prima ancora che se ne rendessero conto.
Si sedettero sulla panca dell’atrio. Lui le chiese del lavoro. Lei gli disse che, dopo anni di contratti a termine, lo studio in città avrebbe potuto offrirle un posto fisso nella gestione dei progetti. Lui osservò che sembrava incerto, e lei sentì la fitta familiare prima di ricordarsi che si riferiva al futuro, non alle sue capacità.
“Quasi tutto lo è finché non succede”, disse.
“Potresti fare un buon lavoro qui.”
“Sto facendo un buon lavoro qui, questo weekend.”
“Sai cosa intendo.”
Lo sapeva. Ecco perché il caffè d’un tratto sembrava troppo dolce.
Noel passò per il corridoio mentre parlavano. Len si alzò per salutarlo con una pacca sulla spalla e quella gioia rumorosa che riservava agli ex giocatori sopravvissuti ai suoi consigli. Noel ricambiò il saluto con calore, ma gli occhi andarono a Ivy prima che rispondesse a una domanda sulla caviglia.
“Via libera su tutto”, disse. “Continuo a lasciare le gare di sollevamento a chi ha articolazioni meno costose.”
“Dovresti passare da casa”, disse Len. “Domani ceniamo insieme, prima che cominci il caos delle prove. Ivy ti può dire a che ora.”
A quanto pare Ivy poteva dire tutto a tutti tranne cosa prevedesse il proprio weekend. Aprì la bocca, ma Noel parlò per primo.
“Solo se Ivy vuole un’altra persona da organizzare. Sta già gestendo mezzo edificio.”
Len rise. Ivy guardò Noel e non trovò un sorriso in attesa di gratitudine. Le aveva affidato la decisione e aveva continuato a parlare, così lei poteva prenderla senza diventare l’oggetto di un silenzio.
“Ti mando l’orario”, disse.
Quando Noel si fu allontanato, Len lo seguì con gli occhi per un momento e scosse la testa con affetto.
“Un bravo ragazzo. I giocatori di hockey, però, sono una fonte di guai. Ricordatelo.”
Ivy si voltò verso di lui. “Ho trentun anni.”
“Un fatto che non ha mai reso immune nessuno.”
“L’hai appena invitato a cena.”
“A cena, appunto.”
Lei si alzò portando con sé il caffè. Lui sorrideva, ma dentro la battuta c’era la vecchia regola. I suoi giocatori erano sempre appartenuti a un mondo eccitante e inaffidabile dal quale credeva di poter proteggere le figlie tracciandone i confini. Ivy si era costruita un’intera carriera oltre quei confini. Lui continuava a darle istruzioni come se dovesse chiedere quale cancello poteva usare.
Gli baciò la guancia e gli disse che si sarebbero visti l’indomani. Le costava meno di un’altra discussione nell’atrio.
Fuori dall’ufficio Noel la aspettava con i programmi. Non si era allontanato abbastanza da non sentire la conversazione. Ora aveva un’espressione cauta.
“Guai?” chiese.
“A quanto pare.”
“Dovrei chiedere scusa per l’intera professione.”
“Comincia dalla doppia prenotazione. Poi allargati.”
Lui si appoggiò alla parete, lasciando libero il corridoio. “Prima ho sentito tua sorella al telefono. Non la parte privata. Il pezzo sul numero di sedie.”
“In questo edificio hanno tutti un ottimo udito.”
“Il mio è soprattutto selettivo. Mi chiedevo se ti andasse di mettere me su quella sedia vuota.”
Ivy lo fissò. Sembrava del tutto serio, e questo rendeva la proposta più allarmante.
“Per migliorare la disposizione dei posti?”
“Come accompagnatore. Per il weekend. Abbiamo già una cena in comune, e preferirei passarla accanto a qualcuno che mi dice quando mi comporto da idiota.”
Lei strinse le dita intorno al bicchiere. “Sembra un accordo impegnativo.”
“Io so gestire le critiche. Tu sai gestire tuo padre. Potremmo darci un po’ di respiro a vicenda.”
Per una volta, Ivy non aveva una risposta pronta.
Condizioni per un accompagnatore
Ivy
Ivy non accettò l’offerta di Noel in un corridoio dove suo padre poteva tornare con altre opinioni. Gli chiese di raggiungerla al bar dall’altra parte del parcheggio venti minuti dopo. Poi uscì nella debole luce primaverile, gettò in un cestino il caffè che non aveva toccato e chiamò sua sorella.
“Non spostare ancora la sedia della mia borsa”, disse.
June emise un suono simile a quello di chi scopre un regalo impacchettato in fondo a un armadio. Ivy la interruppe prima che potesse azzardare un nome.
“È una possibilità. Non un annuncio.”
“Allora sarò interessata in silenzio.”
“Tu non fai mai niente in silenzio.”
“Ecco perché Tess parla piano. Compensiamo.”
Ivy sorrise suo malgrado. Il matrimonio non era una trappola che sua sorella le aveva preparato. Era un evento per cui June e Tess avevano risparmiato un anno intero, e Ivy voleva arrivarci con qualcosa di più generoso di un umorismo difensivo. Voleva stare accanto a loro ed essere felice senza che qualcuno cercasse di aggiustare la persona non sposata al margine della fotografia.
Noel era già al bar quando arrivò. Aveva scelto un tavolo vicino alla finestra laterale, con la schiena contro il muro e una sedia vuota accanto anziché di fronte. Ivy si sedette su quella di fronte. Un angolo della bocca di lui fremette, ma le fece scivolare il menu davanti senza commentare.
“Non sei obbligata a farlo”, disse.
“Un’ottima condizione di partenza.”
“Sto cercando di sembrare affidabile.”
“Allora smettila di sorridere ogni volta che mi vedi irritata.”
“Servirà un cambiamento nella tua espressione, oppure uno sforzo eroico da parte mia.”
Lei rise prima di riuscire a impedirlo. Lui sembrò sorpreso da quel suono, poi contento, in modo più sommesso di quanto lei si aspettasse. Lo spazio fra le loro tazze sembrò cambiare.
Ordinarono panini. Noel chiese tè invece di caffè. Quando Ivy sollevò un sopracciglio, disse di aver notato che non aveva bevuto quello che le aveva dato suo padre.
“Era troppo dolce”, disse lei.
“Allora dimmi cosa vuoi. Possiamo cominciare da una bevanda e procedere da lì.”
Lei ordinò alla cameriera e provò un assurdo calore nel sentirsi porre una domanda tanto semplice senza una teoria di famiglia appesa alla risposta.
“Perché hai bisogno di un’accompagnatrice?” chiese quando la cameriera si fu allontanata.
“Non ne ho bisogno. Mi farebbe piacere avere compagnia alla cena da tuo padre, e la tua mi piace più di quanto sembri aspettarti.”
“Mi conosci appena.”
“So che non hai permesso a Paula di risolvere il problema del cancello dicendo a una donna in carrozzina di aspettare qualcuno che le portasse l’attrezzatura.”
“Non è un motivo per fingere che stiamo insieme.”
“No. È un motivo per voler passare una serata con te.”
Aveva smesso di rendere facile liquidare l’offerta. Ivy abbassò gli occhi sulle mani. Un bottone sul polsino del cardigan era infilato nell’asola sbagliata, un piccolo errore che cercava di ignorare da quando erano alla pista. Lo sistemò e desiderò che lui non l’avesse guardata.
“La parte in cui fingiamo”, disse lui, “serve soltanto se vuoi che la tua famiglia smetta di presentarti gente. Non dobbiamo farlo per forza. Possiamo andare da amici. Possiamo mangiare i panini adesso e non parlarne più.”
“Mio padre deciderà comunque che stai cercando di uscire con me. Sa trascinare un’accusa del genere per un pasto intero.”
“Allora gli diamo una risposta su cui non avrà bisogno di indagare.”
“Non hai mangiato con lui di recente.”
Noel si appoggiò allo schienale. “Ricordo le lunghe pause prima che ci spiegasse cosa avevamo sbagliato nel terzo tempo.”
“Adesso lo fa con le patate.”
Arrivarono i panini. Ivy aspettò che la cameriera si fosse allontanata prima di fare la domanda che le importava più degli aspetti organizzativi.
“Cosa succede quando parto?”
“Parti.”
“E cosa diciamo?”
“Che il weekend ci è piaciuto. Che le nostre vite sono in posti diversi. Qualcosa di vero.”
Lei studiò il suo viso. La luce della finestra scaldava la sua pelle, rendendo più visibile la piccola cicatrice vicino al sopracciglio. Sembrava più grande dell’uomo sulla locandina del corso e meno sicuro di essere desiderato di quello sulla porta della pista. C’era gentilezza nella sua disponibilità a lasciare che l’accordo finisse senza attribuire colpe.
Quella gentilezza la rendeva meno tranquilla nell’accettare.
“La beneficenza deve restarne fuori”, disse.
“D’accordo.”
“Nessuno dona perché siamo una coppia. Nessuno pubblicizza la possibilità di conoscere la tua ragazza per cinquanta dollari.”
“Ne vorrei più di cinquanta.”
Lei lo guardò.
“D’accordo”, ripeté lui, ora serio. “Niente donazioni legate a noi.”
“Niente baci a sorpresa.”
“Niente contatti a sorpresa?”
“Il contatto si può negoziare. Per un bacio serve una domanda.”
Lui annuì. “Se uno dei due dice pausa, interrompiamo la recita e ci lasciamo spazio. Nessuna spiegazione necessaria in pubblico.”
“Ci hai riflettuto.”
“Ho passato troppo tempo in stanze dove la gente dà per scontato che sorridere significhi dire sì a tutto. Non mi piace.”
Ivy accolse quelle parole senza costringerlo a raccontare qualcosa di peggio per giustificare il limite. Aggiunse che nessuno dei due avrebbe inventato un passato elaborato. Potevano dire che si erano conosciuti attraverso la pista e volevano passare il weekend insieme. La prima parte era vera. La seconda, ammise fra sé, diventava meno falsa ogni minuto.
“Le foto?” chiese lui.
“Chiedimi prima di pubblicare qualcosa in cui mi si riconosce. Io farò lo stesso. June e Tess hanno le proprie regole per il matrimonio.”
“E tuo padre?”
“Può avere un’opinione. Non può votare.”
Noel prese il tè. “Credo che questa sia la condizione che preferisco.”
Lei tirò fuori il telefono e mandò un messaggio a June: Porto Noel Hart. Niente discorsi.
La risposta arrivò quasi subito: Quale di noi due stai avvertendo?
Ivy posò il telefono con lo schermo in giù. “Si comporterà bene. Più o meno.”
“Ti andrebbe di essere la mia accompagnatrice questo weekend?” chiese Noel.
La franchezza della domanda smosse qualcosa sotto le sue costole. Non aveva trattato l’elenco delle condizioni come un consenso a tutto ciò che conteneva. Aspettava la parte che poteva dare solo lei.
“Sì”, disse. “Con tutte le precisazioni che abbiamo appena discusso.”
“Naturalmente. Senza non ti riconoscerei.”
Terminarono il pranzo parlando del programma del corso. Al gruppo ad accesso libero serviva il venerdì pomeriggio, e a Ivy serviva quella fascia oraria per cronometrare il percorso con Mara. Noel propose di fare la prova prima dell’arrivo del gruppo, anziché togliergli la sessione. Ivy gli chiese se dopo potesse aiutare a spostare l’attrezzatura fuori dal ghiaccio. Lui disse di sì, entro il suo limite di sollevamento, poi le spiegò quale fosse senza fingere di scherzare.
Lei lo annotò accanto alle altre condizioni del lavoro. Il suo corpo non era un favore inesauribile legato a un nome famoso.
Prima che se ne andassero, la cameriera portò il conto su un piccolo vassoio di metallo. Noel allungò la mano, poi si fermò quando Ivy tirò fuori la carta.
“Separati?” chiese.
“Oggi sì. Ti ho invitato a una trattativa. Dovrei almeno finanziare il mio interrogatorio.”
“La prossima volta offro io, se mi inviti da qualche parte senza un ordine del giorno.”
L’invito era abbastanza leggero da poterlo lasciar cadere. Ivy scoprì di non volerlo fare. Diede la carta alla cameriera, aspettò che fossero soli e gli chiese se conoscesse il forno sulla sua via.
“Quello con le girelle alla cannella?”
“Potrei essere disponibile per una. Senza redigere un verbale.”
Lui abbassò gli occhi sul vassoio, sorridendo. “Questo sì che sembra costoso.”
Decisero di fermarcisi prima di cena se la prova del percorso fosse finita in tempo. Una piccola possibilità, subordinata al lavoro quotidiano. Ivy ripose la carta e si chiese quando il weekend avesse acquisito qualcosa che le sarebbe dispiaciuto perdere.
Quel pomeriggio incontrò June e Tess nella sala del centro, dove si sarebbe tenuto il matrimonio dopo la pattinata di beneficenza di domenica. La sala apparteneva al complesso ricreativo ma si poteva raggiungere senza attraversare l’atrio della pista. Per Tess era importante: voleva che il matrimonio sembrasse il loro, anziché un prolungamento della carriera da allenatore di Len.
June era in piedi su una sedia e fissava un campione di carta alla parete. Tess teneva ferma la sedia con entrambe le mani e aveva l’aria di chi stesse riconsiderando il matrimonio con una famiglia che trattava le scale come un accessorio facoltativo.
“Scendi”, disse Ivy a sua sorella.
“Ho quasi finito.”
“Hai finito adesso.”
June scese con un sorriso. Aveva il naso dritto del padre e nessuna della sua diffidenza verso le manifestazioni pubbliche di gioia. A ventotto anni era diventata una donna capace di dire che voleva fiori di carta e intenderlo davvero, senza controllare se qualcuno li ritenesse abbastanza raffinati.
Tess, trent’anni, aveva un dito macchiato d’inchiostro e un metro da sarta intorno al collo. Salutò Ivy con un abbraccio, poi le porse una pila di campioni di tessuto.
“Noel Hart?” chiese June.
“Niente discorsi.”
“Sto facendo una domanda oggettiva. È molto alto. Questo influisce sulle fotografie.”
“Non dovete metterci nelle fotografie.”
“Lo so.” Il tono scherzoso di June si attenuò. “Sono felice che tu venga con qualcuno che hai scelto tu. Tutto qui.”
Ivy fu sul punto di dirglielo. L’accordo non era vergognoso. Ma non era nemmeno qualcosa che volesse far gestire a sua sorella insieme alle promesse nuziali e all’apparecchiatura dei tavoli. Disse che l’aveva scelto lei e lasciò la parte più complicata per dopo.
Tess accostò alla parete due tonalità di crema. Ivy scelse la più calda. Discussero piacevolmente sulla larghezza dei nastri, scoprirono che i portacandele presi in prestito avevano altezze diverse e decisero che una differenza poteva sembrare voluta, se ripetuta su abbastanza tavoli.
Nel tardo pomeriggio Noel arrivò a ritirare la scatola dei caschi del corso dal deposito adiacente alla sala. June lo vide dalla porta aperta e lo chiamò dentro con l’allegra autorità di una sposa che aveva già negoziato con un servizio di catering.
Lui si fermò sulla soglia. “Interrompo?”
“Quasi certamente”, disse June. “Entra lo stesso.”
Lui guardò Ivy. Lei annuì. Solo allora attraversò la stanza.
“Ho sentito che adesso sei un problema nostro”, disse Tess.
“Un impegno a tempo determinato”, rispose lui, poi sembrò vagamente allarmato dalla propria scelta di parole.
Ivy rise. June rise ancora di più. L’atmosfera nella stanza si distese intorno a lui, e Noel aiutò a tenere il tessuto campione contro un tavolo mentre le spose ne controllavano la caduta. Non trasformò ogni compito in un’esibizione di forza. Seguì le istruzioni, chiese dove fossero gli spilli e ammise di non riuscire a distinguere due tonalità d’avorio sotto le luci fluorescenti.
“Una qualità promettente in un accompagnatore”, disse Tess a Ivy. “Non finge di sapere le cose.”
“Dagli tempo”, disse Ivy.
Lo sguardo di Noel incontrò il suo sopra il tessuto. “È mia intenzione.”
Erano parole pacate. Lei le sentì comunque sulla pelle.
Len arrivò poco prima della chiusura della sala. Vide Noel accanto a Ivy e si fermò abbastanza a lungo perché il silenzio diventasse una domanda. June lo riempì prima che lui potesse scegliere come esordire.
“Noel viene a cena domani e al matrimonio domenica. Ivy me l’ha già detto. Siamo esattamente trentotto adulti e nessuno aggiunge un Oliver.”
“Non stavo aggiungendo nessuno”, disse Len.
Tess sollevò un sopracciglio.
“Non più”, rettificò lui.
Noel posò il tessuto, mantenendo un po’ di distanza da Ivy. Salutò Len, poi aspettò mentre il padre di lei cercava di ricomporre la propria espressione in qualcosa di ospitale. Ivy osservò lo sforzo con un misto d’affetto e stanchezza. Gli voleva bene. Era stanca di far sembrare quell’amore obbedienza.
“Vi conoscete bene, voi due?” chiese Len.
“Ci stiamo conoscendo”, rispose Ivy.
“Alla pista.”
“Fra gli altri posti.”
Noel non intervenne per facilitarle la risposta. Lei lo apprezzò. Si era offerto di essere il suo accompagnatore, non il suo portavoce.
Len chiese a Noel della stagione in arrivo. Noel disse che diverse cose erano ancora da decidere. Ivy colse la tensione sotto la risposta cauta e si chiese di quanti progetti ci si aspettasse che parlasse come se fossero già definiti. Suo padre gli diede tre consigli e promise che la cena avrebbe incluso il tipo di cibo di cui avevano bisogno gli atleti.
“Mi piace anche quello che mangiano gli altri”, disse Noel.
Tess emise un suono strozzato dietro la pila di tessuti. Ivy si chinò a raccogliere il nastro caduto prima che suo padre potesse vederle la faccia.
Dopo che Len se ne fu andato, Noel offrì a Ivy un passaggio a casa. Lei si era fatta prestare un piccolo appartamento sopra il garage di un’amica, invece di stare nella casa di famiglia durante i preparativi delle nozze. Spiegò che sua sorella le piaceva di più quando non dovevano condividere il bagno.
“Una sensata politica di conservazione”, disse lui.
Si fermarono accanto alla sua anonima utilitaria nel parcheggio. Nel bagagliaio c’erano vecchi coprilama e sul sedile posteriore una coperta piegata. Non era visibile alcuna prova affascinante della sua professione, tranne il modo in cui controllò dove appoggiare il borsone senza ostacolare la visuale.
“Credevo che i giocatori di hockey guidassero macchine enormi”, disse lei.
“Io credevo che le organizzatrici di eventi portassero tavolette portablocco. Ci hanno venduto un’immagine falsa a entrambi.”
Lei gli mostrò la piccola tavoletta dentro la borsa. Lui assunse un’aria ferita.
Al suo appartamento provvisorio aspettò che lei trovasse l’interruttore della luce esterna, poi portò i campioni di tessuto solo dopo che glielo ebbe chiesto. La scala era stretta. Le sue spalle sfioravano quasi entrambe le pareti. Lei lo seguì su, consapevole della sua vicinanza in modo diverso da quando erano alla pista.
Lui posò i campioni sul tavolo della cucina e guardò verso la finestra. Da lì si vedevano le luci del complesso oltre i tetti bassi.
“Puoi tenerci d’occhio”, disse.
“Speravo anche di dormire, ogni tanto.”
“Un’idea radicale. Dovresti metterla in programma.”
Lei gli offrì un tè. Lui rifiutò perché aveva una telefonata di prima mattina con il suo agente, poi le chiese se volesse che passasse a prenderla per la prova del percorso di venerdì. Lei disse che sarebbe andata a piedi. Lui non obiettò che un passaggio sarebbe stato più comodo. Controllò soltanto l’orario e promise di incontrarla lì.
Sulla porta esitò.
“Com’è andata?”
“Con i nastri? Insolitamente bene.”
“Come accompagnatore.”
Il battito le cambiò, una piccola, scomoda risposta prima che trovasse le parole. “Non mi sono sentita messa alle strette. È un buon inizio.”
“Bene.”
Guardò la mano che lei teneva sullo stipite. “Posso?”
Lei capì cosa intendeva. La domanda era abbastanza piccola da poter rifiutare senza drammi e abbastanza grande da contare. Gli tese la mano. Lui la prese, le dita calde che si chiudevano delicatamente intorno alle sue, e chinò il capo per sfiorarle le nocche con le labbra.
Non era un bacio che qualcuno potesse fotografare. Era quasi troppo all’antica per prenderlo sul serio. Ivy lo prese abbastanza sul serio da dimenticare il commento che stava preparando.
Lui la lasciò prima che lei dovesse decidere quando ritrarsi.
“Buonanotte, Ivy.”
“Buonanotte.”
Scese le scale. Lei rimase sulla soglia finché la sua macchina non si fu allontanata, poi chiuse e si appoggiò al legno. La stanza sembrava diversa, con lei sola al suo interno. Non più vuota. Più consapevole dello spazio che un’altra persona aveva occupato.
La mattina dopo, quando Noel la incontrò fuori dal complesso, le offrì la mano con la stessa domanda negli occhi. Nessuno della sua famiglia li stava guardando. Nessuna ragione di recitare. Avrebbe potuto ricordargli le condizioni.
Gli mise la mano nella sua perché lui gliel’aveva chiesto.










































