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Sette notti con l'Unseelie — romantasy gratisGratis · Esclusiva

romantasy gratis

Sette notti con l'Unseelie

Per salvare suo fratello le serve il suo fiore. Lui vuole sette notti: una verità o un tocco per ciascuna.

  • patto con un fae
  • principe oscuro
  • Da nemici ad amanti
  • giochi di parole
  • intrighi di corte

Circa 107 min di lettura · 24.657 parole

La botanica Ros Ashgrove odia i fae da quando le hanno restituito la nonna svuotata. Ma suo fratello sta morendo e l'unica cura cresce sotto una collina della Cornovaglia, nel giardino di un principe Unseelie incapace di mentire. Thane le offre il fiore in cambio di sette notti alla sua corte: ogni notte, una verità o un tocco, a sua scelta, e giura che non userà mai la malìa per indurla a desiderarlo. Il problema è che lei lo desidera comunque, e la Regina osserva ogni loro mossa.

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Gli Hollow Nine

Ros

Al buio le pietre erano più alte.

Le avevo misurate una volta, di giorno, quando avevo diciannove anni ed ero furiosa e decisa a dimostrare che su Carn Hollow non c’era altro che granito e licheni. Nove pietre in un cerchio largo trentun metri. La più alta due metri e quaranta, la più bassa mi superava appena il fianco. Xanthoria parietina incrostava i lati a sud in monete arancioni, Lecanora grigia su quelli a nord, un ciuffo di silene marittima incastrato nella fessura della quinta pietra come se qualcuno le avesse infilato un fiore dietro l’orecchio. Avevo annotato tutto in un taccuino da campo, ero tornata a casa e avevo detto alla sedia vuota di mia nonna che lassù non c’era niente. Assolutamente niente.

Alle undici e cinquanta di sera del ventotto ottobre, con il vento dall’Atlantico tanto forte da farmi lacrimare gli occhi, gli Hollow Nine erano qualcos’altro.

Ascoltavano.

Rimasi fuori dal cerchio con la torcia puntata sul manto erboso e il taccuino di mia nonna abbottonato dentro il cappotto, e cercai con tutte le forze di essere la donna che aveva scritto quella relazione sul campo. Ventotto anni. Un dottorato in patologia vegetale. Un lavoro ai Trevennick Gardens che prevedeva microscopi, domande di finanziamento e precisamente zero folclore. Credevo nella revisione tra pari e nel pH del suolo e nel fatto che mio fratello stesse morendo in un letto d’ospedale a Truro perché il suo corpo aveva semplicemente deciso, a trentun anni, di fermarsi.

Il telefono vibrò contro il fianco. Non guardai. Sapevo cosa avrebbe detto. Mamma aveva scritto alle nove: Ha chiesto di te. Poi alle dieci: L’hanno spostato nella stanza separata. Tutti sapevano cosa significasse la stanza separata. Significava che i medici avevano smesso di dire parole come terapia e avevano cominciato a dire parole come sollievo.

Negli ultimi due anni Kit aveva tirato fuori dal mare tre persone a Porthenna. Kit costruiva barche con le mani e cantava male al pub e mi chiamava Rozzy quando voleva irritarmi, cioè sempre. A giugno era andato a camminare nella brughiera alla vigilia di Mezza Estate ed era tornato pallido e tremante, e da allora sbiadiva come una fotografia lasciata su una finestra. Valori del sangue che crollavano. Organi che rallentavano. Un ematologo dagli occhi gentili mi aveva detto che era come se qualcuno girasse una manopola verso il basso, molto dolcemente, e nessuno riusciva a trovare la mano.

Io riuscivo a trovare quella mano. Era questo il problema. Avevo smesso di riuscire a non trovarla.

Sbottonai il cappotto ed estrassi il taccuino.

Era una cosa economica, la copertina di tela cerata diventata morbida come pelle, ed era appartenuto a Morwen Ashgrove, mia nonna, che un ottobre, quando avevo dodici anni, era uscita dal suo cottage ed era tornata un anno dopo con la brina nei capelli e il nulla negli occhi. Era morta quella primavera. Nel frattempo era rimasta seduta alla finestra e aveva riempito quel quaderno di disegni di piante che non esistevano, e fissato con il nastro adesivo all’interno della quarta di copertina, sotto un quadrato di pellicola ingiallita, c’era un unico petalo.

Era rimasto bianco per quarant’anni. Non il crema di una rosa pressata o il marrone di tutto il resto nel suo erbario. Bianco argento, e al tatto debolmente, impossibilmente fresco, e quando l’avevo messo sotto un microscopio al lavoro, sola alle due di notte, le pareti cellulari non erano state quelle di nessuna pianta su questa terra.

Sotto, nella sua grafia inclinata: Morrowbloom. Cresce soltanto sotto la Collina. Dà un domani a chi sta morendo.

E sotto ancora, un elenco che avevo letto tante volte nell’ultima settimana da poterlo recitare nel sonno, se avessi dormito.

Percorri il cerchio contro il sole, tre volte.

Alla nona pietra, versa sangue e di’ che sei venuta a chiedere.

Non dare mai il tuo nome completo.

Non mangiare mai ciò che ti offrono.

Non dire mai grazie.

Se devi trattare, tratta con quello incoronato di spine. Era gentile.

Era gentile. Avevo fissato quelle due parole per ore. Dopo il ritorno mia nonna non aveva avuto parole gentili per nulla. Sussultava al suono delle campane delle chiese, piangeva al canto degli uccelli e una volta aveva urlato, orribilmente, quando un bambino del vicinato le aveva dato un mazzo di biancospino. Ma aveva scritto era gentile e lo aveva sottolineato due volte.

“Bene”, dissi alle pietre. La voce mi uscì sottile e inglese e ridicola. “Bene. D’accordo.”

Entrai nel cerchio e cominciai a camminare.

Contro il sole significava in senso antiorario, widdershins, la parola di mia nonna. Il manto erboso era bagnato e pieno di ciuffi e gli stivali scivolavano. Al primo giro mi sentii una sciocca. Contavo le pietre come avrei contato i quadrati di campionamento in un rilievo, da uno a nove, la torcia che oscillava. Al secondo giro il vento cadde. Non diminuì. Cadde, di colpo, come se qualcuno avesse chiuso una porta alle mie spalle, e nel silenzio improvviso sentii il mio battito e lo scricchiolio del cappotto e, debolissimo, qualcosa come una campana suonata sott’acqua.

Al terzo giro le pietre erano calde.

Toccai la quarta passando e ritrassi subito la mano. Era calda come è caldo un animale. Come un fianco. Il lichene sotto le dita era diventato morbido come pelliccia.

Continua a camminare, Ros.

Alla nona pietra mi fermai. Mi tremavano le mani tanto che per poco non lasciai cadere la lancetta che avevo preso dal kit per il diabete nell’armadietto del bagno di Kit. Mi punsi il pollice. Affiorò una goccia di sangue, nera alla luce della torcia, e la premetti sul granito.

“Sono venuta a chiedere”, dissi.

La pietra lo bevve.

Lo sentii andare via. Un minuscolo strappo, come se qualcosa avesse preso il mio pollice in bocca, poi la torcia mi morì in mano, le stelle si spensero e tutti i peli del corpo mi si rizzarono insieme.

Quando tornò la luce, non era quella della torcia.

Il cerchio era ancora un cerchio. Ma adesso le pietre erano alberi, nove biancospini neri cresciuti nei punti in cui c’era stato il granito, con i rami annodati sopra la testa in una corona tanto fitta che il cielo passava soltanto a pezzi. E il cielo era sbagliato. Le stelle erano troppe e troppo vicine, ed erano dei colori sbagliati, rosa e verdi e del viola livido delle prugnole, e non scintillavano. Osservavano.

L’aria sapeva di foglie schiacciate e ferro freddo e qualcosa di dolce sotto, come miele lasciato troppo a lungo nel favo.

E c’era un uomo appoggiato al nono albero.

Sapevo che un momento prima non c’era. Lo sapevo come sai che manca un gradino al buio. Un battito prima c’era corteccia. Quello dopo c’era lui, una spalla contro il tronco, le braccia conserte, a guardarmi con il blando interesse di chi si è trovato uno scarabeo sulla manica.

Era alto. Più alto di Kit, che doveva chinarsi per passare dalla porta dello Ship. Indossava il nero in un modo che faceva sembrare inadeguata la parola, un cappotto che gli arrivava alle ginocchia e beveva la strana luce delle stelle invece di rifletterla, ed erano neri anche i capelli, abbastanza lunghi da legarli, con due strisce bianco argento alle tempie come se la brina lo avesse toccato lì e fosse rimasta. In testa, bassa sulla fronte come un ripensamento, portava una corona di prugnolo. Prugnolo vero, con spine lunghe quanto il mio mignolo, alcune coronate di minuscoli fiori bianchi che non avrebbero dovuto sbocciare in ottobre.

Quello incoronato di spine.

Il suo viso era di quel genere di bellezza che ti fa venire voglia di arretrare. Tutto ossa e ombra, una bocca troppo sicura di sé. E gli occhi, quando la luce li colpiva, erano del verde dell’acqua profonda sotto il ghiaccio, chiari al centro e sempre più scuri fino a diventare quasi neri sul bordo.

“Sanguini sulla mia soglia”, disse.

Aveva una voce bassa e senza fretta, con la lieve ruvidezza di un uomo che non si prendeva spesso la briga di usarla. Mi scese dritta lungo la spina dorsale e si posò dove non aveva nessun diritto di posarsi.

Mi misi il pollice in bocca. Era la cosa meno dignitosa che potessi fare, e la feci comunque, perché a quanto pare il mio corpo aveva smesso di consultarmi.

Mi guardò farlo. Qualcosa si mosse dietro quegli occhi.

“Sono venuta a chiedere”, dissi intorno al pollice, poi lo tolsi, perché mi rifiutavo di contrattare con un principe fatato tenendo il pollice in bocca come una bambina. “Un morrowbloom.”

“Davvero.” Non si mosse dall’albero. “Sai cosa hai fatto, piccola ladra?”

“Non sono una ladra.”

“Hai attraversato una porta chiusa a chiave senza un invito, sei entrata in una casa che non è tua per prendere qualcosa che non ti appartiene.” Inclinò la testa. “Nel tuo mondo come lo chiamate?”

“Fare acquisti”, dissi. “Non sono una ladra. Sono un’acquirente.”

Lo sorprese. Lo vidi, un minuscolo arresto, come un gatto che sente il proprio nome. Poi l’angolo della sua bocca si sollevò appena, ed era peggio. Era molto peggio.

“Allora sei venuta al mercato sbagliato”, disse. “Qui niente è in vendita, mortale. Si può soltanto scambiare. E tutto costa più di quanto pensi.”

“Lo so.”

“Davvero?”

“Ho letto gli appunti”, dissi, e sollevai il taccuino come se fosse un passaporto.

Vi posò gli occhi. Gli si immobilizzarono sopra. Per un momento il lieve divertimento gli cadde completamente dal viso, e quello che c’era sotto era più antico e molto meno mite, e io feci un passo involontario indietro dentro il cerchio.

“Dove l’hai preso?”

“Era di mia nonna.”

“Tua nonna.” Lo disse lentamente, assaporandolo. “E come si chiamava tua nonna?”

“Morwen”, dissi, prima di poter pensare, poi, perché la notte mi aveva resa stupida: “Sono sua nipote. Sono Rosalind…”

Si mosse.

Non lo vidi attraversare lo spazio fra noi. Un momento prima era contro l’albero e quello dopo davanti a me, tanto vicino che ne sentivo l’odore, brina e fumo di legna e quella dolcezza bassa e scura, e aveva un dito posato sulle mie labbra. Non premeva. Toccava appena. La sua pelle era fresca come una pietra in un ruscello.

“No”, disse piano.

Smisi di respirare.

“Qualunque cosa stessi per dire”, mormorò, “dammene meno.”

Il dito rimase contro la mia bocca un altro secondo. Ne sentivo la forma, il rilievo di una nocca, la lieve ruvidezza di un callo che non mi sarei aspettata in un principe. Poi lo sollevò e indietreggiò, e la notte si riversò nello spazio in cui era stato.

“Qui i nomi hanno peso”, disse. “Il tuo nome completo è una corda. Non porgerla a chi potrebbe volertici legare.”

“Te compreso?”

“Soprattutto me.”

Il cuore mi batteva come un uccello intrappolato. Mi costrinsi a respirare. “Ros”, dissi. “Puoi avere Ros.”

“Ros.” Lo disse come se lo alzasse alla luce. “Grazie per questo.”

“Tu puoi dire grazie e io no?”

“Posso dire moltissime cose che tu non puoi dire.” La bocca gli si incurvò. “Io sono Thane.”

“È il tuo nome?”

“È quello a cui rispondo.” Mi esaminò lentamente, dagli stivali infangati ai capelli sconvolti dal vento. Sentii ogni centimetro di quello sguardo, come una mano. “Tua nonna è uscita da questo cerchio più di trent’anni fa secondo il vostro tempo, mezza viva, ed è stata l’ultima del tuo sangue a venire qui di proposito. E adesso tu. Con il suo libro in mano e i suoi occhi nel viso. Perché?”

“Mio fratello sta morendo.”

Le parole uscirono piatte. Nell’ultimo mese le avevo dette così spesso da averle levigate.

“I mortali muoiono”, disse Thane. “È un po’ la vostra ragion d’essere.”

Allora lo odiai. Nettamente, completamente, con un sollievo che era quasi gioia. Era molto più facile di qualunque cosa stesse facendo il mio corpo un momento prima.

“Ha trentun anni”, dissi. “Non ha mai fatto male a nessuno. È andato a camminare nella brughiera alla vigilia di Mezza Estate ed è tornato malato, e da allora sta morendo, lentamente, e nessuno sa dirmi perché. E penso che tu lo sappia. Penso che quelli della tua specie sappiano esattamente perché, perché ho visto mia nonna tornare da voi con la mente svuotata come un uovo sodo, e vi odio tutti da quando avevo dodici anni.”

Il silenzio che seguì risuonò.

Thane mi guardò. Qualcosa gli si mosse sul viso che non seppi leggere, apparve e scomparve, un pesce che si volta sotto l’acqua scura.

“Bene”, disse infine.

“Bene?”

“L’odio è onesto. Ti impedirà di essere stupida.” Guardò oltre me, oltre la mia spalla, fra gli alberi al di là della corona di biancospini. “Il che è una fortuna, perché fra poco dovrai essere molto sveglia, molto in fretta. Ascolta.”

Ascoltai.

All’inizio non c’era niente. Poi, lontano e sempre più vicino, lo sentii: un suono come di segugi, ma diverso. Troppe voci, troppo alte e troppo dolci, che salivano e scendevano in un coro che non era un abbaiare e non era un canto. Sotto, il tamburellare degli zoccoli. E sotto ancora, qualcosa che mi fece rizzare di nuovo i peli sulle braccia. Risate. Risate luminose, deliziate, disumane.

“Che cos’è?”

“I segugi della Regina”, disse Thane. “Hanno sentito aprirsi la porta. Una mortale che attraversa gli Hollow Nine senza invito appartiene alla Regina degli Unseelie. È la legge più antica che esista. Saranno qui prima che tu abbia finito di spaventarti.”

Mi si era seccata la bocca. “Allora torno indietro.”

“Non puoi. La porta che hai attraversato si apre soltanto in una direzione alla volta, e adesso è rivolta da quella sbagliata.” Lo disse senza crudeltà. Quasi con dolcezza. “Il tuo sangue ti ha comprato l’ingresso. Non ti compra l’uscita.”

“Allora cosa…”

“C’è un’altra legge”, disse. “Quasi altrettanto antica. Un’intrusa nominata ospite da un signore della corte è sotto la sua protezione. Il diritto d’ospitalità. Nessuno può metterle le mani addosso. Né i segugi, né la corte. Neppure la Regina.”

Le voci erano più vicine. Ora ne distinguevo alcune che si levavano dal coro, gridando qualcosa che erano quasi parole.

“E tu sei un signore della corte.”

“Ne sono un principe.” Lo disse senza orgoglio, come diresti di essere alto. “Quindi ecco la mia offerta, Ros che non vuole darmi il resto del suo nome. Ho un morrowbloom. Te lo darò. In cambio trascorrerai sette notti alla mia corte come mia ospite. Ogni notte mi concederai una verità o un tocco. Sceglierai tu quale.”

Lo fissai. “Una verità o un tocco.”

“Scegli tu”, ripeté. “Ogni notte. Non io.”

“E se non volessi scegliere nessuno dei due?”

“Allora in qualunque notte potrai dire basta, e ti riaccompagnerò personalmente a questo cerchio, e tornerai a casa intera. Incolume, senza vincoli, senza debiti. Lo giurerò.”

“Con il fiore?”

Rimase in silenzio un momento. “Se te ne vai prima”, disse, “te ne vai con quello con cui sei arrivata.”

Quindi. Non proprio una trappola. Un patto con una porta. Lo rigirai come avrei fatto con un campione, cercando il marciume.

“Mio fratello non ha sette notti.”

“Qui il tempo non scorre come sopra. Sette notti sotto la Collina ti costeranno una notte nel tuo mondo.”

“Dillo con precisione”, dissi.

L’angolo della sua bocca si mosse di nuovo. “Con precisione?”

“Sono una botanica”, dissi. “Passo la vita a essere precisa con i nomi. Non puoi mentire. Almeno questo lo so. Ma puoi dire cose vere che non sono ciò di cui ho bisogno. Quindi dillo con precisione. Torno a casa in Cornovaglia, nel mio tempo, prima dell’alba del ventinove ottobre secondo il conto dei mortali, e non cent’anni dopo con tutte le persone che amo al cimitero.”

Mi guardò a lungo. Le voci dei segugi salirono alle mie spalle, tanto vicine ormai che sentivo spezzarsi i rami, il tintinnio di qualcosa di metallico.

“Sarai a casa in Cornovaglia”, disse Thane, “nel tuo tempo, prima dell’alba del ventinove ottobre secondo il conto dei mortali. Nessuno di quelli che ami sarà morto durante la tua assenza. Lo giuro sulla spina che porto.”

Qualcosa nell’aria si tese quando lo disse. Lo sentii nei denti.

“E non…” Deglutii. “Non farai qualunque cosa facciate voi. Per spingere la gente a desiderare le cose. Voglio che qualunque scelta io faccia sia mia.”

“La malìa.” La parola gli uscì fredda. “No. Non lo farò. Non stanotte. Non in nessuna notte.” I suoi occhi sostennero i miei, verde pallido e fermi. “Se mai mi vorrai, Ros, sarà perché lo vorrai tu. Non mi interessa altro.”

Se mai mi vorrai. Come se fosse una questione di quando.

Il primo segugio sbucò fra gli alberi.

Non lo vidi bene. Vidi una forma come fumo versato nella sagoma di un cane, bianco come osso, con occhi come braci su cui qualcuno soffia. Si arrestò al bordo del cerchio di biancospini e mi sorrise, e la sua bocca era piena di qualcosa che non erano denti.

“Scegli tu”, disse piano Thane. “In fretta, adesso.”

Pensai a Kit nella stanza separata. Le mani di Kit su una pialla che arricciava legno da uno scafo in lunghi nastri pallidi. Kit che trascinava fuori dalla risacca una sconosciuta per il colletto e poi rimaneva seduto sullo scivolo per le barche, tremando, a dire: Non ho pensato, Rozzy, sono andato e basta.

“Sì”, dissi. “Accetto. Sette notti.”

Thane tese la mano.

La presi. Il palmo era fresco e asciutto e molto più grande del mio, e nell’istante in cui le nostre pelli si incontrarono qualcosa mi attraversò come la scossa di un recinto elettrico, lungo il braccio e dentro il petto e più in basso, molto più in basso, e mi sentii emettere un piccolo suono sgomento.

“La nomino mia ospite”, disse Thane, non forte, ma le parole si propagarono, rotolarono fra gli alberi come una campana percossa. “Sotto il mio tetto e la mia spina, per sette notti. Chiunque la tocchi ne risponderà a me.”

Il segugio bianco appiattì le orecchie. Dietro di lui ne erano arrivati altri, una massa pallida che ribolliva al limitare degli alberi, e dietro di loro vedevo adesso dei cavalieri, figure alte su cavalli alti, visi troppo belli e troppo pallidi. Uno rise, uno squillo alto e dolce, e gridò qualcosa attraverso il cerchio in una lingua che suonava come brina che si spezza.

Thane rispose nella stessa lingua. Qualunque cosa avesse detto, le risate cessarono.

Poi si voltò verso il nono biancospino, e vidi che adesso c’era un varco fra le radici, un arco buio alto appena abbastanza da passarci, e scale che scendevano nella terra. Una calda luce dorata respirava dal basso. Anche la musica.

“Attraversalo con me, Ros”, disse Thane. Mi strinse le dita. “E qualunque cosa sentirai dietro di te, non lasciarmi la mano finché non te lo dirò.”

Attraversai.

Dietro di noi qualcosa con decisamente troppe voci cominciò a ridere, pianissimo.

Il diritto d’ospitalità

Thane

Mi tenne la mano per tutta la discesa, e la tenne come una donna che impugna un coltello dalla lama.

Trecentonove gradini dalla porta di biancospino al pavimento della Collina. Li avevo percorsi più volte di quante siano le stelle sopra Carn Hollow e non li avevo mai contati prima di quella notte, perché quella notte ogni gradino era un passo che lei faceva al mio fianco, tremante e furiosa e decisa a non lasciarmi vedere nessuna delle due cose. Aveva le dita fredde. Il palmo umido. Il suo battito bussava contro il mio polso come qualcuno a una porta.

Dietro di noi i segugi cantavano il suo nome. Non quello vero. Non lo avevano, grazie a ogni cosa oscura. Ma avevano l’odore del suo sangue, e cantavano quello, dolci e avidi, per tutta la discesa, finché la scala girò e la musica della corte salì a sommergerli.

“Non guardarli”, dissi, quando arrivammo in fondo.

Naturalmente lei guardò.

La grande sala degli Unseelie è una caverna grande quanto una cattedrale, e il soffitto è l’intreccio di radici della Collina stessa, radici nere spesse come travi di navi annodate sopra la testa, da cui pendono lanterne di lucciole e funghi luminescenti. Il pavimento è pietra levigata dal gelo. L’aria sa di gelsomino notturno e terra fredda e vino vecchio. Ed è piena, sempre, della mia gente. Alta e terribile e incantevole, vestita di seta di falena e gusci di coleotteri e pizzo di ragno, che ride a battute più antiche della lingua di lei.

E fra loro, a portare vassoi, versare vino, inginocchiarsi per allacciare scarpe, c’erano i mortali.

Quella stagione a corte erano undici. Pastori ed escursionisti e uno sfortunatissimo musicista folk che nel 1974 aveva suonato un reel al crocevia sbagliato. Si muovevano come sonnambuli. Avevano gli occhi luminosi e vuoti e sorridevano, tutti, un sorriso dolce, adorante, assente, e quando una dama di corte schioccò le dita a un giovane con la giacca a vento strappata lui si inginocchiò immediatamente e posò la guancia contro la sua pantofola e sospirò come se fosse la cosa più dolce che gli fosse mai stata concessa.

Sentii Ros irrigidirsi al mio fianco.

“Quella è malìa”, disse. Non una domanda.

“Sì.”

“È successo questo a lei? A mia nonna?”

Avrei potuto mentire, se fossi stato una creatura capace di farlo. A volte l’ho desiderato. “No”, dissi. “Non è mai stata ammaliata. Le è successo qualcosa di peggio. A lei è stato chiesto. Ogni giorno, per un anno.” Sentii che alzava gli occhi su di me e non ricambiai lo sguardo. “Continua a camminare. Non fermarti. Non mangiare niente. Non parlare con nessuno se non te lo dico io.”

“Non puoi darmi ordini…”

“Stanotte posso”, dissi. “Domani potrai odiarmi con tutta calma.”

Chiuse la bocca tanto forte che le sentii battere i denti. E continuò a camminare.

Avevo intenzione di portarla direttamente nella mia ala. Avrei dovuto saperlo. Avevamo appena attraversato il primo quarto della sala quando la musica esitò e la folla si ritirò come una marea che scende, e sentii la Sua attenzione posarsi su di noi come senti il sole uscire da dietro una nuvola. Prima il calore. Poi la bruciatura.

“Thane”, disse la Regina degli Unseelie. “Mio Segugio. Mi hai portato un regalo.”

Sedeva all’estremità opposta della sala, su un trono cresciuto da un’unica radice di prugnolo, con un abito fatto delle ali di diecimila falene, grigie e marroni e morbide come cenere. Ysolde, che era regina sotto la Collina da prima che arrivassero i romani, il cui viso era tanto bello che si erano visti mortali piangere fino a diventare ciechi guardandolo. Ora sorrideva a me. Sorrideva a Ros. Sorrideva come avevano sorriso i segugi.

Mi inchinai. Non molto. Non mi inchino mai molto. È una delle poche disobbedienze che mi restano.

“Ho portato un’ospite per me, Maestà.”

“Un’ospite.” Gli occhi della Regina scivolarono su Ros, lenti come miele. “Che ospitalità. E quanto poco ti somiglia.” Si sporse in avanti. Le falene frusciarono. “È un’Ashgrove? Odora come un’Ashgrove.”

La mano di Ros si serrò nella mia.

“È una donna mortale venuta a chiedere”, dissi con voce uniforme, “e l’ho nominata mia ospite sotto il mio tetto per sette notti, e mi hai sentito farlo. Diritto d’ospitalità.”

“Ho sentito.” La Regina si appoggiò allo schienale. Qualcosa le passò dietro il viso, un calcolo, una porta che si apriva su un corridoio che conoscevo meglio di quanto volessi. “Sette notti. Bene. Goditela, Segugio.” Sorrise di nuovo, più dolcemente, ed era allora che avevo più paura. “Ricorda che tutto ciò che cresce sotto la mia Collina alla fine è mio.”

La corte rise. Ridono sempre quando lei fa una battuta. La maggior parte di loro non aveva idea che lo fosse.

Mi inchinai di nuovo e portai via la mia ospite prima che potesse dire qualcosa che la facesse uccidere.

Le mie stanze sono sul lato nord della Collina: le ho scavate il più lontano possibile dal trono. C’è una porta di quercia nera con una spina intagliata e, oltre, una camera lunga e bassa con un focolare che arde senza fumo, scaffali e un letto in cui da duecento anni non dormivo per più di una settimana di seguito. E oltre ancora, attraverso un arco di agrifoglio vivo, c’è il mio giardino.

La portai prima lì. Non so perché. Forse perché volevo che vedesse qualcosa sotto la Collina che non fosse un orrore.

Si fermò nell’arco tanto all’improvviso che per poco non le andai a sbattere contro la schiena.

Il mio giardino è illuminato dalle piante stesse. Orchidee fantasma pendono nel buio come falene pallide. Fiori di luna grandi come piatti alzano i volti verso il nulla. Ci sono felci che si srotolano d’argento e muschi che brillano di un blu tenue e cupo quando ci passi sopra, e nelle aiuole lungo le pareti ho belladonna e giusquiamo e mandragore cresciute grasse e lucide, e una siepe di rose nere il cui profumo ferma il cuore di una mortale se lo respira troppo a fondo. Accanto allo specchio d’acqua c’è una campana di ghiaccio limpido e, dentro, su un unico stelo sottile, un fiore come una stella che ha deciso di restare.

Ros emise un suono che non avevo mai sentito emettere a un mortale. Non era paura. Era il suono, capii più tardi, che fa una studiosa quando vede la cosa che ha passato la vita a immaginare.

“È quello…”

“Morrowbloom”, dissi. “Sì.”

Fece due passi verso di esso e si fermò da sola, le mani chiuse ai fianchi. La guardai desiderarlo. La guardai protendersi, trattenersi e protendersi ancora. Era una cosa straordinaria da vedere. Tutto il suo corpo teso verso un fiore.

Mi chiesi, con un sussulto che mi attraversò tutto, come sarebbe stata a protendersi così verso di me.

“È vero”, sussurrò.

“Qui è tutto vero. È questo che lo rende pericoloso.” Mi misi accanto a lei. Non vicino. Abbastanza vicino. “È tuo dopo la settima notte. Non prima. Non posso violare questa condizione senza spezzare il patto, e se il patto si spezza il diritto d’ospitalità si spezza con lui, e appartieni di nuovo alla Regina prima di poter battere ciglio.”

“Capisco.” Si voltò, e c’era di nuovo l’odio, luminoso e fermo come una lampada, e fui quasi felice di vederlo. “Quindi. Prima notte. Come funziona?”

“Come preferisci.”

“No. Con precisione. Quando comincia e finisce una notte?”

Mi sentii sorridere e non riuscii a impedirlo. “Alla campana dell’alba. Si suona una campana nella Collina quando sopra sorge il sole. Tutto ciò che mi è dovuto stanotte mi è dovuto prima che suoni.”

“E una verità è… cosa? Qualsiasi cosa tu mi chieda?”

“Una domanda. Rispondi con sincerità, nel modo più completo di cui sei capace. Scoprirai che non puoi fare altrimenti. Hai dato la tua parola sotto la Collina. Tiene.”

“E un tocco?”

“È qualsiasi cosa mi offri”, dissi. “Lo stabilisci tu. Dove, come e per quanto tempo. Non prendo niente che tu non abbia stabilito.”

Mi guardò a lungo. Aveva gli occhi verdi, ma non del mio verde: i suoi erano quelli dei mortali, punteggiati di marrone, il colore di un bosco di faggi a maggio. Una piccola cicatrice le attraversava il sopracciglio sinistro. Al collo le pendeva da un cordoncino una lente, una piccola lente a mano di ottone del genere che gli studiosi usano per leggere i peli di una foglia, e la stringeva nel pugno come se fosse un amuleto contro di me.

“Verità”, disse.

Naturalmente.

Le indicai la panca accanto allo specchio d’acqua. Si sedette proprio sul bordo. Io rimasi in piedi. Pensavo a cosa chiederle dall’istante in cui le avevo posato il dito sulle labbra nel cerchio, e avevo cento domande, e ciascuna era un’arma. Chi ti ha insegnato le parole. Cosa sai del tuo sangue. Tua nonna ha mai parlato di me. Tutte cose di cui avevo bisogno. Nessuna era ciò che volevo.

“Cosa hai pensato”, chiesi, “nel primo istante in cui mi hai visto?”

Mi fissò. “È questa la tua domanda?”

“È questa.”

“Potevi chiedermi qualunque cosa.”

“L’ho fatto.”

La sua bocca si aprì, si chiuse e si aprì di nuovo, e guardai il patto fare presa su di lei. La guardai tentare di scegliere le parole e sentire la verità salire attraverso di esse come acqua attraverso la sabbia. Il rossore le risalì la gola.

“Ho pensato”, disse fra i denti, “che fossi la cosa più bella che avessi mai visto in vita mia. E volevo colpirti con la torcia.”

La risata mi uscì prima che riuscissi a fermarla. Sorprese entrambi. Non ricordavo l’ultima volta che avevo riso per qualcosa che non fosse crudele.

“Grazie”, dissi.

“Non osare ringraziarmi.”

“Io posso. Tu no. Ti avevo avvertita.” Mi inchinai davanti a lei, un po’ più a fondo che davanti alla Regina. “Buonanotte, Ros. Questa è una.”

Dormì nel mio letto. Io dormii sulla sedia accanto al focolare, o meglio ci rimasi seduto, con gli stivali e un coltello sulle ginocchia, a sorvegliare la porta finché la campana dell’alba risuonò da qualche parte nel profondo della pietra.

Sono il Segugio della Regina. Lo sono da più tempo di quanto mi interessi contare. So cosa fa e come lo fa. E dall’istante in cui la ragazza nel cerchio aveva detto vigilia di Mezza Estate nella brughiera avevo saputo cosa non andasse in suo fratello.

Un dardo elfico. Una piccola punta di freccia di selce nera, non più grande di un’unghia, scagliata dal buio nel corpo di un mortale. Non uccide in fretta. Non è fatto per farlo. Prosciuga una vita come una lenta infiltrazione in uno scafo e, mentre lo fa, chiama chi ama di più quella vita. È un’esca. Un amo innescato con un fratello.

Quella freccia l’aveva scoccata la Regina. Ci avrei scommesso la mia spina. L’ultima donna Ashgrove era uscita dagli Hollow Nine con i suoi segreti intatti e la mente a brandelli, e la Regina aveva aspettato trent’anni che un’altra diventasse adulta e si avvicinasse. Poi, alla vigilia di Mezza Estate, ne aveva trovato uno. Non la donna. Il fratello. Gli aveva tirato e aveva aspettato, e la donna era arrivata.

E io non potevo dirne una parola.

Ecco cosa significa essere il Segugio della Regina. Due secoli fa, in un momento di debolezza che da allora rimpiango ogni giorno, accettai il suo giuramento e il suo geas, e con essi un vincolo sulla lingua. Dei miei consigli e dei miei disegni non parlerai a nessuno che non appartenga alla mia corte. Potevo cacciare per lei e potevo rifiutarmi di cacciare e potevo inchinarmi meno profondamente del dovuto, ma non potevo raccontare. Ogni volta che ci avevo provato, in duecento anni, le parole mi si erano trasformate in spine nella gola.

Così avevo fatto l’unica cosa che mi restava. Ero arrivato al cerchio prima dei segugi e avevo offerto a Ros l’unica protezione che la legge mi dava il potere di concedere. Il diritto d’ospitalità richiede un patto. Un patto richiede un prezzo. Un prezzo doveva essere qualcosa che lei potesse sempre pagare, ogni notte, senza danno. Verità o tocco. Entrambi interamente suoi.

Quello era il ragionamento.

La verità, che nessuno mi aveva chiesto, era più semplice e più vergognosa. L’avevo desiderata nell’istante in cui si era messa il pollice sanguinante in bocca e mi aveva guardato come se fossi qualcosa a cui avrebbe voluto dare fuoco. Avevo voluto sapere cosa avrebbe detto. Avevo voluto sapere cosa avrebbe dato.

Sono una creatura della Corte Unseelie. Di regola, noi non siamo buoni.

Passò il giorno, se sotto la Collina esistono giorni, nel mio giardino.

Mi ero aspettato che tenesse il broncio in camera da letto. O che provasse le porte, o piangesse. Invece uscì a quella che sopra sarebbe stata metà mattina, ancora negli abiti mortali macchiati di fango, mi passò dritta accanto fino alle aiuole lungo la parete nord e si lasciò cadere in ginocchio davanti alla mandragora.

Non la toccò. Guardò soltanto, con la lente incastrata nell’occhio, il naso a un paio di centimetri dalle foglie, mormorando fra sé in latino. Mandragora officinarum. Ma il margine fogliare è sbagliato, non dovrebbe essere crenato. E questi peli. Poi passò ai fiori di luna, poi al muschio, poi, a lungo, alle rose nere, a debita distanza, trattenendo il fiato.

Wren mi trovò a guardarla dall’arco.

Wren è una hob. Si occupa delle mie stanze da quattrocento anni e non ha mai finto neppure una volta di rispettarmi. È bassa e bruna e rugosa come una noce, con il muschio che cresce nei capelli grigi, e portava un fagotto di seta piegata del colore delle prugnole.

“La fissi”, disse Wren.

“La proteggo.”

“Da cosa? Dalla mandragora?” Sbuffò e mi spinse la seta fra le braccia. “Per stanotte. E per il festino. Se deve camminare al tuo fianco davanti a Lei, non può farlo con i pantaloni sporchi di merda di pecora sulle ginocchia.”

“Festino?”

Wren mi lanciò uno sguardo di profonda pietà. “La Regina ha mandato a dire. Domani sera. Un festino in onore della tua ospite.” Disse la parola come si solleva un ratto morto. “Ogni signore e dama sotto la Collina. Ogni occhio su di voi. E il padrone di casa e la sua ospite aprono le danze, com’è usanza.”

La seta era fresca e pesante fra le mie mani.

“Lo sa”, dissi piano.

“Lo sanno tutti. Odora come un’Ashgrove.” Wren guardò oltre di me verso Ros, inginocchiata nel muschio blu con la lente all’occhio, e il suo vecchio viso si addolcì appena. “Odora come l’altra. Morwen. Ricordi.”

“Ricordo.”

“Allora non essere sciocco due volte, mio principe”, disse Wren, e se ne andò.

La seconda notte Ros scelse il tocco.

La vidi deciderlo. Sedeva accanto al focolare nell’abito color prugnola che Wren aveva lasciato, e le stava come stanno soltanto le cose cucite dagli hob, aderente sulle costole e morbido sui fianchi e abbastanza scollato sulle clavicole da costringermi a guardare invece il fuoco per un po’. Aveva i capelli sciolti. I piedi nudi. Aveva chiaramente passato l’ultima ora a valutare cosa fosse più pericoloso, un’altra domanda o le mie mani, e aveva concluso che avrei potuto chiederle moltissime cose a cui non voleva rispondere.

Aveva ragione.

“Tocco”, disse. “Ma lo stabilisco io.”

“Non mi aspetterei niente di meno.”

“La tua mano.” Sollevò la propria, il palmo rivolto all’esterno, come una donna che presta giuramento. “Il mio palmo. Un dito. Nient’altro. Fino alla campana.”

“Mancano ore.”

“Allora ti annoierai”, disse, “e sarà piacevole per entrambi.”

Trascinai la sedia sulle pietre del focolare finché non fummo seduti ginocchio contro ginocchio. Senza toccarci. Sentivo il suo calore attraverso la seta. Tenne la mano fra di noi, ferma, il mento alto, e ne guardai il palmo alla luce del fuoco. Era una mano che lavorava. Calli alla base delle dita. Un taglio rimarginato sulla base. Una traccia di muschio blu ancora presa nelle pieghe.

La toccai proprio al centro con la punta di un dito.

Trasalì. Non si ritrasse. Soltanto un tremito, in tutto il corpo, come una corda percossa.

“Freddo”, borbottò.

“Non lo sarà a lungo.”

Trascinai il dito verso il basso, molto lentamente, lungo la linea che corre dalla base dell’indice al polso. I mortali la chiamano linea della vita. Si sbagliano. È la linea di ciò a cui rinuncerai. Glielo dissi. La voce mi era scesa più bassa di quanto volessi.

“È vero?” disse.

“No. L’ho inventato. Ma per un momento mi hai creduto, e questo mi dice qualcosa.”

“Che sei uno stronzo.”

“Che vuoi che ti si raccontino le cose.” Seguii la linea successiva, la piega nella parte alta del palmo. “Questa. La linea del cuore, dice la tua gente. La tua è profonda. Si interrompe qui.” Toccai un punto sotto l’anulare. “E ricomincia. Qualcosa che hai perso e hai deciso di amare comunque.”

“Smettila”, sussurrò. Non ritirò la mano.

Non la smisi. Tracciai cerchi. Piccoli, sul cuscinetto morbido di carne alla base del pollice, tanto leggeri da toccarla appena, e guardai l’effetto che le faceva. Schiuse le labbra. Il respiro si fece corto e superficiale. Il battito nella gola, che vedevo sopra la seta scura come prugnole, cominciò ad accelerare. Seguii ogni dito fino alla punta e ridiscesi nell’avvallamento fra le dita, dove la pelle è più sottile, e quando toccai quel punto lei emise un suono in fondo alla gola, minuscolo e involontario, che sentii nella spina dorsale.

“Hai detto un dito”, dissi. “Non hai detto quanto lentamente.”

“Ti odio.”

“Lo so.” Ruotai il dito e tracciai con il bordo dell’unghia, appena, l’interno del polso, fino al limite esatto in cui finiva il palmo. Non oltre. Neppure di un pelo. “Tremi, Ros.”

“Fa freddo qui.”

“No.”

Allora mi guardò. Gli occhi erano diventati scuri, il verde di faggio inghiottito quasi fino al bordo, il viso arrossato, la bocca morbida e furiosa, e capii con assoluta chiarezza che se mi fossi sporto in avanti di quindici centimetri avrei potuto baciarla e lei me lo avrebbe permesso e al mattino ci avrebbe odiati entrambi per questo.

E non l’aveva stabilito.

Così mi appoggiai allo schienale della sedia. Tenni il dito al centro del suo palmo, perfettamente immobile, e le lasciai sentire quanto fosse immobile, e la guardai capire cosa non stavo facendo.

“Non prenderò niente che tu non abbia stabilito”, dissi piano. “Era questo il patto. Sarà sempre questo il patto.”

Deglutì. La mano le tremava sotto la mia.

Da qualche parte nel profondo della Collina la campana dell’alba cominciò a suonare.

Ritrasse la mano di scatto e se la strinse al petto, come se l’avessi bruciata. Forse l’avevo fatto.

“Due”, disse con voce roca.

“Due”, convenni. Mi alzai, mi inchinai e andai alla mia sedia vicino alla porta, mi posai il coltello sulle ginocchia. “Dormi, Ros. Domani la Regina dà un festino in tuo onore, e ogni creatura affamata sotto questa Collina ti guarderà ballare con me.”

Si immobilizzò sulla soglia della camera da letto.

“E la peggiore di tutte”, dissi al fuoco, perché era vero e non potevo dire altrimenti, “sarò io.”

Il festino degli sguardi

Ros

La hob mi allacciò dentro un vestito fatto di notte.

Era l’unico modo di descriverlo. Wren lo aveva portato su un braccio mentre ero ancora nella vasca, una grande tinozza di rame battuto che si era riempita da sola di acqua calda quando ero entrata e sapeva lievemente di olmaria, lo aveva appeso alla colonna del letto ed era arretrata con le braccia conserte, sfidandomi a obiettare. Era nero. Ma era il nero del cielo un’ora dopo il tramonto, aveva profondità, e quando si muoveva fili d’argento apparivano e scomparivano nella trama come le prime stelle che spuntano.

“Non posso metterlo.”

“Non puoi mettere quelli”, disse Wren, indicando i jeans con profondo disgusto, “e la seta color prugnola è per stare in casa. Questo è per Lei. Là fuori ti converrà avere l’aria di appartenere a qualcuno. È più sicuro.”

“Non appartengo a nessuno.”

“Allora sarà meglio che sembri di sì”, disse Wren, “finché non sarai a casa.”

Mi allacciò il vestito sulla schiena con dita rapide e dure che sapevano di terra. Il corpetto era aderente e più scollato di quanto avrei scelto, e la gonna mi scendeva dai fianchi in una lunga colata scura che sussurrava mentre camminavo. Quando ebbe finito mi voltò verso uno specchio di vetro nero, e non riconobbi la donna al suo interno. Sembrava una che sapesse cosa stava facendo.

“Tua nonna si vestiva di grigio”, disse piano Wren dietro di me. “Quando andava ai festini. Si vestiva di grigio ogni notte, non ballava con nessuno e non lasciò mai, neanche una volta, che Lei la vedesse piangere.”

Incontrai nello specchio gli occhi della hob. Erano piccoli e neri e antichissimi.

“La conoscevi.”

“Le ho portato per un anno pane che non mangiava”, disse Wren. “Creatura testarda. Hai il suo mento.” Mi liberò un ricciolo accanto all’orecchio con uno strattone e arretrò. “Tienilo alto. E stagli vicino. È l’unica cosa là fuori che non ti morderà.”

“Potrebbe farlo.”

La hob rise brevemente, come un ramo che si spezza. “Oh, gli piacerebbe”, disse. “È una cosa completamente diversa.”

Lui aspettava accanto al focolare.

Si era vestito per l’occasione. Di nuovo nero, ma più raffinato, un lungo cappotto irrigidito dai ricami in filo nero, tanto che il motivo si vedeva soltanto quando ci passava sopra la luce del fuoco: spine e foglie e qualcosa come la curva di un’ala. Aveva i capelli legati. La corona di prugnolo gli stava bassa sulla fronte e i minuscoli fiori bianchi si erano aperti di più, come se si fossero scaldati.

Si voltò quando entrai e si fermò.

Non disse niente. Fu questo a farmi cedere. Due notti in cui aveva avuto qualcosa di brillante da dire su tutto e adesso mi guardava soltanto, dalla gola nuda all’orlo della gonna scura come la notte e di nuovo su, lentamente, come se leggesse una pagina che intendeva ricordare. Non aveva la bocca del tutto chiusa.

“Allora?” dissi, perché qualcuno doveva pur farlo.

“Sto cercando”, disse Thane, “di pensare a qualcosa di vero da dire che non mi faccia prendere uno schiaffo.”

“Impegnati di più.”

“Sembri”, disse, “il motivo per cui la mia gente ruba la tua.”

Lo sentii nelle ginocchia. Sollevai il mento, il mento di mia nonna, e porsi la mano come una duchessa, e lui attraversò la stanza e la prese, e la scossa mi attraversò di nuovo, più piccola stavolta ma più profonda, come una pietra gettata in un pozzo.

“Regole”, disse piano, mentre camminavamo. “Non mangiare niente. Non bere niente. Se qualcuno ti chiede il nome digli che sei mia e lascia che capisca ciò che vuole. Se qualcuno ti offre un regalo rifiutalo. Se la Regina ti parla rispondile, brevemente e con precisione.”

“E le danze?”

Le sue dita si spostarono contro le mie. “Per le danze”, disse, “dovrai cavartela con me.”

Il festino era già cominciato quando entrammo nella grande sala e non somigliava per niente alla notte in cui ero arrivata.

Quella era stata una corte a riposo. Questa era una corte intenta al piacere. Dal soffitto di radici pendevano diecimila lanterne e sul pavimento di pietra gelata erano stati sparsi petali che schiacciati liberavano un profumo, una dolcezza pesante e inebriante che arrivava dritta al fondo del cranio. I musicisti suonavano su una galleria sopra di noi, violini e zufoli e un’arpa con corde di qualcosa che scintillava, e la musica era sbagliata in un modo a cui non sapevo dare un nome, un reel che arrivava quasi a risolversi per poi scivolare di lato, così che i piedi volevano muoversi e il cuore voleva seguirli e non sapevi mai bene dove sarebbero finiti gli uni o l’altro.

E tutti si voltarono a guardarci.

Ero già stata guardata. Avevo presentato relazioni a convegni in sale piene di uomini che aspettavano un mio errore. Quello non era così. Era essere guardata da cento creature che nella loro lunga vita non si erano mai chieste, neanche una volta, se fosse permesso desiderare qualcosa. I loro occhi mi passavano addosso come mani. Li sentivo sulla nuca, sulla pelle nuda sopra il corpetto, sulla curva del fianco dove il vestito aderiva. Una dama con capelli come una cascata di piume bianche si sporse per sussurrare al suo compagno, e lui mi guardò e si leccò le labbra con una lingua che era debolmente, orribilmente blu.

Thane non accelerò. Mi condusse fra loro come se fossero mobili.

In alto, sulla galleria dei musicisti, un uomo suonava il violino. Un uomo mortale, dai capelli grigi, con una giacca di jeans sbiadita e una spilla della CND sul risvolto, gli occhi luminosi e vuoti. Suonava magnificamente. Suonava anche con dita che avevano sanguinato fino all’osso, e una dama sotto di lui rideva e gli gridava di fare più in fretta.

Thane alzò gli occhi una volta. Non smise di camminare. Disse qualcosa in quella lingua di brina spezzata, senza alzare la voce, e la musica si interruppe a metà battuta.

La dama si voltò, indignata. Thane la guardò. Lei si sedette.

“Il prossimo brano”, disse in inglese alla galleria, “sarà lento. E poi riposerai.”

Lo guardai di sbieco. Lui guardava dritto davanti a sé, il viso illeggibile, come se non fosse successo niente.

“È stato gentile”, dissi.

“È stato un capriccio.”

“Non puoi mentire.”

“Non sto mentendo”, disse. “I miei capricci sono spesso gentili. È uno dei motivi per cui la corte mi trova così noioso.”

La Regina aprì il festino dal suo trono. Non si alzò. Sollevò una mano, e le falene del suo abito si alzarono e si posarono come un sospiro, e disse: “Che il mio Segugio danzi con la sua ospite”, e ogni voce nella sala tacque.

Thane mi condusse al centro della pista.

La musica ricominciò. Il brano lento che aveva chiesto. Era la cosa più bella che avessi mai sentito, e la più triste, una melodia che suonava come il mare che sale sulla sabbia a Porthenna in una notte d’estate, e pensai a Kit tanto all’improvviso e con tanta violenza che inciampai.

Thane mi afferrò. Una mano alla vita, l’altra che teneva la mia sollevata fra di noi, e mi attirò a sé, non vicino, non ancora, e cominciò a muoversi.

Io non ballo. Avevo ballato male al matrimonio di un cugino e giurato mai più. Ma la danza dei fae non è qualcosa che fai con i piedi. È qualcosa che ti viene fatto. Lui si muoveva e io mi muovevo con lui, come se un filo corresse dal suo corpo al mio e gli bastasse respirare per tenderlo. Girammo e le lanterne girarono con noi. Indietreggiò e lo seguii. Si avvicinò e il mio corpo andò verso il suo come ferro verso una calamita e si fermò a un dito di distanza e rimase sospeso lì, tremante, come se fra noi ci fosse vetro.

“Respira”, mormorò.

“Sto respirando.”

“Trattieni il fiato ogni volta che ti vengo vicino.”

“Forse puzzi.”

L’angolo della sua bocca si mosse. “Forse sì.”

Mi fece girare sotto il suo braccio, lentamente, e quando tornai di fronte a lui la mano si era spostata dalla vita al fondo della schiena, il palmo aperto e fresco attraverso il vestito, e ne sentii ogni dito. Non premeva. Non premeva mai. Lasciava semplicemente la mano appoggiata lì e tutta la mia attenzione andava a essa, finché avrei potuto disegnare una mappa di dove finiva la sua pelle e cominciava la seta.

Ero consapevole, in modo lontano, di essere osservata. Cento paia di occhi, cento appetiti. Li sentivo lambire i margini della danza. E la Regina, sul suo trono di radici, il mento sulla mano, il bel viso perfettamente immobile. Sembrava una donna che guarda una pentola aspettandosi che bolla.

“Aspetta qualcosa”, dissi.

“Aspetta sempre qualcosa.”

“Cosa?”

La sua mano si strinse appena al fondo della mia schiena. Aprì la bocca. Poi la richiuse e gli passò sul viso qualcosa che per uno strano istante somigliò al dolore.

“Chiedimi qualcos’altro”, disse piano.

La musica finì. La corte applaudì, un suono lieve, increspato, beffardo, come pioggia sulle foglie. Thane indietreggiò e si inchinò sulla mia mano. Le labbra non mi toccarono le nocche. Vi sentivo il fresco del suo respiro ed era peggio di quanto sarebbe stato un bacio.

“Mio principe.”

La voce arrivò appena dietro di me. Bassa, divertita, scivolosa come olio sull’acqua.

L’uomo che aveva parlato era alto quasi quanto Thane e indossava un mantello fatto interamente di piume di corvo, che frusciarono mentre si inchinava. I capelli erano del colore del sangue vecchio. Il viso era stretto e incantevole e gli occhi gialli come quelli di un falco, e mi guardava come una volta avevo visto un airone guardare una rana.

“Corvane”, disse Thane senza calore.

“Sua Maestà mi incarica di dirti”, disse Corvane, “che la corte è deliziata dalla tua ospite. Assolutamente deliziata. Corre una scommessa.” Mi sorrise. Aveva denti bianchissimi e regolarissimi. “Metà della corte dice che l’hai già avuta. L’altra metà che non l’hai nemmeno baciata.”

“La corte dovrebbe trovare un uso migliore per il suo denaro.”

“Oh, ma è importante, mio principe. Sai che lo è.” Gli occhi gialli di Corvane scesero lungo il mio corpo e risalirono. “Un’ospite reclamata è un’ospite tua. Un’ospite intatta è soltanto un’ospite. E mancano solo due notti alla Caccia.” Si sporse appena verso di me e abbassò la voce in un tono complice. “Se trovi fredda l’ospitalità del Segugio, piccola Ashgrove, la mia sala è molto calda.”

Thane non si mosse. Ma qualcosa nell’aria intorno a lui cambiò. Le lanterne più vicine a noi vacillarono. La brina fiorì sul pavimento sotto i suoi stivali, bianca e rapida, un disegno di felci che si allargava verso i piedi di Corvane.

Avevo circa due secondi per decidere.

Decisi.

“Tocco”, dissi.

Thane voltò la testa e mi guardò. Lo vidi non capire, per un battito. Poi lo vidi capire.

“La tua bocca”, dissi, abbastanza chiaramente da farmi sentire. “Sulla mia. Adesso. Finché non mi fermo.”

La sala cadde nel silenzio più assoluto. Persino le falene sull’abito della Regina smisero di frusciare.

Thane mi guardò a lungo, gli occhi chiarissimi. “È questo che vuoi?”

“L’ho stabilito io”, dissi. “No?”

Mi prese il viso fra le mani.

Lo fece lentamente. Era a questo che non ero pronta. Mi ero aspettata qualcosa di rapido e duro, una recita, un timbro su un documento. Invece mi accolse la mandibola nei palmi freschi come se fossi qualcosa che gli avevano affidato da portare oltre un fiume, mi sollevò il viso e mi guardò, e sentii la rabbia cadermi fuori dal fondo del corpo come acqua attraverso un setaccio.

Poi mi baciò.

La sua bocca fu fresca per un secondo esatto. Poi non lo fu più. Era calda, poi rovente, e si muoveva sulla mia con una cura lenta e devastante, come se mi stesse imparando, la forma del labbro inferiore, l’angolo della bocca, il punto in cui mi si spezzava il fiato. Emettei un suono contro di lui. Non volevo. Le mani, che erano state pugni lungo i fianchi, si alzarono da sole e trovarono il davanti del suo cappotto, il ricamo freddo e rigido, e vi si aggrapparono.

Inclinò la testa, il bacio si fece più profondo e l’intera sala scomparve.

Non c’era corte. Né Regina. Né signore ammantato di corvo con occhi da airone. C’era soltanto la sua bocca che apriva la mia, il primo lento sfiorare della lingua e un sapore di brina e miele scuro e qualcosa sotto che era semplicemente lui. Lo sentii dappertutto. Mi pizzicò il cuoio capelluto. Tutto sotto il corpetto nero stretto doleva. Un calore che non avevo assolutamente autorizzato si raccolse in fondo al ventre e si diffuse, fuso, verso il basso, finché non stringevo le cosce sotto la gonna scura come la notte e lo attiravo più vicino per il cappotto e ricambiavo il bacio come se stessi annegando e lui fosse aria.

La sua mano scivolò dalla mandibola ai miei capelli. Allargò le dita contro il mio cuoio capelluto. Emise un suono basso nel petto, ruvido e impotente, e lo sentii in tutto il corpo.

Finché non mi fermo, avevo detto.

Non mi fermai.

Non so quanto durò. Abbastanza perché qualcuno nella folla ridesse nervosamente e venisse zittito. Abbastanza perché i musicisti nella galleria ricominciassero a suonare senza invito, pianissimo. Abbastanza perché dimenticassi di odiarlo e lo ricordassi e lo dimenticassi di nuovo.

Quando alla fine mi ritrassi fu soltanto di un paio di centimetri, perché non riuscivo a respirare. Lui abbassò la fronte contro la mia. Aveva gli occhi chiusi. Il respiro gli usciva irregolare contro le mie labbra e la mano era ancora fra i miei capelli, tremante.

“Ros”, disse. Soltanto quello.

Voltai appena la testa e guardai Corvane oltre la sua spalla.

Corvane sorrideva. Ma era un sorriso sottile e la brina intorno ai suoi piedi era salita fino alle caviglie.

E sul suo trono di radici la Regina degli Unseelie aveva sollevato il mento dalla mano. Ci guardava con un’espressione che non seppi leggere affatto. Non rabbia. Non piacere. Qualcosa di paziente e freddo e terribilmente interessato, come una giardiniera che guarda un seme fendere il terreno.

“Bene”, disse la Regina nel silenzio. “Questo risponde a quella domanda.” Agitò una mano. “Suonate, tutti voi. Il mio Segugio si è fatto capire.”

La corte espirò. La musica crebbe. E Thane mi prese la mano senza una parola e mi condusse fuori dalla sala, molto in fretta, attraverso la folla che si apriva per noi come erba davanti a una falce.

Non parlò finché la porta di quercia nera si chiuse alle nostre spalle.

Poi mi lasciò la mano e si allontanò da me, dall’altra parte del focolare, e rimase di schiena con i palmi aperti sulla mensola del camino, il capo chino, le spalle che si alzavano e abbassavano.

“È stato intelligente”, disse al fuoco. Non aveva la voce ferma. “Ti terrà Corvane lontano per una notte o due. Conta. Sono tre.”

Rimasi accanto alla porta con la schiena contro il legno. Mi sentivo la bocca gonfia. L’intero corpo vibrava come una campana percossa, una nota lunga e bassa che non smetteva.

“No”, dissi.

Si immobilizzò.

“Non conta”, dissi. “Quello era per loro. Hai detto che un tocco era qualunque cosa ti offrissi. Non l’ho offerto a te. L’ho offerto a Corvane, alla Regina e a cento persone che si leccavano le labbra.” Deglutii. “Quindi non conta. Quello di stanotte è ancora dovuto.”

Lentamente Thane si voltò.

Sembrava devastato. Era l’unica parola. I capelli erano sfuggiti al laccio dove li avevo tirati. La sua bocca era scurita dalla mia. E gli occhi, chiari e verde ghiaccio alla luce del fuoco, erano fissi su di me con un’intensità che faceva salire la vibrazione nel mio corpo a qualcosa di più simile a un ruggito.

“Allora mi hai fatto un regalo”, disse piano. “E adesso ti devo qualcosa. Odio essere in debito.”

“Bene.”

“Ros.” Non si mosse dal focolare. “Sta’ molto attenta a cosa stabilisci adesso.”

Mi staccai dalla porta.

Attraversai la stanza. I piedi nudi non facevano rumore sulla pietra. La gonna del vestito scuro come la notte mi sussurrava intorno alle caviglie. Mi fermai davanti a lui, tanto vicina da dover inclinare la testa all’indietro per guardarlo, tanto vicina da sentire il freddo che emanava e il calore sotto, e alzai la mano e la posai aperta sul suo petto, sopra le spine ricamate in filo nero. Sotto il mio palmo il suo cuore martellava tanto forte quanto il mio.

“Tocco”, dissi. “E stavolta lo stabilisco per me.”

Dietro di me, da qualche parte lungo il corridoio, finì l’ultima musica del festino.

E la porta di quercia nera, che ero sicura di aver lasciato socchiusa, si chiuse piano da sola.

Aspetta — Dopo un bacio rovente davanti all'intera Corte Unseelie, Ros dice a Thane che quel bacio era per loro, non per lui. Ora le resta un tocco da concedere stanotte, è lei stessa a stabilire quale, e la porta si è appena chiusa alle loro spalle.

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