Nove notti d’ombra
Yumi
L’uomo dall’altra parte del vicolo fotografava la mia finestra da tre notti quando decisi di scendere a chiedergli perché.
Era l’ultima settimana della stagione delle piogge, e Tokyo aveva smesso di fingere di essere asciutta. L’acqua colava dalle vecchie tegole sopra il mio studio in sottili corde d’argento. L’aria, dentro, sapeva di cedro bagnato, di trucioli di matita e del tè d’orzo che avevo dimenticato di bere alle nove. Ormai erano passate le undici. La lampada tracciava un cerchio caldo sul tavolo da disegno, e dentro quel cerchio c’era la facciata di una casa di mercanti a Kawagoe, disegnata tante volte che avrei potuto disegnarla dormendo.
La casa aveva centotrent’anni. La famiglia che la possedeva voleva sei camere per gli ospiti e un piccolo bagno. La commissione per la tutela voleva che non toccassi nulla. Tra questi due desideri stava tutta la mia estate.
Mi piacevano i problemi così. Un edificio che rifiuta di cambiare è solo una persona con buone ragioni.
Stavo cancellando la stessa finestra per la quarta volta quando vidi di nuovo il lampo del vetro, dall’altra parte del vicolo.
Era minuscolo. La maggior parte della gente non l’avrebbe notato. Ma io ero cresciuta in una casa dove gli uomini sorvegliavano le porte per mestiere, e una parte di me non aveva mai smesso di contare le ombre di una strada. Il negozio di tofu di fronte al mio palazzo era chiuso dalle otto. Il suo ingresso era profondo e buio. E in quel buio, all’altezza del viso di un uomo, qualcosa di rotondo e nero prese la luce del lampione e mi strizzò l’occhio.
Un obiettivo.
Tre notti. Stesso ingresso. Stessa ora.
Mi infilai la matita dietro l’orecchio. Presi l’ombrello e il lungo righello d’acciaio che usavo per i fogli grandi, perché era la cosa più pesante che avevo sul tavolo. Poi infilai i sandali e aprii la porta.
Vorrei dire che ebbi paura. Non fu così, non ancora. Ero arrabbiata. Mio fratello aveva passato tutta la mia vita a dirmi che il mondo era più pericoloso di quanto credessi, e io avevo passato tutta la mia vita a dimostrargli che potevo attraversarlo lo stesso. Avevo ventotto anni. Pagavo l’affitto da sola. Avevo trasformato un negozio in rovina in uno studio con le mie due mani e un bel mucchio di soldi presi in prestito. Nessuno si sarebbe piantato nel mio vicolo a rubarmi immagini come fossi un uccello in gabbia.
«Mi scusi» chiamai attraverso i sassi bagnati. «Posso aiutarla in qualche modo?»
La sagoma nell’ingresso sussultò. Una macchina fotografica si abbassò. Un viso pallido mi guardò, giovane, spaventato, con un cappellino calato sugli occhi.
Poi il buio accanto alle biciclette si mosse.
Ne uscì con tanta fluidità che per un secondo pensai che la notte stessa si fosse alzata in piedi. Un uomo grosso, ampio di spalle, in un abito scuro e senza ombrello. La pioggia gli colava dai capelli lungo il lato del viso, e lui non sembrava accorgersene affatto. Non corse. Fece semplicemente un passo nel vicolo e si fermò esattamente tra me e l’ingresso, così che all’improvviso non vidi più altro che la larghezza della sua schiena.
Il giovane con la macchina fotografica scappò. I suoi passi schioccarono via lungo il vicolo e oltre l’angolo, e fu sparito.
L’uomo grosso non lo inseguì. Si voltò invece, e mi guardò.
Conoscevo quel viso. L’avevo visto ogni Capodanno per più di dieci anni, al volante dell’auto di mio fratello, o in piedi vicino a una parete mentre gli altri parlavano. Un viso con un naso rotto almeno due volte. Occhi che si muovevano sempre, che controllavano sempre le uscite, e che adesso si muovevano su di me, dai sandali all’ombrello al righello d’acciaio che stringevo in mano.
«Entri in casa, Yumi-san» disse.
La voce era bassa e quieta. Lo disse come si direbbe a qualcuno che sta piovendo.
«Hiro» dissi. Il nome mi tornò tutto d’un colpo. L’autista di mio fratello. Quello che a cena non parlava mai. «Che ci fai nel mio vicolo?»
A questo non rispose. Si chinò e raccolse qualcosa da una pozzanghera vicino al negozio di tofu: un piccolo copriobiettivo nero, lasciato cadere dall’uomo in fuga. Lo guardò, lo rigirò una volta e se lo infilò in tasca.
«La prego, entri» disse di nuovo. «Si bagna.»
«Vedo benissimo che piove. Ti ho fatto una domanda.» Mi avvicinai. Da vicino era ancora più grosso, più alto di me di mezza testa, e io non sono bassa. «Da quanto tempo sei qui fuori?»
Mi guardò per un momento. Lo vidi decidere se mentire. Poi lo vidi decidere di no.
«Nove notti» disse.
Mi portò da mio fratello perché gli dissi che altrimenti ci sarei andata a piedi, e credo che mi abbia creduta.
Salii sul sedile davanti. Fu un gesto piccolo, infantile. Gli uomini di mio fratello mi mettevano sempre dietro, perché dietro era più sicuro. Io mi sedetti davanti lo stesso, posai l’ombrello bagnato sul pianale e incrociai le braccia, e Hiro mi guardò attraverso la portiera aperta per un lungo secondo prima di chiuderla piano e di girare dal lato del guidatore.
L’auto sapeva di pelle e di pioggia. Guidava come sospettavo che facesse ogni cosa: con cura, senza fretta, con entrambe le mani. Non accese la radio. I tergicristalli andavano avanti e indietro. Tokyo scorreva via in pozze d’oro e di rosso.
«Nove notti» dissi. «Nove. Hai dormito in macchina?»
«A volte.»
«Mio fratello ti ha detto di non dirmelo?»
«Sì.»
«Volevi dirmelo?»
Restò zitto per un intero semaforo verde. «Sì.»
«E il ragazzo con la macchina fotografica? L’avevi visto anche le altre notti?»
«Sì. L’oyabun voleva sapere chi lo mandava. Stanotte volevo seguirlo fino a casa.»
«E io sono uscita sotto la pioggia con un righello e ho rovinato tutto.»
«Sì» disse Hiro. Non sembrava arrabbiato. Sembrava, semmai, quasi ammirato.
Mi sorprese così tanto che mi voltai a guardarlo. Lui teneva gli occhi sulla strada. Le nocche della mano destra erano attraversate da piccole cicatrici bianche, come una vecchia scrittura, e un’esile bruciatura rosa risaliva lungo l’interno dell’avambraccio sinistro prima di sparire sotto la manica. Non avevo mai notato niente di tutto questo. Non l’avevo mai guardato davvero, in dieci anni. Era stato parte dell’arredamento della vita di mio fratello, come le auto nere e i corridoi silenziosi e gli uomini che si alzavano sempre in piedi quando Kenji entrava in una stanza.
«Hai delle regole?» chiesi. «Per questo lavoro. Per sorvegliare me.»
«Una.»
«Dimmela.»
«Lei è la sorella dell’oyabun.»
Aspettai. Non aggiunse altro.
«Questa non è una regola» dissi. «È un fatto.»
«Per lei, un fatto» disse Hiro. «Per me, una regola.»
Aprii la bocca per ribattere e scoprii di non avere niente da dire, così la richiusi e guardai la pioggia.
Mio fratello viveva al quarantatreesimo piano di una torre nera che sembrava una lama conficcata nella città e lasciata lì. L’ascensore non aveva pulsanti. Hiro posò il palmo sullo schermo scuro, quello diventò verde, e salimmo così in fretta che mi si tapparono le orecchie. Ero cresciuta tra uomini che facevano aprire le porte solo con il fatto di essere chi erano. Avevo lasciato quella vita di proposito a diciotto anni, con una valigia e una borsa di studio. Ogni volta che salivo su quell’ascensore tornavo ad avere diciotto anni, e lo odiavo.
Le porte si aprirono su una luce calda e bassa e su un odore di tè verde. La casa di mio fratello era sempre troppo silenziosa. Riko-obasan era andata a casa da ore, e il lungo corridoio era vuoto, a parte le lampade lungo il pavimento.
Kenji era nel suo studio. Naturalmente. Era mezzanotte, e lui era ancora in camicia bianca, con le maniche rimboccate una sola volta al polso, il vecchio orologio di nostro padre al braccio sinistro, una tazzina di tè accanto a una pila di cartelle. Alzò gli occhi quando entrai. Non sembrava sorpreso. Mio fratello non si sorprendeva di niente da quando era un ragazzino.
«Yumi» disse.
«Nove notti» dissi. «Hai messo un uomo nel mio vicolo per nove notti e non mi hai detto niente.»
Posò la penna. Guardò oltre di me, verso Hiro, che si era fermato sulla soglia e stava lì con le mani giunte davanti a sé, bagnato fino alle ossa e silenzioso.
«Grazie, Hiro» disse mio fratello. «Aspettala, per favore.»
Hiro chinò il capo e si ritirò nel corridoio. La porta rimase aperta per la larghezza di una mano. Sapevo che poteva sentire tutto. Non m’importava.
«Dieci giorni fa è venuto qualcuno allo studio» disse Kenji, prima che potessi ricominciare. «Mentre eri all’ufficio per la tutela. Ha chiesto al tuo vicino a che ora chiudevi e se vivevi da sola. Poi se n’è andato. Non ha lasciato nome.» La voce di mio fratello non si alzò. Non si alzava mai. Non mi aveva mai gridato contro in tutta la sua vita, nemmeno quando avevo nove anni e avevo tirato una palla da baseball nel finestrino della sua auto. «Non sapevo chi lo avesse mandato. Ancora non lo so. Volevo saperlo prima di spaventarti.»
«Non tocca a te decidere che cosa mi spaventa.»
«No» ammise. «A me tocca solo decidere che cosa fare.»
Odiavo quando era calmo. Mi faceva alzare la voce. Posai le mani aperte sulla sua scrivania, e le parole uscirono prima che potessi fermarle.
«Io non sono Aoi.»
La stanza si fece immobile.
Rivolevo indietro quelle parole nell’istante in cui mi lasciarono la bocca. Sei anni, e in questa famiglia ancora non pronunciavamo il suo nome alla leggera. Mio fratello non si mosse. Il suo viso non cambiò. Ma la mano destra andò alla sinistra, e il pollice premette una volta sul moncone guarito del mignolo, come faceva quando qualcosa dentro di lui aveva bisogno di essere tenuto giù.
«So chi sei» disse piano. «So anche quanto costa quando sono troppo lento.»
Mi lasciai cadere sulla sedia di fronte a lui. La rabbia mi uscì tutta insieme, come l’acqua da un tubo rotto, e mi lasciò fredda, bagnata e piena di vergogna.
«Scusa» dissi. «È stato crudele.»
«È stato vero» disse. «Tu non sei lei. Sei mia sorella. Non è una cosa più piccola.»
Restammo lì un po’. Fuori dalla sua finestra la città andava avanti e avanti, un campo di luci fino al bordo della baia.
«Non vivrò in una gabbia, Nii-san» dissi infine. «Non verrò a stare qui. Non chiuderò lo studio. Ho un cliente, una scadenza e una vita.»
«Non ti chiedo questo.»
«Allora che cosa mi chiedi?»
Guardò la porta, la scura larghezza di una mano di corridoio dove stava Hiro.
«Lascia che stia dove puoi vederlo» disse mio fratello. «Basta nascondersi. Basta ingressi bui. Andrà dove andrai tu, finché non so chi ti sorveglia e perché. Tutto qui.»
Ci pensai. Pensai al mio vicolo, al lampo di un obiettivo, al viso pallido e spaventato sotto il cappellino. Pensai a Hiro che usciva dal buio, senza correre, senza gridare, semplicemente all’improvviso lì, come un muro che avesse deciso di crescere esattamente nel posto giusto.
«Va bene» dissi. «Una condizione.»
Mio fratello aspettò.
«Se deve seguirmi dappertutto» dissi «può portarmi i disegni.»
L’angolo della bocca di Kenji si mosse. Non era un sorriso. Con mio fratello non lo era mai del tutto. Ma lo conoscevo da sempre, e sapevo che cosa significava.
«Glielo dirò io» disse.
«Glielo dico io.»
Nell’ascensore, scendendo, stetti accanto a Hiro e guardai i numeri calare. Sapeva di pioggia e di lana bagnata. Faceva attenzione a non stare troppo vicino a me.
«Lo odierai» lo avvertii. «Parlo di continuo. Canto quando disegno. Male. Mangio a orari strani. Vado dal ferramenta per divertimento.»
«Lo so» disse Hiro.
«Come puoi saperlo?»
Guardò dritto davanti a sé, verso le porte.
«Nove notti» disse. «Lei parla con i suoi modelli.»
Sentii la faccia andarmi in fiamme dal colletto ai capelli.
Mi riportò a casa. Alla mia porta aspettò che trovassi le chiavi, poi disse, con la stessa voce bassa e quieta: «Chiuda due volte. Io sarò qui.»
Chiusi due volte. Salii le scale strette fino al mio appartamento sopra lo studio. Non accesi la luce. Alle tre del mattino, incapace di dormire, andai alla finestra e guardai giù.
Era in piedi sotto la gronda del negozio di tofu, nel punto esatto dove era stato lo sconosciuto. Ma non si nascondeva. Stava al bordo dell’ingresso con la luce del lampione sul viso, dove chiunque poteva vederlo, e la pioggia continuava a cadergli sulle spalle.
Come se avesse sentito che ero lì, sollevò la testa e guardò dritto verso la mia finestra buia.
Per la prima volta in nove notti qualcuno mi stava guardando, e io non avevo affatto paura.
Sotto le vecchie gronde
Yumi
Alla fine della prima settimana avevo cominciato a tenere il conto.
Lo tenevo sull’ultima pagina del mio quaderno di cantiere, in piccoli numeri lungo il margine, come c’è chi conta le calorie o i passi. Lunedì: quattordici parole. Martedì: nove. Mercoledì: quattro, e una era «no», quando gli chiesi se voleva l’ultimo onigiri del konbini alle due di notte. Giovedì: ventidue, ma diciotto erano le indicazioni per il ferramenta di Gotanda, che io già conoscevo, e che lui mi diede solo perché finsi di non conoscerlo.
Hiro andava dove andavo io. Era l’accordo, e lui lo rispettava come sembrava rispettare ogni cosa, per intero. Rimaneva fuori dall’ufficio per la tutela mentre io discutevo di tegole per un’ora. Aspettava alla porta della cartoleria mentre io sceglievo la carta da lucido. Portava i miei lunghi tubi di cartone con i disegni sotto un braccio come fossero di vetro, e non ne piegò mai uno, nemmeno salendo e scendendo dall’auto, il che era più di quanto si potesse dire della maggior parte degli ingegneri.
Non si nascondeva più. Al mattino, quando scendevo le scale verso lo studio, era già lì, seduto sul gradino davanti alla porta con una lattina di caffè freddo, a guardare il vicolo. La sera, quando chiudevo, era nello stesso posto. Non lo vidi mai arrivare e non lo vidi mai andarsene. Due volte gli chiesi quando dormisse. Due volte rispose: «Abbastanza.»
Venerdì Riko-obasan venne allo studio con un fagotto di stoffa per mano.
Mi conosceva da prima che sapessi camminare. Era piccola e svelta e con i capelli argentei, e aveva una voce di Osaka che faceva sembrare tutto più caldo di quanto fosse. Si tolse le scarpe sul gradino, guardò il mio studio, i disegni appuntati, i modellini di carta, la polvere, e schioccò la lingua.
«Mangi in piedi» disse. Non era una domanda.
«A volte.»
«Sempre.» Sciolse il primo fagotto sul mio tavolo da lavoro: un cestino laccato di riso, salmone alla griglia, omelette arrotolata, prugne sotto aceto. Poi andò alla porta, sciolse il secondo fagotto e lo porse a Hiro.
Lui si alzò subito. Prese il cestino con entrambe le mani e si inchinò molto più in basso di quanto il momento richiedesse.
«Okini, Riko-san» disse. Grazie, alla maniera di Osaka.
Riko-obasan gli batté un colpetto sul braccio e rientrò con l’aria compiaciuta.
«Undici anni» mi disse piano, mentre mangiavo. «Undici anni che quel ragazzo mangia il mio cibo, e ogni singola volta mi ha ringraziata. Ogni volta.» Mi guardò di sbieco, come quando avevo nove anni e mentivo sulla palla da baseball. «Un uomo che ringrazia per il riso sarà attento anche con le altre cose.»
«Obasan» dissi. «È la mia guardia del corpo.»
«Mm» fece Riko-obasan, e impacchettò il cestino vuoto, e non disse nient’altro, il che era molto peggio.
Sabato andammo a Kawagoe.
La vecchia cittadina sorgeva un’ora a nord della città, una strada di magazzini dalle pareti d’argilla e dai pesanti tetti neri, costruiti da mercanti che si erano arricchiti con il riso e le patate dolci molto tempo prima. I turisti andavano su e giù mangiando gelati. Un campanile di legno scuro dominava ogni cosa come un vecchio che ha già visto tutto.
La mia casa di mercanti si trovava all’estremità tranquilla di una via laterale. Da fuori sembrava stanca: persiane grigie, un cancello cadente, un tetto rattoppato in tre secoli diversi. Ma dentro, quando tirai indietro le persiane e feci entrare la luce, la trave maestra correva per tutta la lunghezza della stanza sul davanti, un unico tronco di zelkova, scuro come tè forte e spesso come il corpo di un uomo. Qualcuno aveva portato quell’albero in questa casa centotrent’anni prima. Qualcuno aveva deciso che avrebbe retto ogni cosa.
«Guardala» dissi. Non potevo farne a meno. Lo dicevo sempre ad alta voce. «Non è bellissima?»
Hiro guardò la trave. Poi guardò me che guardavo la trave. Poi tornò a guardare la trave.
«Sì» disse.
Un’altra parola per sabato, pensai, e per una volta non volli scriverla. Volevo tenermela.
Il nipote della famiglia avrebbe dovuto incontrarci, ma aveva mandato un messaggio dicendo di essere bloccato nel traffico. Così montai la scala di alluminio sul retro, dove l’ala della vecchia cucina si univa alla casa principale, e salii a guardare il giunto. L’ala della cucina era stata aggiunta dopo, forse sessant’anni dopo il resto della casa. Era l’unica parte che alla commissione per la tutela non importava, il che la rendeva la più importante per me.
Hiro teneva la scala. Non disse «stia attenta». Si limitò a restare in fondo con una grande mano su ciascun montante, così saldo che la scala poteva anche essere parte del pavimento.
Stavo misurando il giunto quando parlò.
«Lato sinistro» disse. «Sotto il secondo pilastro. Il legno è molle.»
Guardai. Premetti il pollice dove intendeva, e il legno cedette sotto la pressione come pane vecchio. Un alone scuro si allargava dal giunto in una forma che da terra non avevo visto.
«Come hai fatto a vederlo da laggiù?»
«Il colore. È più scuro dove l’acqua ristagna.» Si fermò, e quasi lo sentii scegliere se dire di più. «Il legno ti dice dove è passata l’acqua.»
Scesi lentamente dalla scala e lo guardai.
«Chi te l’ha insegnato?»
Rimase zitto così a lungo che pensai non avrebbe risposto. Poi disse: «Mio nonno. Costruiva barche. Barche da pesca di legno, in una cittadina sul Mar del Giappone. Ho spazzato il suo pavimento fino a sedici anni.»
Fu la cosa più lunga che mi avesse mai detto. Volevo scriverla parola per parola. Volevo fargli cento domande. Invece restai lì, con il metro in mano, con la sensazione che una porta davanti alla quale ero passata ogni giorno per dieci anni si fosse aperta di mezzo centimetro, e che dietro ci fosse un’intera stanza illuminata.
«Che cosa è successo quando avevi sedici anni?» chiesi con dolcezza.
«È morto» disse Hiro. «Le barche si sono fermate.»
Mi prese la scala di mano, la richiuse e la portò contro il muro, e questo fu tutto quello che ottenni.
Il temporale arrivò mentre chiudevamo.
I temporali estivi di luglio sono così. Il cielo passa dal bianco al verde al nero in dieci minuti, e poi la pioggia cade così forte che rimbalza sulla strada. Corremmo verso le ampie gronde del vecchio magazzino accanto, ridendo, o almeno io ridevo. Hiro non rideva, ma qualcosa all’angolo della sua bocca faceva del suo meglio.
Le gronde erano larghe e vecchie e asciutte sotto. L’acqua si riversava dal bordo del tetto in una tenda d’argento compatta, così che stavamo dentro una piccola stanza fatta di pioggia. Il tuono rotolava sulla cittadina. I turisti erano spariti. Tutta la strada sapeva di argilla bagnata e di pietra calda.
Ero fradicia fino alle spalle. Hiro si tolse la giacca senza una parola e me la mise intorno. Era calda del suo corpo, e pesante, e sapeva di lui, di sapone pulito e qualcosa come cedro.
«Ora sei bagnato tu» dissi.
«Ci sono abituato.»
Aveva le maniche della camicia rimboccate fino al gomito. La bruciatura sull’avambraccio sinistro era lì, rosa e lucida, grande quanto il mio palmo. Da vicino riuscivo a vedere bene le sue nocche: la mano destra era la peggiore, piccole cicatrici bianche su ogni giuntura, un dito che non stava del tutto dritto.
«Me lo racconterai?» chiesi. «Delle tue mani?»
«Risse» disse. «Prima.»
«Prima di che cosa?»
«Prima di suo fratello.»
Allungai la mano senza pensarci e toccai le cicatrici sulle sue nocche. Un dito solo, molto leggero, come toccherei un vecchio giunto in una trave per sentire com’è fatto.
Si fece completamente immobile.
Intendo immobile come un cervo è immobile, come l’aria è immobile prima del tuono. Non ritirò la mano. Non si mosse nemmeno verso di me. Guardò soltanto il mio dito sulla sua pelle, e poi, lentamente, il mio viso, e per la prima volta da quando era uscito dal buio nel mio vicolo i suoi occhi non si muovevano affatto. Non controllavano la strada, né le uscite, né la pioggia. Erano soltanto su di me.
Fino a quel momento non avevo saputo quanto lo volessi.
La pioggia rombava. Il mio cuore era forte nelle orecchie. Tra noi c’era forse la larghezza di una mano, poi meno, e non sapevo chi dei due si fosse mosso. Il suo respiro sfiorò la mia bocca. Vedevo una goccia d’acqua sul suo labbro inferiore.
«Hiro» dissi.
Chiuse gli occhi.
Poi fece un passo indietro, un passo intero, fuori dalla mia mano e quasi fuori dalle gronde, così che il bordo della pioggia gli cadde su una spalla e la inzuppò di scuro.
«Yumi-san» disse. La voce era roca. «No.»
«Solo Yumi» dissi. «Ti prego. Non “san”. Non qui fuori.»
«No» disse ancora, più dolcemente, e capii che era lo stesso no. La regola. Il fatto che per me era un fatto e per lui una regola.
Mi strinsi addosso la sua giacca e guardai la pioggia finché la faccia non smise di bruciarmi.
Tornammo a casa in silenzio. Il temporale ci seguì per metà strada verso Tokyo e poi si arrese. Quando arrivammo a Meguro erano quasi le otto, e il vicolo davanti al mio studio fumava nell’ultima luce grigia, le pietre che restituivano il calore del giorno.
Hiro mi accompagnò alla porta, come faceva sempre. Trovai le chiavi. Girai la serratura in alto, poi quella in basso.
La porta si spalancò all’interno, e il mio piede toccò qualcosa sul pavimento.
Una grossa busta marrone giaceva sulle pietre dell’ingresso, appena dentro, dove qualcuno l’aveva spinta sotto la porta.
La mano di Hiro si chiuse sul mio braccio prima che potessi chinarmi.
Era la prima volta che mi toccava di proposito. La sua stretta non era dura, ma non chiedeva nemmeno. Mi spostò di un passo indietro, dietro la sua spalla, si accovacciò e prese lui la busta. Non era sigillata. La inclinò, e le fotografie gli scivolarono sul palmo.
Io al mio tavolo da disegno, due notti prima, la lampada accesa, la matita dietro l’orecchio.
Io sulla scala di alluminio a Kawagoe, quel pomeriggio, mentre misuravo il giunto.
Io sotto le ampie gronde del magazzino, con la giacca di Hiro sulle spalle, il mio dito sulla sua mano, i nostri visi a un respiro di distanza. Scattata un’ora prima. Scattata attraverso la pioggia.
E l’ultima. La mia camera da letto, di sopra. Il mio letto, il mio cuscino, il mio viso addormentato, ripreso attraverso la finestra da molto vicino, così vicino che il vetro doveva quasi toccare l’obiettivo.
Sul retro di quella, qualcuno aveva scritto con un pennarello nero:
Di’ a tuo fratello che la sorellina è più facile da raggiungere di lui.
Mi sfuggì un suono, sottile come carta.
Hiro mise le fotografie nella tasca dei pantaloni. Poi infilò la mano sotto la camicia, nella parte bassa della schiena, e quando la mano riapparve c’era una pistola. Avevo saputo per tutta la vita che gli uomini di mio fratello ne portavano. Non ne avevo mai vista una tenuta così vicino a me, così con calma, da una mano che avevo toccato un’ora prima.
«Resti dietro di me» disse.
Sopra di noi, nel mio appartamento, nel buio, un vecchio asse scricchiolò.
Poi scricchiolò di nuovo, lentamente, come scricchiola un asse quando qualcuno sta cercando con tutte le forze di non farlo scricchiolare.








































