Vai al contenuto
Il patto della fornace — Mafia romance gratisGratis · Esclusiva

Mafia romance gratis

Il patto della fornace

Una ceramista ha quattro notti per smentire un debito, e l’uomo che la protegge può guadagnare dalla sua rovina.

Dark romantic suspense mafioso M/F per adulti con una ceramista, un patto legato a un debito e un protettore che trae vantaggio dalla sua perdita.

Intimità sensuale narrata in scena senza dettagli anatomici espliciti; personaggi adulti. Estorsione, coercizione, aggressione con un coltello e ferite non descritte in modo crudo.

  • Patto per un debito criminale
  • Vicinanza forzata
  • guardia del corpo
  • Protagonista artigiana
  • Protettore compromesso
  • Fiducia conquistata
  • Redenzione a caro prezzo

🌶️🌶️ Circa 86 min di lettura · 19.765 parole

Mara Vella sa che suo padre ha pagato. Gli uomini nella sua bottega di ceramiche sostengono il contrario. Dario Serra offre una stanza chiusa a chiave, una chiave che lei può tenere e aiuto per trovare la ricevuta. Ma il suo legame con il contratto d’affitto minacciato di Mara trasforma il rifugio in un altro patto pericoloso. Prima che Mara possa sceglierlo, lui deve rinunciare al potere di trattenerla.

Libri di Alisson Bento

Il patto del guardiano

Acquista su Amazon

Edizione Kindle · gratis con Kindle Unlimited dove disponibile.

Inizia a leggere gratis Oppure sblocca subito tutto il romanzo
Condividi la storia

Condividi la storia

La tazza cruda

Mara

La tazza si ruppe prima che il campanello sopra la porta della bottega avesse finito di suonare. La tenevo sollevata verso la finestra, controllando se il manico avrebbe resistito alla cottura, quando l’uomo con la giacca grigia mi colpì il polso. L’argilla bagnata mi scivolò fra le dita. Il manico mi rimase in mano.

«Quarantottomila», disse. «Puoi cominciare dalla cassa».

Guardai il piccolo serpente blu d’argilla sul palmo. Ada aveva passato un’ora su quel manico. Era nel retro a lavare i pennelli e sperai che il rumore dell’acqua fosse abbastanza forte da tenerla lì.

«Devi delle scuse al mio pavimento», dissi.

Mi afferrò il grembiule e mi tirò verso di sé. Il tessuto mi si tese sul collo. Aveva un ricciolo pallido d’intonaco nel sopracciglio, assurdamente comune su una faccia che cercavo di memorizzare. Nell’altra mano teneva una busta con il nome di mio padre.

«Enzo Vella è morto da due anni», gli dissi. «Se sei venuto a discutere un ordine dovrai parlare con me».

«So chi è morto. So chi è rimasto».

La bottega sapeva di argilla umida e caffè diventato amaro sulla piastra. Fuori una donna contrattava il prezzo delle arance con un venditore. La sentivo ridere. Sembrava impossibile che qualcuno potesse ridere mentre uno sconosciuto mi teneva contro il mio bancone, ma la strada non si era ancora accorta di noi.

Un altro uomo entrò dalla porta. Era più alto, con il grigio alle tempie e una giacca blu scuro che aveva visto la pioggia. Il suo sguardo passò dal pugno nel mio grembiule alla tazza rotta.

«Bruno», disse. «Lascia andare».

«Non vuole ascoltare».

«Le orecchie non le ha nei vestiti».

Bruno aprì la mano. Indietreggiai prima che l’uomo più alto potesse decidere dove dovessi stare. Il collo mi pizzicava sotto il laccio del grembiule. Volevo strofinarlo. Invece posai il manico di Ada accanto alla cassa.

«Fuori», dissi a entrambi.

«Dobbiamo parlare», disse l’uomo più alto.

«Allora sarebbe dovuto venire solo e comprare qualcosa».

Prese la busta dal bancone e ne lesse l’esterno. Gli guardai le mani. Il mignolo della mano destra era piegato a un angolo che non era quello per cui era stato creato. Nessun anello. Teneva il foglio con delicatezza, come se la forza fosse qualcosa che aveva imparato a misurare.

«Dario Serra», disse. «Ci manda Silvio Renda».

Quel nome rimpicciolì la stanza. Mio padre aveva pagato per un periodo l’affitto di uno spazio in un magazzino controllato da Renda. Ricordavo notti in cui tornava senza mangiare, contando il denaro sul tavolo della cucina mentre fingeva di ascoltare i miei racconti sulla scuola. Ricordavo anche l’ultimo pagamento. Enzo aveva comprato una bottiglia di spumante economico e ne aveva rovesciato metà perché gli tremavano le mani.

«Quel conto è chiuso».

«La garanzia no», disse Bruno.

Presi la busta prima che potesse fermarmi. Dentro c’erano un accordo fotocopiato e una richiesta di quarantottomila euro. La firma di mio padre era in fondo, più piccola e ordinata di quanto ricordassi. Il foglio non mi diceva a che cosa servissero quei soldi. Diceva che avevo tempo fino a mezzogiorno del quinto giorno, compreso quello, per saldare o cedere i beni dell’attività.

«Il contratto d’affitto non è un bene di mia proprietà», dissi. «Neanche questo edificio. Dovrete rubarlo a qualcun altro».

La bocca di Dario si mosse, quasi un sorriso, poi si fermò. «C’era una ricevuta?»

«C’è stato un pagamento».

«Non è quello che ho chiesto».

«E io non sto rispondendo a un interrogatorio nella mia bottega».

Alle mie spalle il rubinetto si chiuse. Ada comparve nel varco della tenda con un pennello in mano. I ricci erano legati in uno straccio e aveva smalto verde sul polso. Bruno si voltò verso di lei con l’attenzione compiaciuta di un uomo che scopre un’altra cosa da rompere.

Mi spostai di lato, bloccandogli la vista. «Ada, vai da tua sorella. Prendi la scatola verde».

«Mara?»

«Gli ordini lì dentro sono pronti. Può aiutarti a imballarli».

Nella scatola verde non c’erano ordini. C’erano i contanti per i materiali e le chiavi di scorta della bicicletta per le consegne. Ada lo sapeva. Strinse le dita sul pennello, poi sparì dietro la tenda.

Bruno allungò una mano verso lo scaffale espositivo. Dario gli afferrò il polso prima che toccasse il primo vaso.

«L’ordine era consegnare l’avviso», disse Dario.

«L’ordine era farle capire».

«Ci sei riuscito. Aspetta fuori».

Per un momento pensai che sarebbero venuti alle mani. Bruno guardò la mano di Dario sul suo polso, poi me. Sorrise senza aprire la bocca e uscì. Dalla vetrina lo guardai accendersi una sigaretta accanto al banco delle arance. Si era messo dove poteva vedere entrambe le porte della bottega.

Aspettai che i passi di Ada attraversassero il cortile sul retro. Aspettò anche Dario. Nessuno dei due finse che quel silenzio fosse comodo.

«La seguirà?» chiesi.

«No».

«Può prometterlo?»

Dario tirò fuori il telefono e chiamò qualcuno. Non si allontanò per farlo. «Bruno resta sulla strada davanti. La ragazza che esce dal cortile non fa parte di questo conto. Chiariscilo».

Ascoltò, poi chiuse la chiamata.

«A chi l’ha chiesto?»

«Al coordinatore che lo ha mandato».

Era una risposta pratica. Odiavo che fosse d’aiuto.

Mi accovacciai accanto alla tazza rotta. Non si era asciugata del tutto. Il corpo si era afflosciato, non frantumato, e su un lato c’era un incavo grande come un pollice dove aveva colpito il pavimento. La sollevai con entrambe le mani. Dario si mise su un ginocchio di fronte a me, ma non la toccò.

«Può metterla sul conto», disse.

«Non è un conto. È la prima vendita della mia apprendista. Una donna l’ha ordinata per suo marito. Ha chiesto qualcosa che sembrasse fatto a mano. Ada era molto contenta finché non ha capito che voleva dire che ogni difetto sarebbe stato visibile».

«Può ripararla?»

«Non lo so ancora».

Rimase accovacciato mentre sollevavo l’argilla su una tavoletta. La sua pazienza era peggio delle mani di Bruno che mi afferravano. Mi faceva venire voglia di spiegare le cose. Non avevo invitato nessuno dei due nella mia vita e già parlavo a uno di loro di una tazza.

«Se c’è una prova del pagamento la trovi», disse Dario. «Non la porti a Renda da sola».

Mi raddrizzai. «Perché è pericoloso?»

«Perché dice già che non esiste».

Per la prima volta mi guardò dritto in viso. Aveva occhi marroni, stanchi agli angoli. Non c’era niente di tenero. Mi guardavano prendere una decisione che lui sembrava convinto di aver già capito.

«Che cosa offre?»

«Tempo per cercare».

«Quattro giorni non sono tempo».

«Quattro notti. La scadenza è mezzogiorno dopo la quarta notte».

«Grazie. Così l’estorsione sembra quasi riposante».

Non la difese. Posò l’avviso sul bancone, appiattendone un angolo con il dito storto.

«Posso tenerle lontano Bruno fino ad allora».

«A che prezzo?»

«Un posto dove possa controllare le porte».

Guardai la tenda sul retro. Oltre c’erano il laboratorio, un ufficio minuscolo, le scale per l’appartamento che abitavo da quando mio padre era morto. Ogni parte della mia vita era qui. L’idea di lasciarla a un uomo che fumava accanto alle arance mi rivoltava lo stomaco.

«Mi sta chiedendo di venire con lei».

«Le sto dicendo che stanotte questa strada non sarà sicura».

«È pieno giorno».

«È per questo che glielo dico adesso».

Premetti le mani sul bancone finché il freddo della piastrella non fermò il tremore. Potevo chiudere le serrande. Potevo andare dalla sorella di Ada. Bruno aveva visto Ada; se avesse voluto avrebbe trovato sua sorella. Potevo chiamare la polizia e forse sarebbero venuti, forse Renda avrebbe prodotto dei documenti prima che trovassi i miei. Nessuno di quei pensieri apparteneva alla faccia di Dario, eppure sembrava aspettare che li attraversassi tutti.

«Lavora per lui», dissi.

«Trasporto persone e documenti. A volte faccio da scorta durante le riscossioni».

«Come questa».

«Sì».

«Ha mai riscosso da qualcuno che non doveva niente?»

Il suo sguardo si spostò sulla tazza rovinata. «Ho trascurato di farmi quella domanda».

Non bastava. Fui contenta che non avesse cercato di farlo bastare.

Lo feci aspettare mentre chiamavo Ada. Rispose sua sorella, senza fiato per le scale, e me la passò. Ada voleva tornare. Le dissi che il ciclo di raffreddamento del forno piccolo era completo e non c’era niente di urgente da fare. Disse che non aveva chiesto del forno.

«Resta lì», dissi. «Vado a cercare la ricevuta di papà».

«In bottega?»

«Dappertutto».

Quando chiusi la chiamata Dario esaminava la serratura della serranda davanti senza toccarla. Bruno se n’era andato. Il venditore di arance spazzava foglie schiacciate nella cunetta.

«Dov’è casa sua?» chiesi.

«Una vecchia fornace fuori città. Era di mia zia. Uso la stanza davanti come ufficio. La sala di cottura non funziona da anni».

«Ha un’uscita sul retro?»

«Sì».

«Avrò una chiave?»

«Sì».

«Mi lascerà il telefono?»

Questo lo fece voltare. «Non avevo intenzione di prenderglielo».

«Sto stabilendo le condizioni. Può non piacerle l’ordine».

Si appoggiò alla sedia vuota accanto alla cassa. «Continui».

Volevo chiedere se mi avrebbe toccata. La domanda si incastrò sotto il punto in cui il pugno di Bruno mi aveva tirato il grembiule. Dario mi vide deglutire. Distolse gli occhi, concedendomi la piccola grazia di finire senza essere guardata.

«Stanze separate», dissi. «Una serratura sulla mia. Nessuno viene senza avvertire. Nessuno legge i miei messaggi. E continuo a lavorare. Se ha una fornace potrebbe esserci qualcosa che vale la pena restaurare. Pago la stanza con il lavoro, non con qualcosa che lei deciderà dopo di poter pretendere da me».

«Non deve pagare».

«Deve capire qual è l’accordo».

Ci pensò. «La vecchia canna fumaria ha bisogno di un’ispezione. C’è una crepa sopra il focolare. Può dirmi se ha senso ripararlo».

«Sa che non posso certificare la sicurezza di un forno guardandolo?»

«Allora mi dirà chi può».

Annuii. Era un lavoro, abbastanza piccolo da essere onesto. «Mi aiuta a trovare la ricevuta. Non me la toglie».

«D’accordo».

«E se non c’è una ricevuta?»

La strada fuori si era fatta rumorosa. Uno scooter si fermò in panne vicino all’angolo. Un ragazzo chiamò un amico a gran voce. Dario non lasciò che il rumore rispondesse al suo posto.

«Allora troviamo un altro modo per contestare il debito. Non posso promettere quello che non controllo».

«Che cosa può promettere?»

«Bruno non le metterà le mani addosso finché ci sarò io. E se vuole andarsene dalla casa apro la porta».

Presi una matita e scrissi le condizioni sul retro di un modulo di consegna. Scrivere mi dava stabilità. Gli feci leggere ogni riga, poi aggiunsi il suo nome e il mio. Firmò senza usare la penna costosa che aveva in tasca; prese la matita della bottega e lasciò una firma tozza e scura.

Per un momento ne vidi l’assurdità: usare la carta per proteggermi da uomini che usavano la carta per minacciarmi. Ma quel foglio diceva ciò che avevo chiesto. Mio padre mi aveva insegnato a guardare dove poggiava un vaso prima di fidarmi della sua forma. Potevo esaminare quel sostegno. Potevo metterlo alla prova.

Dario mi diede un numero dell’ufficio della rete. «Se mi succede qualcosa chiami e dica che è sotto la mia scorta. Lo confermeranno».

«Dovrebbe farmi sentire meglio?»

«Dovrebbe darle un’altra persona che sa dove si trova».

Mandai l’indirizzo e il suo nome ad Ada prima che potesse suggerirlo. Annuì una volta.

Di sopra misi in borsa jeans, camicie, biancheria, il vecchio cardigan di lana di mio padre e gli attrezzi che entravano in un rotolo di tela verde. Mi fermai sulla fotografia incorniciata sopra l’armadio. Papà teneva un piatto troppo vicino alla macchina fotografica, il viso sfocato dietro. Odiava le proprie fotografie, amava quelle del suo lavoro. La tolsi dalla cornice e la infilai nel portattrezzi.

Quando scesi Dario era accanto alla porta con le mani vuote. Aveva spostato la tazza rotta su una piastrella pulita e l’aveva coperta con della plastica lasciata morbida, perché non si asciugasse in modo disuguale. Aveva lasciato uno spiraglio per l’aria. Qualcuno gliel’aveva insegnato oppure aveva osservato con attenzione.

«Conosce l’argilla?» chiesi.

«Mia zia lavorava qui prima che suo padre prendesse in affitto la bottega. Anni fa. Passavo le vacanze di scuola a spazzare dietro di lei».

Era un legame che non mi aspettavo e non me ne fidai solo per il calore che evocava. «Come si chiamava?»

«Rosa Serra».

Papà aveva tenuto una sua ciotola sulla scrivania, gialla con un piede ruvido non smaltato. La vedevo. Vedevo anche Dario accanto a Bruno, che lasciava chiudere la porta alle loro spalle. Entrambe le cose erano vere e una non cancellava l’altra.

«Non le sarebbe piaciuto il suo lavoro attuale», dissi.

«Non le piaceva».

Chiusi a chiave la porta sul retro e controllai due volte gli interruttori del forno. Dario aspettò sul marciapiede mentre abbassavo la serranda davanti. Con la bottega nascosta, la strada sembrava un posto dove non avevo mai vissuto. Il mio riflesso si allungava sul finestrino della sua auto, una macchia pallida a forma di grembiule contro il vetro scuro.

Mi tolsi il grembiule e lo ripiegai nella borsa. Il segno sul collo aveva cominciato a dolere.

«Dobbiamo andare al magazzino domattina come prima cosa», dissi. «Papà teneva lì i registri delle cotture dopo l’alluvione. Se la ricevuta è da qualche parte è insieme a quelli».

«Farò la chiamata».

«Mi dirà chi chiama».

«Il custode. Lo conosco».

«E lo farà dove posso sentire».

Aprì la portiera del passeggero, poi si scostò perché potessi scegliere se salire. Non c’era nessun grande gesto. Si era semplicemente tolto dallo spazio di cui avevo bisogno.

Posai la borsa sul sedile. Prima di sedermi mi ricordai dell’argilla sotto la plastica. Lasciarla significava permettere a Bruno di finire ciò che aveva cominciato. Riaprii la serranda.

Dario mi seguì dentro, tenendo aperta la porta. Sollevai la piastrella, ma la borsa mi scivolò dalla spalla. Lui tese le mani.

«Piatte», gli dissi. «Non stringa i bordi».

Allargò le dita sotto la piastrella. Vi posai il peso con delicatezza e cercai un tremito. Non c’era.

L’uomo venuto a riscuotere il mio futuro teneva la tazza come se potesse ancora essere salvata.

La chiave di scorta

Dario

Mara provò il cancello prima di guardare la casa. Lo spinse fino a chiuderlo, aspettò che il fermo si assestasse e lo sollevò di nuovo. Lasciai il motore acceso mentre lo provava dal lato della strada. Una donna che portava le proprie cose in una borsa di tela aveva ogni ragione per badare più a come uscire che a come mettersi comoda.

«Il fermo si incastra dopo la pioggia», dissi. «Sollevi, poi tiri».

«Me ne sono accorta».

Mi passò accanto con la tazza in equilibrio sulla piastrella. L’avevo portata fino alla macchina; lei aveva insistito per tenerla durante il tragitto. Ora scelse uno scaffale sotto la veranda, controllò che il sole non potesse raggiungerlo e la posò. Solo allora guardò le finestre.

Un tempo la fornace aveva prodotto abbastanza stoviglie da dare lavoro a sei persone. Mia zia aveva ridotto l’attività al proprio tornio e a un solo forno elettrico prima che le mani le cedessero. Dopo la sua morte avevo mantenuto abitabile una stanza, pagato le tasse e lasciato che il resto diventasse un posto che aggiravo invece di attraversare. Mara lo vide subito.

«Non ne usa neanche la metà».

«Meno».

«Allora perché tenerla?»

Avrei potuto dire investimento. Sarebbe sembrato sensato e lei l’avrebbe disprezzato. «Non ho deciso come perderla».

Mi guardò per la durata di un respiro. «Mi mostri la stanza».

Le diedi la camera in fondo al corridoio. C’erano un chiavistello d’ottone all’interno e una finestra che si apriva sul giardino laterale. Provò il chiavistello mentre io restavo nel corridoio. Il materasso cedeva verso il centro. Avevo messo lenzuola pulite quella mattina perché sapevo che Renda mi avrebbe chiesto di scortare una debitrice. Non sapevo che l’avrei portata qui.

Non era proprio una scusa. Sapevo abbastanza da cambiare le lenzuola. Avevo preparato un rifugio senza chiedermi perché una donna potesse aver bisogno di un rifugio contro il mio datore di lavoro.

«Questa è la sua stanza», disse, vedendo i libri accanto al letto.

«Per quattro notti è sua».

«Dove dormirà?»

«Nella stanza davanti. Il divano si apre».

Posò la borsa sul letto. «E le chiavi?»

Misi una chiave della casa e una del cancello sul tavolino. «Funzionano entrambe dai due lati. Il bagno è di fronte. La cucina è oltre quell’arco. Nella stanza davanti c’è un telefono fisso, se il suo non funziona».

Aprì l’armadio. Avevo tolto le camicie, ma lasciato una scatola di vecchi documenti di famiglia sul ripiano alto. Non la toccò. Quel ritegno mi fece vergognare più di quanto avrebbe fatto una perquisizione.

«C’è qualcosa che non dovrei aprire?»

«Un armadio di metallo chiuso a chiave in ufficio. Dentro c’è la mia pistola».

Le sue spalle cambiarono posizione. Non molto, ma abbastanza da farmi rimpiangere di non aver cominciato da quello. «La porta addosso?»

«A volte. Non in casa stanotte».

«È probabile che Bruno arrivi con una?»

«Gli hanno ordinato di stare lontano».

«Continua a dirmi che cosa gli è stato detto».

Appoggiai la mano allo stipite. «Ha ragione. Adesso chiamo il custode del suo magazzino. Dopo chiederò a qualcuno di cui mi fido di sorvegliare la strada. Sentirà entrambe le conversazioni».

Mi seguì in cucina. Sulla sedia inutilizzata c’era polvere e la spazzai via troppo tardi per fingere che mi aspettassi visite. Mara si sedette senza commenti. Chiamai Nino, che aveva le chiavi del magazzino, e misi il vivavoce. Accettò di aprire alle nove del mattino dopo. Quando nominai Mara disse che suo padre una volta gli aveva fatto un lavandino troppo grande per la porta. Lei rise prima di potersi trattenere.

Quel suono le cambiò il viso. Abbassai gli occhi sul telefono perché non vedesse con quanta attenzione l’avevo guardata.

La seconda chiamata fu per un ex autista di nome Ciro. Mi doveva un favore da una notte in cui avevo riportato a casa suo figlio invece di segnalare la macchina che aveva distrutto. Gli chiesi di parcheggiare all’incrocio fino all’alba. Gli dissi chi aspettarsi e Mara gli chiese lei stessa il numero. Lo diede, sembrando sorpreso che gli parlasse la persona che avrebbe dovuto proteggere.

«Nessuno passa da quel cancello senza il suo consenso», dissi. «È con me».

Mara sollevò gli occhi. Dopo che ebbi chiuso la chiamata batté una volta sul tavolo.

«Quel con lei si presta a tante interpretazioni, in quella frase».

«Sotto la mia protezione. Non ai miei ordini».

«La prossima volta dica la seconda parte».

Scrissi il numero di Ciro su un foglio, nel caso il suo telefono non funzionasse. «Lo farò».

Mangiammo alle sette perché nessuno dei due trovava una ragione per rimandare la fame. Avevo uova, pomodori, pane e un barattolo di marmellata di fichi che la vicina di mia zia portava ancora ogni autunno. Mara trovò una padella, ne provò il manico e me la passò.

«Qui ci vive lei. Cucina lei».

«Questa regola potrebbe diventare scomoda per lei».

«Rischierò le uova».

Lavò i pomodori mentre scaldavo l’olio. La finestra della cucina era aperta su una stretta striscia di giardino. Uno scooter passò sulla strada, poi sfumò verso la città. La guardai voltarsi a quel rumore. Non si era tranquillizzata soltanto perché le avevo mostrato un chiavistello.

«Può lasciare la borsa vicino alla porta sul retro», dissi.

Le mani si fermarono sotto il rubinetto. «Perché?»

«Continua a controllare quanto dista dalla camera. Se è lì può raggiungerla uscendo».

«Osserva tutti così?»

«Di solito per ragioni peggiori».

Chiuse l’acqua. «Non lo faccia sembrare una battuta intelligente».

L’olio schizzò quando versai le uova. «Non ci stavo provando».

Mangiammo in piatti spaiati. Provò la marmellata sul pane e chiese se l’avesse fatta Rosa. Le dissi il nome della vicina e dove viveva. I dettagli comuni sembravano aiutare più delle rassicurazioni. Una donna poteva decidere se fidarsi di una casa dove il cibo arrivava da una persona con un nome. Non poteva fare molto con la promessa che tutto sarebbe andato bene.

«Mio padre ha pagato Renda in contanti», disse Mara quando i piatti erano quasi vuoti. «Era venerdì. Lo ricordo perché aveva promesso di chiudere presto, poi era tornato tardi. Ero furiosa. Pensavo che avesse giocato d’azzardo».

«L’aveva fatto?»

«Non quella sera. A volte prima. Non ho bisogno di farne un santo per sapere quando ha pagato un debito».

Quella risposta mi piacque troppo. Aveva la solidità di un pavimento che non mi ero accorto mancasse sotto di me.

«Dove teneva le ricevute?»

«Nelle scatole dei biscotti. Scatole diverse per anni diversi, tranne quando erano piene e metteva quello che non ci stava in qualsiasi cosa avesse un coperchio. Prima che dica qualcosa, sì, ho provato a organizzarlo. Diceva di sapere dove fosse tutto».

«Lo sapeva?»

«Trovava una ricetta per lo smalto di quindici anni prima in meno di un minuto. Una volta ha perso il passaporto in un ricettario per sei mesi».

Immaginai la bottega prima che le serrande scendessero: barattoli con etichette scritte a mano, una sedia consumata e liscia sul bordo davanti, gli attrezzi disposti come se il prossimo compito potesse arrivare in qualsiasi momento. Il disordine di suo padre era diventato il suo ordine e Renda aveva messo una mano in entrambi.

«Che cosa sa della garanzia?» chiesi.

Ripiegò l’incarto del pane lungo la vecchia piega. «Papà ha affittato un deposito dopo che la bottega si era allagata. Renda gli ha offerto un locale più economico se avesse garantito un conto di trasporto. Un favore fra uomini d’affari, a quanto pare. Il conto di trasporto è andato male. Papà ha venduto il furgone, pagato la cifra che gli avevano detto e preso l’autobus per il resto della vita».

«Chi ha ritirato il pagamento?»

«Un corriere. Un uomo più anziano. Papà lo chiamava il professore perché correggeva la formulazione delle fatture».

Sapevo chi doveva essere. Pietro, che portava gli occhiali da lettura appesi a un cordino e guidava come se ogni passeggero fosse una tazza di caffè senza coperchio. Era andato in pensione prima che Enzo morisse.

«Posso chiedere a qualcuno che conosce i corrieri di quel periodo».

«Lo conosce già».

Avevo alzato gli occhi troppo in fretta. «Credo di conoscerlo. Non le dirò che è lui prima di aver verificato».

Annuì, accettando la distinzione. Per lei contava. Cominciai a capire quanti uomini avessero provato a ricavare certezza da una voce sicura.

Dopo cena lei lavò e io asciugai. Non mi chiese di nuovo di mia zia. Chiese se ci fosse un registro di manutenzione della canna fumaria. Presi i documenti della casa dallo scaffale della camera, bussando prima anche se lei non era dentro. Notò anche quello.

La scatola sapeva di cartone vecchio. Mara ne distese il contenuto sul tavolo con la stessa cura che aveva dato alla tazza. C’erano rinnovi dell’assicurazione, bollette dell’elettricità, fotografie e una bolla di consegna con la scrittura squadrata di mia zia. Mara la sollevò verso la luce.

«È il timbro di papà».

In fondo, accanto a una consegna di mattoni refrattari, c’era VELLA CERAMICHE. La data risaliva a quattro anni prima.

«Si scambiavano materiali», dissi. «Il vecchio forno di Rosa richiedeva una misura che lui non poteva usare. Lei ordinava tramite il suo conto».

Mara girò la bolla. Sul retro c’era un elenco a matita: mattoni, ripiani, filo per legature. Sotto, un numero di telefono e il nome di battesimo di Pietro.

Ci passò sotto un dito senza toccare la grafite. «Era il suo corriere?»

«Lavorava per chiunque pagasse per un trasporto onesto. Dopo ha accettato lavori per la rete. È l’uomo a cui pensavo».

«E sa dov’è?»

«So dove teneva la barca. Se è ancora lì posso trovarlo».

«Possiamo trovarlo».

Mi corressi ad alta voce. Costava pochissimo. Mi chiesi perché non l’avessi fatto più spesso.

Alle nove chiamò Renda. Mara era nella sala di cottura, a guardare il forno freddo con una torcia. Mi fermai nel corridoio e risposi prima del secondo squillo.

«Si è sistemata?» chiese.

«Sta cercando documenti».

«Dovevi scoraggiarla».

Guardai la sua luce passare sull’imboccatura del forno. Si chinò a esaminare una crepa, tenendo i capelli lontani dai mattoni con un polso. «Dovevo consegnare l’avviso».

«Bruno dice che sei diventato preciso con gli ordini».

«Bruno ha spaventato un’apprendista. È un cattivo modo di riscuotere».

Renda ridacchiò. Avevo sentito quel suono in stanze dove più tardi le persone scoprivano di aver acconsentito a qualcosa. «La metti sempre sul professionale quando vuoi essere difficile. Ascolta. La figlia di Vella è furba, ma furba non vuol dire solvibile. Non lasciare che ti trasformi in un testimone delle scuse di suo padre».

«Ha pagato?»

La pausa fu lieve. Avrei potuto perderla se Mara non mi avesse fatto una domanda che avrei dovuto farmi anni prima.

«Ha pagato un conto. Questo è un altro».

«Allora manda l’originale».

«Hai una copia».

«Lei contesta la firma».

«Contesta il fatto di essere povera. È comprensibile. Tienila lì. Non voglio doverle dare la caccia».

La torcia di Mara si spense. Non sapevo se potesse sentire Renda al telefono. Sapevo che sentiva me.

«Non è una prigioniera».

«Non essere drammatico, Dario. Nessuno ha detto prigioniera. Hai una provvigione su questo. Ricordati per che cosa ti pagano».

Chiuse la chiamata. Rimasi dov’ero finché Mara non entrò nel corridoio. Aveva fuliggine sulla punta del naso. Teneva la torcia contro la coscia.

«Quale provvigione?» chiese.

Avrei potuto dire che la chiamata era privata. Avevo passato quindici anni a imparare a trasformare una porta chiusa in una risposta. Qui la porta era aperta e lei era lì in mezzo.

«Il dieci per cento di ogni riscossione che accompagno fino alla conclusione».

«Quattromilaottocento per me?»

«Se riscuotesse tutta la somma richiesta. Sì».

Indietreggiò di un passo, non verso la camera ma verso l’uscita sul retro. «E la stanza, le uova, le chiavi? Un investimento?»

«No».

«Capisce perché non sia una gran risposta».

«Capisco».

Tirai fuori di nuovo il telefono, aprii il messaggio relativo al conto e lo posai sul tavolo fra noi. Lo lesse senza prenderlo in mano. La provvigione era indicata lì, insieme al suo nome e indirizzo. L’avevo ricevuto prima di entrare in bottega.

«Non l’accetterò», dissi.

«Non l’ha ancora rifiutata».

«No».

Aspettò. Non mi avrebbe dato credito per l’uomo migliore che sarei potuto diventare entro il mattino. Scrissi al coordinatore, mettendo in copia Renda, che rinunciavo alla provvigione e avrei agito soltanto come scorta in attesa dei documenti contestati. Le mostrai il messaggio inviato.

«Possono pagarla comunque in un altro modo?» chiese.

«Possono provarci».

«E me lo mostrerà?»

«Sì».

Si sedette lentamente. La fuliggine sul suo viso era diventata insopportabile. Bagnai un panno e glielo posai accanto, poi indicai il mio naso. Si strofinò prima dalla parte sbagliata, impaziente per quella piccola umiliazione.

«Sono abbastanza arrabbiata da andarmene», disse.

«La accompagno in macchina dove vuole».

«Ho anche abbastanza paura da restare. Non lo scambi per perdono».

«Non lo farò».

Andò in camera e chiuse la porta. Sentii scorrere il chiavistello. Sollievo e vergogna arrivarono insieme. Almeno l’aveva usato. Almeno non aveva deciso di dover dormire vestita accanto al cancello.

Chiamai Ciro e controllai la strada. Poi chiamai il numero sulla vecchia bolla di consegna. Squillò finché una voce registrata non disse che il numero non era disponibile. Mandai un messaggio a un meccanico del porto che conosceva Pietro, chiedendo soltanto se stesse ancora lavorando alla barca. Nessun debito, nessun nome, niente che esponesse un testimone nella notte prima che gli avessimo parlato.

Aprii il divano. Una molla spuntava attraverso la tela vicino alla mia spalla e la coperta sapeva vagamente della lavanda nell’armadio di mia zia. Oltre il muro la casa emetteva rumori di raffreddamento. Mara si mosse una volta nella camera, poi niente.

Pensai al mio messaggio sulla provvigione che arrivava in uffici dove ero sempre stato facile da usare. Al mattino qualcuno mi avrebbe chiesto se valesse la pena di diventare scomodo per quella donna. Non avevo il diritto di rispondere con il suo nome. La domanda apparteneva a me.

Prima di spegnere la luce della cucina presi la chiave di scorta dell’auto dalla tasca e la posai accanto al telefono fisso. Scrissi un biglietto dicendo quale auto aprisse e che Ciro poteva accompagnarla se non voleva me. Forse non l’avrebbe mai usata. L’avrebbe vista venendo a prendere l’acqua.

Lasciai la chiave dove potesse raggiungerla senza attraversare la mia stanza.

Aspetta — Mara ha una chiave, una pista che porta a un testimone e un protettore con una provvigione sulla riscossione. Domani cercheranno nel magazzino.

Continua a leggere Il patto della fornace gratis

Inserisci la tua email per sbloccare i capitoli che mancano e il Caveau delle Lettrici privato: 138 storie esclusive e tutte le storie extra.

La tua prossima maratona

Il patto del guardiano

Dalla serie Il prezzo del sindacato

Un romance mafia: bloccati dalla neve, costretti insieme e a corto di scuse.

Edizione Kindle · gratis con Kindle Unlimited dove disponibile.

Altri libri della serie Il prezzo del sindacato

Vedi tutti Altri libri della serie Il prezzo del sindacato

Chi l’ha amato divora anche

Vedi tutti Chi l’ha amato divora anche

I link aprono il negozio Amazon del tuo paese.

Domande

Prima di cadere ai suoi piedi.

Quale relazione segue questa storia?

Dark romantic suspense mafioso M/F per adulti con una ceramista, un patto legato a un debito e un protettore che trae vantaggio dalla sua perdita.

Come viene presentata l’intimità?

Intimità sensuale narrata in scena senza dettagli anatomici espliciti; personaggi adulti. Estorsione, coercizione, aggressione con un coltello e ferite non descritte in modo crudo.

Questa storia conclude la propria vicenda?

La storia di Mara e Dario si conclude qui con un lieto fine completo.

Passaparola.

Il patto della fornacealissonbento.com

WhatsAppFacebookXTelegramRedditThreadsE-mailSMS