La matrice che mancava
Marta
La ricevuta arriva dentro un sacchetto del pane, fra due macchie di burro. Celina posa il pacchetto sul mio banco e ci tiene sopra la mano, come se potesse ancora decidere di essere venuta soltanto a parlare. L’acqua le cola dalla manica dell’impermeabile e trova una delle crepe del legno. Ho allontanato libri dalle infiltrazioni per tutto il pomeriggio. Adesso mi viene in mente che avrei dovuto chiudere prima che facesse buio.
“Conservi ancora tutto?” chiede.
“Dipende da chi si lamenterà.”
Non ride. Toglie la mano e vedo un pezzo di carta gialla, strappato a metà in verticale. Riconosco il taglio. Mio padre separava le matrici usando un righello di metallo che lasciava una piccola irregolarità vicino alla punta. È morto quattro anni fa, ma l’irregolarità continua a riapparire su ricevute, vecchi inviti, carte che le persone mi portano da salvare. Appoggio l’indice al bordo, senza tirare fuori il documento dal sacchetto.
“Questo è uscito da qui.”
“A febbraio. Hai rilegato i miei registri di trasporto. Il pagamento l’ha fatto il terminal perché i registri sono rimasti custoditi là dopo l’alluvione.”
Ricordo le scatole gonfie, l’odore di fango secco sulle copertine e Celina che contava i fogli mentre io separavo quelli ancora recuperabili. Lavora nelle spedizioni delle merci. Quando dice che una scatola appartiene a qualcuno, di solito sa anche il nome della persona che la riceverà, la fretta che ha e l’entità del danno se la scatola scompare. Non l’ho mai vista trattare le carte come una cosa astratta. Stasera ha le dita così rigide che la fede d’argento sembra stretta.
“Chiedono di pagare un’altra volta?”
Apre la borsa, tira fuori un foglio bianco e lo stende accanto alla matrice. Non lo mette sopra. Quella delicatezza mi spaventa più che se avesse cominciato a urlare.
“Chiedono di pagare una cosa che non ho mai chiesto.”
Sul foglio ci sono il nome della sua azienda, una somma battuta a macchina e la descrizione di un anticipo. In fondo è riprodotta parte di una vecchia ricevuta. La firma non è di Celina. La parola autorizzazione compare con lo stesso spazio irregolare che la mia macchina da scrivere lascia dopo la lettera z. Ho la macchina nell’armadio. Non la uso da quando l’assistenza ha detto che ripararla sarebbe costato più che comprare una stampante.
Avvicino la lampada. Il filo fa un rumore dentro la presa e spengo la lampada prima di toccare il braccio di metallo. La pioggia è entrata di nuovo dalla parete sul retro. Scelgo la torcia del telefono.
“Da dove arriva questo foglio?”
“Da un uomo di nome Breno. Dice che ha comprato un debito del terminal. Dice anche che ci sono persone importanti in attesa del denaro.”
Oltre il vetro la strada riflette l’insegna di una farmacia. L’uomo che si ferma sotto la pensilina non guarda la vetrina. Guarda la porta. Indossa un cappotto grigio che potrebbe appartenere a un dipendente pubblico se non ci fosse una macchia di grasso vicino al polsino. Ha i capelli scuri tagliati corti e l’espressione di chi sa già quanti passi deve fare per raggiungere il mio tavolo.
Celina segue il mio sguardo.
“Non ho chiamato nessuno.”
“Nemmeno io.”
L’uomo bussa con le nocche, anche se il cartello dice ancora aperto. Rimango lontana dall’ingresso e chiedo cosa desidera. Apre una mano vuota, poi l’altra. Soltanto allora gira la maniglia. Il vento spinge dentro il laboratorio un odore di gasolio.
“Cerco la signora Celina Rocha.”
“L’hai trovata”, risponde lei. “E non hai ricevuto un invito.”
Ha una cicatrice corta sul mento, quasi nascosta dalla barba. Non sorride per rimediare alla mancanza d’invito. Chiude l’ombrello e aspetta che indichi un posto in cui lasciarlo. Indico il secchio vicino alla porta. L’acqua comincia a gocciolare sul fondo di plastica con una regolarità irritante.
“Anton Orlov. Lavoro nel magazzino del terminal Farol.”
“Questo spiega da dove vieni”, dico. “Non la visita.”
Guarda i due fogli. Faccio un passo davanti al banco. Non sono abbastanza alta da bloccare tutta la vista, ma lui smette di guardare.
“Breno mi ha chiesto di ritirare un documento. Ha detto che c’era una ricevuta incompleta in circolazione. Sono venuto a evitare un malinteso.”
Celina lascia uscire una risata breve, brutta, estranea alla donna che di solito offre caramelle allo zenzero a chi starnutisce vicino a lei.
“Allora puoi cominciare tornando a raccontare che non hai portato via niente.”
Anton accoglie la risposta senza avvicinarsi. La mancanza di reazione mi infastidisce. Anche gli uomini educati possono portare minacce; a volte le confezionano soltanto meglio. Ripiego il sacchetto del pane sulla matrice. Il foglio bianco rimane esposto. Lui segue il mio gesto e aggrotta la fronte quando legge la somma.
“È questo che le hanno presentato?”
“Non mi spiegherai che è per il mio bene”, dice Celina.
“Non intendo farlo.”
La presa scoppietta. Una piccola scintilla illumina la parete e il mio corpo reagisce prima del pensiero: tolgo la prolunga dal pavimento, prendo lo straccio asciutto dalla mensola e colpisco il braccio di Celina per allontanarla. Anton raggiunge il quadro elettrico vicino all’ingresso. Si ferma con la mano sotto il coperchio.
“Posso spegnere?”
“Il secondo interruttore. Da sinistra.”
Il laboratorio perde il ronzio del deumidificatore. Soltanto allora mi accorgo di quanto riempisse lo spazio. Rimangono la pioggia, un camion che cambia marcia e il mio respiro corto. L’acqua si allarga dietro l’armadio in cui conservo i registri più vecchi. Il sacchetto del pane rimane asciutto, ma la scatola inferiore è a contatto con una pozza.
“Devo togliere queste cose da qui.”
Celina prende già uno sgabellino. Anton si toglie il cappotto, lo piega sulla sedia e si rimbocca le maniche. Non aspetta ringraziamenti per sollevare la prima scatola. Non sa neppure dove metterla. Quel piccolo intervallo, un uomo grande fermo con una scatola fra le braccia, mi restituisce una parte del comando.
“Banco da taglio. Lato destro. Senza inclinare.”
Obbedisce. Celina prende la seconda, più piccola, e io stendo un telo da imballaggio sul pavimento ancora asciutto. I libri sono dei clienti. Nessuno mi ha lasciato la propria storia perché una parete marcia la divorasse. Quando mi accovaccio sento l’odore dolciastro del solvente rovesciato dietro l’armadio. Lo stomaco mi si contrae.
Anton mette la scatola nel posto indicato e apre la finestra alta usando il manico di una scopa. L’aria fredda mi colpisce il viso.
“Sei diventata bianca”, dice.
“Il vetro va fissato. Altrimenti si chiude.”
Cerca il gancio, lo trova e fissa il vetro. Non fa altri commenti sul mio colore. Approfitto del silenzio per ingoiare la nausea senza diventare il centro dell’emergenza. Fra noi il banco comincia ad accogliere le cartelle di sei anni di lavoro. Il registro verde di Celina non è lì. Ricordo di averlo restituito in una scatola separata. Il ricordo porta un dettaglio: ho cucito alcune seconde copie insieme al foglio d’apertura perché mi ha chiesto di non perderle.
“Il tuo libro cassa è rimasto in ufficio?” chiedo.
“È rimasto. Perché?”
“Forse ho qualcosa da controllare.”
Anton alza il viso. Non mi piace aver parlato davanti a lui. Ancora meno essermene accorta tardi. Celina capisce e non chiede altro. Con il telo pieno ne fermo gli angoli con i pesi da rilegatura. L’infiltrazione continua, ma adesso dovrà passare attraverso me per raggiungere qualsiasi carta.
“C’è qualcuno al piano di sopra?” chiede Anton.
“Soltanto la mia camera.”
“L’impianto è bagnato. Non dovresti dormire qui stanotte.”
“Il tuo datore di lavoro dà anche consigli sugli incendi?”
Abbassa la manica destra. C’è un vecchio graffio vicino al polso, chiuso, senza relazione con questa sera.
“Ho passato anni imbarcato. Ho imparato ad aver paura dell’acqua dove non dovrebbe stare.”
“Io ho imparato ad aver paura delle visite mandate dagli esattori.”
Celina mi tocca il gomito. Non mi chiede calma. Indica il telefono che vibra dentro la borsa. Il nome Breno compare sullo schermo prima che giri l’apparecchio. Va all’ingresso e risponde con la porta socchiusa. Sento soltanto la sua parte: che non c’è stato un accordo, che il vecchio pagamento esiste, che non consegnerà l’unica prova senza ricevere una copia autenticata di ciò che chiedono di pagare.
Anton rimane immobile davanti al tavolo. Nell’istante in cui Celina dice il mio nome la sua mandibola si contrae.
“Lei non c’entra niente”, aggiunge la mia cliente.
Il silenzio della chiamata dura abbastanza da farmi vedere l’acqua raggiungere la gamba dell’armadio. Poi Celina chiude. Non riesce a mettere il telefono in tasca al primo tentativo.
“Vuole parlare con te”, dice ad Anton.
L’uomo prende l’apparecchio. Non si allontana per nascondere la conversazione.
“Sono qui. No. Ho visto il foglio. Non le toglierò niente di mano.”
La voce di Breno è troppo bassa per distinguere le parole. Anton ascolta fino alla fine.
“Hai chiesto una ricevuta perduta. Non è la stessa cosa.”
Restituisce il telefono a Celina prima che la chiamata finisca. Il gesto è calcolato: non chiude al posto suo, non continua a usare un oggetto che non è suo. Ma adesso c’è rabbia. La sento nel modo in cui le dita si fermano vicino alla cucitura dei pantaloni. È la sua prima emozione che riconosco senza sforzo.
“Cosa ha detto di me?” chiedo.
Celina stringe la bocca. Anton risponde.
“Che dovrei ricordarti chi controlla i depositi di questa zona.”
Penso all’affitto in scadenza, alla finestra che non si chiude bene e ai libri che non sono ancora riuscita a salvare. Non esiste abbastanza coraggio da far diventare piccole queste cose. Il laboratorio era di mio padre, ma l’affitto è mio. Il lavoro è mio. Anche la paura, sebbene preferirei passarla a qualcun altro come un conto consegnato alla persona sbagliata.
“E sei venuto a fare questo?”
“Sono venuto a prendere carta. Adesso ti dico che sa dove abiti.”
“Lo saprebbe dall’insegna.”
“Sì.”
La risposta semplice fa più danno di una minaccia ornata. Vado alla porta, controllo la strada. L’uomo su una moto ferma vicino alla farmacia si sistema il casco e parte. Può essere un fattorino. Può aver aspettato la fine della pioggia. La mia testa comincia ad attribuire intenzioni a tutti e riconosco l’inizio di una notte in cui non riuscirò a dormire.
Celina offre casa sua. Prima che accetti riceve un’altra chiamata, stavolta dalla figlia adulta, che è nell’appartamento con il marito e le chiede di tornare. Celina mi dice piano che Breno è già stato nel palazzo. Non voglio portare il sacchetto del pane nel salotto in cui persone che non hanno scelto questo problema stanno cenando.
“Posso stare in una pensione”, dico.
Faccio il conto a mente. I soldi per la riparazione elettrica non esistono più, ma qualcosa dovrà esistere fino a domattina. Anton si mette il cappotto. La stoffa umida gli tocca il collo e gli fa ritrarre una spalla, un movimento comune che indebolisce per un attimo l’impressione che sia arrivato pronto a qualsiasi cosa.
“Ho una camera vuota sopra una ferramenta. La porta del corridoio ha una chiave. La camera ne ha un’altra. Le tieni tutte e due. Posso dormire sotto.”
“Perché?”
Non risponde in fretta. La pioggia corre sul vetro dietro la sua testa.
“Perché gli ho confermato che eri qui. E perché hai staccato una prolunga prima di salvare i tuoi documenti. Io avrei fatto il contrario.”
“Questo non fa di me una tua responsabilità.”
“Fa dell’informazione che ho passato una mia responsabilità.”
Celina mi fissa come se aspettasse che dessi il nome corretto alla situazione. Non lo so. Forse è protezione. Forse un uomo in colpa che cerca di rendere sopportabile la propria notte. Chiedo l’indirizzo. È a tre strade di distanza, sopra un vecchio negozio di ricambi navali che conosco di vista. Ci sono luci accese negli edifici vicini, una fermata dell’autobus all’angolo. Non è una casa isolata offerta in cambio di fiducia assoluta.
Chiamo Dora, la proprietaria della pensione vicino al mercato dove sono già stata durante un altro intervento. Chiedo se ha posto. Ce l’ha, ma il bagno del corridoio è in riparazione e non ci sono chiavi di scorta per il cancello. Il mio corpo stanco vuole accettare la prima risposta che chiuda la decisione. Mi obbligo ad ascoltare la seconda: posso rivolgermi a lei al mattino. Chiede se ho mangiato. Mento dicendo di sì.
“Vado a vedere la camera”, dico ad Anton. “Vedere. Non è la stessa cosa che accettare.”
Annuisce. Celina vuole accompagnarmi e la lascio fare. Non costruirò l’indipendenza rifiutando testimoni. Riponiamo il foglio bianco e la matrice in due cartelle diverse. Vengono entrambe con me nella borsa degli attrezzi, fra una spatola d’osso e un quaderno senza righe. Scrivo su un foglio l’ora in cui abbiamo spento la corrente e lo metto sulla porta per l’elettricista che chiamerò presto.
Prima di uscire torno all’armadio di mio padre. Il righello di metallo è nel secondo scomparto, sotto un rotolo di filo cerato. Faccio scorrere il pollice fino all’irregolarità. La stessa che morde il bordo della matrice. Non è prova di niente oltre al passaggio di un foglio su questo banco, ma è un inizio che riesco a tenere in mano.
Anton aspetta fuori, dando le spalle alla serratura. Celina tiene l’ombrello sopra noi due mentre giro la chiave del laboratorio. La chiave della porta laterale si inceppa. Si inceppa sempre quando il legno si gonfia. Lui sente il tentativo, offre la mano e aspetta. Mi inginocchio per controllare l’allineamento e vedo che il perno inferiore ha ceduto. Non voglio lasciare l’ingresso soltanto accostato, né passare venti minuti a discutere il significato di permettere aiuto.
“Tieni la porta dall’alto. Non spingere ancora.”
La tiene. Uso il righello come spessore, trovo il punto e chiedo pressione. Il chiavistello entra con uno scatto. Quando mi alzo la sua mano è a un palmo dai miei capelli, appoggiata al legno. La toglie prima di prendere il righello che tendo. Non mi ha toccata una sola volta, eppure so esattamente dov’è stato.
La ferramenta ha una vetrina coperta di vecchi manifesti. Anton apre una porta indipendente e accende la luce delle scale. Salgo per prima con Celina dietro. La camera è semplice, con un letto stretto, un tavolo e una finestra rivolta sul retro di una panetteria. La serratura funziona dall’interno. Provo la chiave due volte. C’è un asciugamano pulito su una sedia, piegato senza cura. Nessun gesto preparato per impressionarmi.
Celina controlla la finestra. Manda l’indirizzo alla figlia e al mio telefono. Va via soltanto dopo che prometto di chiamare la mattina. Anton rimane nel corridoio, con le chiavi in mano, senza interpretare il silenzio come invito. Ho fame, mi fanno male i piedi e la borsa pesa più di quanto dovrebbe. Guardo il soffitto asciutto. Guardo lui.
“Fino a domani”, dico. “Soltanto finché non risolvo l’impianto.”
“Va bene.”
“Se viene qualcuno, bussi. Non apri.”
Separa la chiave della camera e la mette sul tavolo. Quella del corridoio rimane accanto. Il suo mazzo adesso ha soltanto una chiave più piccola, del negozio. Prendo le due che offre, sento la differenza fra i denti di metallo. Ho ancora in mano quella dell’ingresso sulla mia strada, che avrà bisogno di un aggiustamento per non rompersi nella serratura gonfia. Indica una lima appesa vicino alle scale e chiede se può togliere la sbavatura.
Gli consegno la chiave dell’ingresso sulla strada, ma tengo con me quella del laboratorio.
La casa degli attrezzi
Marta
La lima canta sul gradino di sotto. Non è forte, ma la ripetizione arriva alla camera dal vuoto sotto la porta. Mi tolgo le scarpe, appendo il cappotto blu allo schienale della sedia e appoggio i piedi sul pavimento freddo. La chiave della camera è girata nella serratura. Le altre rimangono in vista, accanto al telefono che ha ancora batteria. Ho bisogno di queste piccole conferme prima di permettere alla stanchezza di attraversarmi il corpo.
Il letto odora di detersivo in polvere. Sulla parete c’è un calendario di un anno passato, aperto sulla fotografia di una barca di legno. Nessuna donna sorride in una cornice, nessuna camicia da bambino occupa una sedia. Questo non risponde se Anton abbia qualcuno. Mi irrita aver cercato la risposta. Un uomo offre un tetto mentre il mio lavoro è a rischio e una parte stupida di me vuole sapere da chi torna alla fine della giornata.
Bussano alla porta. Due colpi distanziati, poi niente. Mi rimetto il cappotto prima di aprire.
Anton tiene la mia chiave su un piattino. Nell’altro braccio regge un piccolo vassoio, di quelli usati per servire il caffè al bancone. Ci sono pane, formaggio e una tazza fumante.
“Hai detto di aver già mangiato”, osserva.
“L’ho detto a Dora.”
“La tua voce è cambiata quando hai mentito.”
“Deve essere utile nel tuo lavoro.”
La sua espressione si chiude. Non cerca di entrare. Prendo prima il piattino, provo la sbavatura corretta sulla punta del dito e metto la chiave nella tasca interna. Soltanto dopo ricevo il vassoio. L’odore del formaggio mi fa salivare in modo umiliante.
“Nella tazza c’è tè. Il caffè è finito.”
“Ricevi spesso donne affamate di notte?”
“Non ricevo quasi mai nessuno.”
Potrebbe essere una risposta pronta. Il cucchiaino storto e i due panini di dimensioni diverse mi convincono di più. Non ha allestito una scena da uomo solitario; ha raccolto quello che c’era. Chiedo dove dormirà. Indica di sotto. Il negozio ha un divano stretto dietro il bancone, usato prima dal proprietario nei giorni d’inventario. Non è comodo, ammette. La chiave più piccola apre la porta del negozio e il corridoio si apre da fuori soltanto con quella che ha lasciato a me.
“Allora non puoi salire se chiudo a chiave.”
“Posso suonare il campanello.”
“Non scherzo.”
“Nemmeno io.”
Poso il vassoio sul tavolo. La camera è così piccola che devo girare il corpo per passare fra la sedia e il letto. Quando torno Anton è esattamente dove si trovava. La luce del corridoio accentua la cicatrice sul mento e una piega stanca vicino agli occhi. Sembra più vecchio che nel laboratorio, o forse finalmente vedo il prezzo della notte sul suo viso.
“Quanti anni hai?” chiedo.
Mi guarda con una breve sorpresa.
“Trentaquattro.”
“Io ne ho ventinove. Non devi parlarmi come se ti stessi occupando di una ragazzina perduta.”
“Non pensavo di farlo.”
“Ma ti stai occupando di me.”
“Cerco di non peggiorare ciò che ho cominciato.”
Tengo il bordo della porta con la mano. Il legno ha una vecchia scheggia vicino al chiavistello. Voglio finire la conversazione, mangiare e dormire. So che se lo faccio riempirò le ore di versioni di ciò che non ha raccontato. Chiedo chi è Breno. Anton guarda le scale, non per cercare una via d’uscita, ma come se preferisse fare questa conversazione dove possa sedersi.
“L’officina sotto ha un tavolo. Puoi portare il cibo.”
“Perché non rispondi qui?”
“Perché tieni la porta come se io stessi per spingere.”
Mi fa male la mano. Lascio il legno, tengo con me la chiave e scendo dietro di lui, portando il vassoio. Il negozio ha scaffali vuoti, scatole di viti e un banco occupato da un piccolo motore smontato. Il divano è davvero dietro il bancone, coperto da una coperta di lana. Sul sedile c’è un libro di manutenzione navale con uno scontrino di panetteria come segnalibro.
Anton tira una sedia per sé dall’altro lato del tavolo. Io ne scelgo un’altra. Mangio il primo pezzo di pane prima di chiedere di nuovo.
“Breno riscuote debiti e tratta lo stoccaggio”, dice. “Lavora con gente che non risolve tutto per contratto. Io mi occupo di uomini, cancelli, movimenti notturni. Non sono il proprietario del terminal.”
“La Bratva?”
Il nome rimane fra noi, meno lontano che per strada. Nella zona del porto le persone lo pronunciano con una mescolanza di conoscenza e invenzione. Bastano due uomini in cappotto scuro perché qualcuno giuri di aver visto un esercito.
“Ci sono persone legate a essa. Altre che la usano per sembrare più grandi. Non posso dirti dove finisca una cosa e cominci l’altra. Posso dirti che Breno riceve ordini da un amministratore. E che ieri ricevevo ancora ordini da lui.”
“Ieri?”
“Fino a quando sono arrivato al tuo laboratorio pensavo che questa fosse una riscossione normale.”
Non mi chiede di considerare innocente l’espressione. Una riscossione normale può comunque distruggere una persona. Taglio il formaggio con il coltello senza punta del vassoio.
“Picchi le persone?”
Anton abbassa gli occhi sulle proprie mani. Per la prima volta sembra non sapere quale posizione dar loro.
“Ho fatto credere a delle persone che sarebbero state ferite se non avessero pagato. Non sceglierò una parola più bella per questo.”
Il pane perde il sapore. Deglutisco con difficoltà, bevo il tè e mi brucio la lingua. Lui non si muove per aiutarmi con una cosa che non può disfare.
“E io dovrei dormire sopra il tuo negozio?”
“Se preferisci la pensione ti porto. Oppure chiamo una macchina e rimango qui. Non c’è un debito perché hai mangiato questo pane.”
Metto il coltello sul vassoio. Nessuno mi ha dato una lezione pratica su come riconoscere il confine fra un uomo pericoloso e una trappola. Quello che ho è una camera che posso chiudere a chiave, un’amica con l’indirizzo e qualcuno che dice una verità sgradevole quando potrebbe mentire. Non basta per la fiducia. Forse basta per attraversare qualche ora.
“Voglio chiamare Celina prima di decidere.”
Si alza, si allontana e mette acqua in un bollitore su un fornello a due fuochi. Rimane di spalle mentre telefono. Celina risponde prima del terzo squillo. La figlia è vicina; sento un piatto che viene riposto. Dico dove sono, chiedo se conosceva Anton da prima. Conferma di averlo visto in due ritiri di documenti, mai da solo con Breno. Non le racconto tutto ciò che lui ha appena ammesso. Quella parte appartiene alla decisione che devo prendere e voglio riuscire ad ascoltarla senza offrire una scusa pronta.
“Tieni la matrice”, chiede Celina. “Non portarla al terminal. L’avvocata mi ha dato appuntamento per il terzo giorno. C’è una riunione fissata per il quinto, alle dieci. Decideranno se sospendere i miei depositi.”
Cinque giorni, contando questa notte come il primo. Lo ripeto ad alta voce per non trasformare la data in una minaccia senza bordi. Anton non si volta, ma smette di trafficare con il bollitore.
“Hai la richiesta di pagamento per iscritto?”
“Ho la notifica. Mando una foto. All’avvocata servirà l’originale dopo.”
“E il registro verde.”
“Lo porto domani. Marta, non devi fare tutto oggi.”
Guardo le unghie, con un residuo scuro di colla che non è venuto via lavandole. Se dormissi, le carte continuerebbero a essere ciò che sono. Se passassi la notte a guardarle, forse riuscirei soltanto a peggiorarne le condizioni. Prometto di andare a letto. Celina rimane in silenzio un istante, poi mi chiede di mangiare. Quasi rido. Le donne del porto possono non fidarsi le une delle altre in materia di noli, ma si uniscono in fretta contro qualcuno a stomaco vuoto.
Dopo la chiamata Anton mi porta acqua in una tazza diversa. Il bollitore è ancora sul fuoco; l’acqua che offre è fredda. Ha notato la scottatura senza annunciare di averla notata. Non voglio che mi piaccia. Mi piace lo stesso.
“Hai capito la scadenza?” chiedo.
“Quinto giorno, dieci del mattino. Non è una scadenza giudiziaria. È una riunione degli amministratori dei depositi.”
“Sai chi ci sarà?”
“Nilo, il responsabile. Un rappresentante dell’associazione degli affittuari. Breno. Se l’avvocata di Celina chiede di partecipare, devono rispondere prima.”
“Devono farlo o lo fanno di solito?”
Ci pensa.
“Di solito lo fanno. Non posso promettere che obbediscano.”
Finalmente una distinzione che riconosco. Lavoro con libri sopravvissuti per caso e clienti che chiamano garanzia qualsiasi cosa desiderino molto. La sincerità di Anton non lo rende buono, ma mi dà informazioni che posso usare. Chiedo se conosce la firma sul foglio bianco. Chiede di vedere. Apro la cartella senza togliere la matrice dalla tasca interna, mostro soltanto la richiesta di pagamento.
Legge seduto, senza tirare il foglio verso di sé. Stavolta la somma non sembra sorprenderlo. La descrizione sì. Inclina la testa.
“La parte di sopra non era nel documento che conoscevo.”
“Quale documento?”
“Una ricevuta di ritiro. Libri restituiti alla signora Rocha dopo un servizio. Non un anticipo.”
“L’hai visto?”
“Ero al terminal quando è uscito.”
“E perché non l’hai detto prima?”
“Perché soltanto adesso ho letto tutta la descrizione.”
Valuto se sia plausibile. Nel laboratorio era in piedi, la luce veniva dal telefono e io bloccavo metà tavolo. Sì, è possibile. Non rende comodo il fatto che conosca un pezzo di questa storia che non ho ancora visto. Chiedo chi ha ritirato i libri. Dice Celina, accompagnata da un dipendente. Non sa il nome del ragazzo. Io sì: dev’essere Davi, che poi si è trasferito in un’altra città. Non offro quel dato. Non trasformerò ciò che ricordo in conferma di ciò che Anton suppone.
L’orologio sulla parete del negozio segna un’ora già passata. Il telefono conferma che è tardi. Stendo il foglio bianco su una base pulita e avvicino la torcia. La parola anticipo ha l’inchiostro più scuro del resto. Può dipendere da un nastro sostituito, da una riproduzione, da varie cose. Non chiamerò falsificazione una differenza che non so ancora spiegare.
“Devo confrontarlo con il registro del laboratorio”, dico. “E con la ricevuta intera.”
“L’originale dovrebbe essere da Nilo.”
“Riesci a chiederlo?”
“Posso. Può dire di no.”
Appoggio la schiena alla sedia. C’è un peso strano nel lavorare davanti a qualcuno mandato a prendere il documento. Non nasconde il proprio disagio, ma non me lo deposita neanche davanti perché lo aggiusti. Raccolgo le carte. La mia decisione comincia come un elenco materiale: una notte, chiavi, telefono, nessuno entra senza bussare. Domani elettricista. Dopo ogni ora dovrà essere scelta di nuovo.
“Rimango nella camera”, dico. “Non significa che credo a tutto ciò che hai detto.”
“Lo so.”
“E non dirai a Breno che hai i documenti.”
Anton incrocia le braccia, le scioglie. Per la prima volta penso che anche il suo silenzio possa essere lavoro: misurare ciò che può affermare prima di usare una frase facile.
“Non mentirò dicendo che li ho portati. Se chiede dove sono dico che non sono sotto la mia custodia.”
“È una risposta preparata.”
“È la risposta vera.”
Voglio contestare. Invece finisco il tè, adesso tiepido. Prende un cacciavite dal banco e lo gira fra le dita. Chiedo del motore smontato. Anton segue il mio sguardo come chi sia stato sorpreso con una fotografia intima.
“È di una piccola barca. Il proprietario ha sostituito un pezzo con un altro che non entrava. L’ha portato per vedere se si poteva sistemare.”
“Ti fai pagare?”
“Quando funziona.”
“Un pessimo modello d’impresa.”
Sorride per la prima volta. Il sorriso non gli cambia tutto il viso, soltanto un angolo della bocca, ma gli toglie parecchi anni di distanza. La cicatrice si curva. Distolgo gli occhi verso la piccola elica sul banco e ci trovo una bellezza meno pericolosa da esaminare. Le pale hanno una lucentezza consumata, risultato di uso e pulizia, non di decorazione.
Mi mostra una rondella che non dovrebbe essere lì. Non devo capire di motori per notare il bordo deformato. Anton spiega che il pezzo sbagliato ha finito per premere su un altro e adesso il proprietario della barca dovrà scegliere fra una soluzione provvisoria e smettere di usarla finché non avrà il componente giusto. Chiedo quale consiglierà.
“Fermarsi.”
“Perderai il cliente.”
“Posso perdere tutta la barca se mento.”
Prendo la rondella quando la offre. È leggera, ruvida su un lato. Il contatto del metallo con le mie dita ancora fredde mi porta un ricordo inatteso: mio padre che insegna a non promettere una pagina perfetta quando la fibra è già diventata polvere. Vorrei poter conservare gli uomini in categorie semplici quanto i materiali. Questo acciaio va bene. Quella carta non regge. Le persone insistono a portare due risposte dentro lo stesso corpo.
Restituisco il pezzo. Anton lo mette su un piattino per non perderlo. Soltanto allora noto altri tre piattini, ognuno con viti raggruppate in modo diverso. Ha visto il mio sguardo e alza un sopracciglio.
“Ho un metodo.”
“Pensavo avessi pochi piatti.”
Ride senza difendersi. La facilità dura poco, ma abbastanza da farmi finire di mangiare.
“Mio padre si faceva pagare a ore”, racconto. “Le persone trovavano ingiusto pagare per il tempo d’asciugatura. Come se l’umidità obbedisse ai loro programmi.”
“Hai imparato da lui?”
“Ho imparato il mestiere. Sto ancora cercando d’imparare a farmi pagare.”
Non racconto della morte. Non perché sia un segreto, ma perché non voglio che cambi espressione per compatirmi. Anton sembra capire che c’è un confine e rimane dal lato in cui l’ho lasciato. Chiede se la camera ha coperte sufficienti. Rispondo di sì. Prendo il vassoio per portarlo al lavello. Indica dove si trova il detersivo e mi lascia lavare ciò che ho usato.
Quel rispetto quasi banale mi mette più a rischio di una gentilezza grandiosa. So rifiutare regali costosi. Ho meno pratica con un uomo che non deve dimostrarmi di saper lavare una tazza.
Salgo con la cartella stretta al corpo. Prima di chiudere dico che l’elettricista verrà la mattina e uscirò presto. Anton conferma che sarà sotto. Chiedo se dorme armato. Mi guarda così direttamente che sento il sangue arrivare alle orecchie.
“Non c’è un’arma nella camera”, risponde. “Ne ho una sotto, riposta. Non devi avvicinarti.”
“Ho chiesto di te.”
“Non dormo con l’arma in mano.”
Non è la risposta tranquilla che desidererei. È quella che esiste. Chiudo la porta e giro la chiave. Non appoggio una sedia alla maniglia. Arrivo a trascinarla di qualche centimetro, poi mi fermo per non darmi una messinscena di sicurezza che non aggiungerebbe niente al chiavistello funzionante. Metto il telefono nella presa asciutta, accendo la lampada del tavolo e tiro fuori i documenti.
Voglio mettere ognuno al posto giusto prima di dormire. Il foglio bianco va in una cartella trasparente. Il sacchetto del pane, ormai vuoto, ha una briciola incastrata nella piega. Porto la matrice gialla vicino alla luce. Ci sono una data, parte della descrizione e due firme che lo strappo ha separato dalla somma. Una è di Celina. L’altra non l’avevo esaminata perché era coperta dalla carta unta.
Ricordo le sue mani appoggiate al tavolo mentre confessava di aver minacciato persone. La pausa prima di promettere qualsiasi cosa. Il modo in cui non ha detto spontaneamente di aver partecipato al ritiro. Leggo le lettere più di una volta, cercando un’altra possibilità nella curva del cognome.
Sulla carta gialla la firma di Anton mi guarda a sua volta.
























































