Prendi il cappotto
Sera
La sera in cui la famiglia Marchetti entrò in guerra, stavo decantando un Barolo del 2004 per un uomo che voleva sapere se fosse “quello buono”.
“Ha ventidue anni e viene da una collina del Piemonte dove la nebbia si posa sulle vigne come un gatto”, gli dissi, inclinando la bottiglia perché la candela dietro il collo illuminasse il sedimento che avanzava verso la spalla. “È meglio di quello buono. È quello che il buono vuole diventare da grande.”
La sua accompagnatrice rise. Lui no. Era il tipo di uomo che ordinava in base al prezzo e lasciava mance in base all’umore, e io ero in piedi dalle tre del pomeriggio, così gli offrii comunque il mio sorriso migliore. Sorridere era il lavoro. Sorridere e sapere le cose. A ventisette anni ero la più giovane capo sommelier mai assunta dal Velluto e me lo ero guadagnato nel modo noioso: otto anni di degustazioni alla cieca, due vendemmie in Borgogna che mi avevano distrutto la schiena e un esame di certificazione superato al secondo tentativo con un’influenza intestinale.
Niente che importasse all’uomo del tavolo nove. Faceva roteare il bicchiere come se cercasse di accendere un motore.
Ero a metà della spiegazione di catrame e rose quando la sala cambiò temperatura.
Impari a sentirlo crescendo come sono cresciuta io. Una pressione dietro le orecchie. La voce di chi accoglie i clienti che sale di mezzo tono all’ingresso. Non mi voltai. Finii di versare, due dita in ogni bicchiere, pulii il bordo del decanter con il tovagliolo di lino e lo posai senza un suono.
Poi alzai gli occhi e incontrai il riflesso nella finestra scura dietro il tavolo nove.
Dante Ferraro era appena dentro la sala con un soprabito antracite, pioggia sulle spalle e le mani rilassate lungo i fianchi. Due uomini aspettavano dietro di lui vicino al guardaroba, larghi e pazienti come sono pazienti i mobili. Non guardava la sala. Non guardava la ragazza all’accoglienza che diceva qualcosa su una prenotazione. Guardava me.
Mi guardava così, ogni tanto, da dieci anni. Come un uomo che legge un contratto cercando la clausola che gli farà male.
“Buona degustazione”, dissi al tavolo nove, e mi allontanai prima che le mani potessero tremare.
Me la presi comoda. Controllai la temperatura del frigorifero dei bianchi. Firmai una bolla che non aveva bisogno di firma. Dissi a Marco al bar che il Sancerre stava per finire e lui mi guardò come per dire che sapeva esattamente chi fosse vicino al guardaroba e che non dovevo far aspettare quell’uomo.
Feci aspettare quell’uomo altri quattro minuti. Fu il divertimento più grande della settimana.
Quando finalmente arrivai all’ingresso, Dante non si era mosso. Non aveva spostato il peso né guardato l’orologio. Portava la calma come altri portavano il profumo, applicata alla gola e impossibile da ignorare. Trentotto anni, capelli scuri corti e argentati sopra le orecchie, un viso costruito con linee dritte e una storta dove il naso gli era stato rotto prima ancora che lo conoscessi. Gli occhi erano di un colore a cui mi rifiutavo di dare un nome da dieci anni. Grigio, se eri pigro. Ardesia bagnata, se eri sincero.
“Consigliere”, dissi. “La cucina del Velluto ha chiuso alle undici. Se hai fame c’è un chiosco di hot dog su Halsted.”
“Prendi il cappotto, Serafina.”
Nessuno mi chiama Serafina. Mio padre mi chiamava Sera, il mio padrino mi chiama tesoro, le ragazze con cui servivo ai tavoli mi chiamano Lucky per il mio cognome e la loro mancanza d’immaginazione. Soltanto Dante Ferraro lo usa tutto, ogni sillaba, come se apparecchiasse un posto a tavola.
“No”, dissi amabilmente. “Ho un tavolo da quattro che finisce un Sauternes e un uomo al nove che pensa che i tannini siano una specie di uccelli. Lavoro.”
“Lavoravi.” La sua voce era bassa e uniforme. Lo era sempre. “Adesso vai via.”
“È un ordine?”
“È una cortesia. L’ordine viene dopo.”
Incrociai le braccia. “Non lavoro per la famiglia. Non prendo soldi dalla famiglia. Non vado ai battesimi della famiglia a meno che zia Rosa mi chiami piangendo. Avevo un solo accordo con il mio padrino: poter avere una vita che non comprendesse uomini come te che entrano nel mio ristorante con odore di pioggia e polvere da sparo.”
L’ultima parte era una supposizione. Il lieve dilatarsi delle sue narici mi disse che era buona.
Si avvicinò. Non molto. Non arrivava mai a meno di un braccio da me; lo avevo notato anni prima e avevo passato un tempo imbarazzante a chiedermene il motivo. Mise la mano nel cappotto e tirò fuori un telefono.
“Stasera alle nove e un quarto”, disse, “un’autobomba è esplosa fuori dal Garibaldi Social Club su Taylor Street. Tre dei nostri sono morti. Il tuo padrino è uscito dal retro undici minuti prima dell’esplosione perché voleva un sigaro e Rosa non gli permette di fumare dentro.”
Il pavimento fece qualcosa sotto di me. Appoggiai una mano al banco dell’accoglienza.
“Lui…”
“Sta bene. Arrabbiato. Vivo.” Mi girò il telefono. “Alle nove e quaranta è arrivato questo al suo numero privato.”
Era una mia foto. Scattata quel pomeriggio attraverso la finestra del mio appartamento su Grand Avenue: io in cucina con una maglietta blu sbiadita di un giro di bar che non ricordo, i capelli raccolti, a mangiare cereali dalla scatola. Qualcuno aveva disegnato un cerchio rosso intorno alla mia testa. Sotto il messaggio diceva: La figlioccia è la prossima. Di’ al vecchio di pensarci.
Smisi di sentire le dita.
“Chi”, dissi. La voce mi uscì sbagliata.
“I Kearney. O qualcuno che vuole farcelo credere.” Dante rimise via il telefono. “Ci sono due auto nella tua strada stanotte che non dovrebbero esserci. Ieri non c’erano. Non ti lascerò dormire in quell’appartamento, Serafina, e non ne discuterò davanti alla tua collega che sta molto chiaramente chiamando qualcuno.”
Mi voltai. Danielle, all’accoglienza, mise il telefono a faccia in giù sul banco e finse di studiare il registro delle prenotazioni.
“Chiama il direttore”, dissi. “Perché un uomo grosso con un cappotto non vuole andarsene.”
“Allora dovrebbe dire al direttore che hai un’emergenza familiare.” Fece una pausa. “Non sarebbe una bugia.”
Presi il cappotto.
Presi anche il cavatappi, quello buono con il manico in palissandro, e la piccola coppa d’argento che portavo a una catenina sotto la camicetta. Un tastevin, la tazza bassa e lavorata che i vecchi sommelier borgognoni usavano per giudicare il vino a lume di candela in cantina. Era stato di mio padre. Non sapeva niente di vino quando lo aveva comprato in un negozio d’antiquariato a Lione in luna di miele, ma gli era piaciuto come prendeva la luce e mi lasciava bere succo d’uva da lì ai pranzi della domenica mentre mia nonna lo fulminava. Era l’unica cosa sua che avessi mai indossato.
Lo toccai attraverso la seta mentre uscivo nella pioggia tra due uomini che odoravano di lana bagnata e un terzo che non mi toccava affatto.
L’auto era una berlina nera con il motore già acceso. Uno degli uomini che parevano mobili, Lorenzo, un gigante dalla voce gentile con una cicatrice su un sopracciglio, mi aprì la portiera posteriore. Dante entrò dall’altro lato. Anche sul sedile dietro lasciò tra noi uno spazio largo esattamente quanto una mano d’uomo. Lo misurai. Certo che lo misurai.
“Dove andiamo?”
“Via.”
“Non è un posto.”
“È l’unico di cui ti parlerò finché non saremo in volo.”
“In volo?” Mi girai verso di lui. “Dante, ho un turno domani. Una degustazione giovedì. Una pianta che morirà se nessuno la annaffia, si chiama Gloria e ne ha già passate abbastanza.”
“Lorenzo annaffierà Gloria.”
Lorenzo, al volante, disse: “Volentieri”, con quella che sembrava sincera convinzione.
Mi lasciai andare contro lo schienale e fissai la città scorrere, la pioggia che trasformava i lampioni in lunghe sbavature dorate sul vetro. Il cuore correva troppo. Non soltanto per paura, anche se ce n’era molta, fredda e acida nello stomaco. C’era anche la vecchia sensazione, quella che portavo da quando avevo diciassette anni. La sensazione che arrivava ogni volta che ero in uno spazio piccolo con Dante Ferraro e lui non respirava nemmeno più forte.
Avevo diciassette anni quando mio padre morì in un parcheggio coperto su Wacker Drive. Doveva essere un incontro. Non fu un incontro. Ricordo il funerale a pezzi: gigli tanto dolci da darmi la nausea, la mano di zia Rosa serrata intorno alla mia, il mio padrino che piangeva apertamente con le grandi spalle scosse, il prete che pronunciava male Lucchese. E Dante, ventotto anni allora, vicino alla fossa sotto la pioggia senza ombrello, l’acqua che gli scorreva dai capelli sul viso e nel colletto, perfettamente immobile.
Era stato lui con mio padre alla fine. Lo sapevano tutti. E rimaneva lì come un uomo in attesa dell’autobus.
Dopo, quando le auto partivano e non riuscivo a far allontanare le gambe dal buco nel terreno, venne a mettersi accanto a me. Gli chiesi: “Ti era almeno simpatico?”
Disse: “Entra, Serafina. Ti stai bagnando.”
Tutto lì. Quello era tutto. Dieci anni a odiare un uomo per sei parole e il colore dei suoi occhi.
Da allora lo avevo visto forse due volte l’anno. La vigilia di Natale a casa del mio padrino a River Forest, dove sedeva in fondo al tavolo e parlava soltanto se gli parlavano. Battesimi. Qualche matrimonio. Quando tornai dalla Francia a venticinque anni la famiglia mi organizzò una cena che non avevo chiesto e il Don aprì un Amarone che teneva da parte e gli dissi davanti a trenta persone che era cotto, che qualcuno l’aveva conservato vicino a un termosifone e doveva rimandarlo a chi glielo aveva venduto. La sala tacque. Il mio padrino diventò viola. E Dante Ferraro, in fondo alla tavola, prese il bicchiere, lo annusò e disse: “Ha ragione.”
Gli risi in faccia. Ad alta voce. Oh, adesso hai un’opinione.
Non aveva distolto gli occhi da me per il resto della serata.
“Mi fissi”, disse ora, senza girare la testa.
“Guardo attraverso di te. C’è differenza.”
“Davvero.”
“Sei molto trasparente. Come una finestra. O un fantasma.”
L’angolo della sua bocca si mosse. Non un sorriso. Non faceva sorrisi. Era più come se un sorriso fosse stato preso in esame e bocciato da una commissione.
L’aereo aspettava su una pista privata oltre il confine dell’Indiana, una piccola cosa slanciata con la porta aperta e la scaletta abbassata, illuminata come un portagioie contro il buio. La pioggia si era fatta foschia. Un pilota in giacca a vento annuì a Dante senza guardarmi, il che mi disse tutto sul genere di pilota che fosse.
“È una follia”, dissi ai piedi della scaletta. “Capisci che è una follia.”
“Capisco che qualcuno ha messo un cerchio rosso sul tuo viso.” Dante era due gradini sopra di me. Con la scala mi superava di quasi trenta centimetri e ne traeva il massimo senza dare l’impressione di provarci. “Sali sull’aereo.”
“Di’ per favore.”
Mi guardò dall’alto per un lungo momento. Gocce di foschia gli si erano raccolte sulle ciglia. Qualcosa si mosse dietro gli occhi, apparso e sparito come un pesce che si gira nell’acqua profonda.
“Per favore”, disse piano, “sali sull’aereo, Serafina.”
Era peggio di un ordine. Salii sull’aereo.
La cabina odorava di pelle e lucidante al limone. Presi il sedile più lontano dalla porta e lui quello dall’altro lato del corridoio, Lorenzo rimase sulla pista e la porta si chiuse con un ultimo lieve risucchio d’aria. Guardai Dante allacciare la cintura con la precisione senza fretta con cui faceva tutto: tirare, clic, un piccolo aggiustamento perché la cinghia restasse piatta. Aveva mani bellissime. Odiavo saperlo. Dita lunghe, una cicatrice bianca sulle nocche sinistre, un semplice orologio d’acciaio che caricava ancora a mano perché, sospettavo, non si fidava di niente che tenesse il tempo senza un ordine.
I motori salirono in un lamento. Chicago si inclinò sotto di noi, una scatola di luci rovesciata.
Il telefono gli vibrò mentre ci stabilizzavamo. Guardò lo schermo e qualcosa nella postura si raddrizzò ancora, se era possibile.
“Sì”, disse. Poi, dopo una pausa: “È con me. Siamo in volo.”
Il mio padrino. Sentivo il rombo della voce, non le parole. Mi sporsi nel corridoio senza vergogna.
Dante non si allontanò. Ascoltò soltanto, gli occhi sull’ovale buio del finestrino. “Almeno tre giorni. Forse due settimane. Finché non sappiamo chi ha mandato la foto.” Un’altra pausa, più lunga. Il rombo diventò più forte. Sentii il mio nome, o la sua forma.
“Capito”, disse Dante.
La voce dall’altra parte disse altro. Qualcosa che andò avanti per un po’. Guardai il viso di Dante mentre ascoltava e per una volta vidi l’effetto. Non molto. Un fremito all’angolo della mascella. Il pollice premuto, brevissimamente, sul vetro dell’orologio.
“Nessuno”, disse. “Hai la mia parola.” Un istante. “Me compreso.”
Riattaccò.
Aspettai. Non parlò. Mise il telefono a faccia in giù sulla coscia e guardò dritto alla porta della cabina di pilotaggio.
“Te compreso cosa?” dissi.
“Non ti riguarda.”
“Il mio viso ha un cerchio rosso, Dante. Tutto mi riguarda.”
Tacque tanto a lungo che pensai avesse deciso di non rispondere. Quando lo fece, la voce era piatta e attenta, un uomo che rileggeva una clausola per essere sicuro di averla capita.
“Le istruzioni del tuo padrino”, disse, “sono che, finché sei sotto la mia protezione, nessun uomo ti mette una mano addosso. Nessuna guardia, nessun autista, nessun soldato, nessuno. Chi ti tocca risponde a lui.” Girò la testa e mi guardò finalmente, dritto. “E non intende con delle scuse.”
Mi si seccò la bocca. “È medievale.”
“È amore. In questa famiglia ha lo stesso aspetto.”
“E me compreso?”
“Voleva che fosse detto ad alta voce.” I suoi occhi non lasciarono i miei. “Così l’ho detto.”
La cabina ronzava. Da qualche parte sotto di noi l’Illinois diventò Iowa nel buio. Avrei dovuto essere sollevata. Avrei dovuto sentirmi al sicuro, avvolta nella devozione brutta e sanguinosa del mio padrino, in volo verso ovest con un uomo che in dieci anni non mi aveva mai nemmeno stretto la mano.
Quello che sentii fu calore, basso e improvviso, che mi risalì sulla nuca. Come se qualcuno mi avesse sfidata a fare qualcosa e non avessi ancora sentito le parole.
“Quindi non hai il permesso di toccarmi”, dissi lentamente.
“Non mi serve il permesso. Non avevo intenzione di farlo.”
“Mai?”
“Dormi, Serafina. È un volo lungo.”
“Pensi che dormirò in un portasigari volante con te seduto lì come la statua di un santo deluso?”
Alzò la mano e spense la luce da lettura sopra il mio sedile. Il buio scese morbido. Dentro, la sua voce sembrava più vicina di quanto fosse.
“Penso che sei in piedi da undici ore, che non hai mangiato niente tranne un grissino e mezzo bicchiere dello Chablis di qualcuno e che le mani ti tremano ancora.” Una pausa. “Chiudi gli occhi. Sarò qui quando li riaprirai.”
Non gli chiesi come sapesse del grissino. Non chiesi perché l’ultima frase mi stringesse la gola. Chiusi gli occhi per dimostrare che non lo facevo perché lo aveva detto lui.
Mi addormentai in cinque minuti.
Quando mi svegliai la cabina era piena di una luce grigia sottile e qualcuno mi aveva messo una coperta addosso.
Era rimboccata sotto i piedi. Con cura. Come si rimbocca una coperta a qualcuno che non puoi toccare: soltanto gli angoli, niente che sfiori la pelle. Rimasi lì sotto a lungo sentendo qualcosa a cui non sapevo dare un nome.
L’aereo scendeva. Fuori dal finestrino la terra era tutta colline ripiegate e lunghe file verdi, dorate dove le coglieva il mattino, avvolte da nastri bassi di nebbia che si aggrappavano alle valli come latte in un piattino. Conoscevo quella luce. Lo stomaco la conobbe prima del cervello.
“No”, dissi ad alta voce.
Dante, dall’altro lato del corridoio, era sveglio. Non ero sicura avesse mai dormito. La cravatta era sparita, il colletto aperto di un bottone, un’ombra lieve sulla mascella, e in qualche modo era più indecente che se fosse stato nudo.
“No”, ripetei. “Dimmi che non siamo dove penso.”
“Atterriamo a Napa County tra nove minuti”, disse. “Da lì sono quaranta minuti in auto.”
“Per dove?”
Ma lo sapevo già. Lo sapevo come si riconosce una canzone dalle prime due note.
L’auto aspettava sulla pista, un SUV grigio anonimo con targhe della California. Guidò lui stavolta, niente Lorenzo, niente mobili. Risalimmo dal fondovalle su una strada a due corsie che serpeggiava tra querce ed erba secca e dorata. I finestrini erano abbassati. L’aria odorava di polvere, alloro scaldato dal sole e, debolmente, dolce e marcio sotto, l’odore dell’uva lasciata troppo sulla pianta a fine ottobre.
Non lo sentivo da dieci anni. Mi portai la mano sulla bocca.
Non disse niente. Non mi guardò. Ma rallentò, appena, sull’ultima curva, come se capisse che avevo bisogno di un secondo in più prima che comparisse il cancello.
Era più piccolo di come lo ricordassi. Due pilastri di pietra, uno inclinato, avvolti di rose selvatiche. Un cancello di ferro che mio padre aveva commissionato a un fabbro di Calistoga, ormai arrugginito fino al colore del sangue secco. E in cima, in lettere di ferro battuto un tempo dipinte d’oro, il nome che aveva dato al posto l’anno in cui avevo compiuto otto anni e lui aveva deciso con tutto il cuore di diventare un uomo che faceva vino.
VIGNA SERAFINA.
Il motore girava al minimo. Mi bruciavano gli occhi.
“Mi hai portata qui”, dissi. “Tra tutti i posti al mondo.”
“È l’ultimo in cui cercherebbero.”
“È l’ultimo in cui andrei.” Mi voltai verso di lui, furiosa, la voce che mi si spezzava in mezzo. “Lo sai. Tu più di tutti lo sai.”
“Lo so.” Mise il cambio su P e finalmente mi guardò, e il suo viso era lo stesso viso calmo che aveva sotto la pioggia alla tomba di mio padre, illeggibile come una porta chiusa. “Per questo è sicuro.”
Scese ad aprire il cancello. Lo guardai nello specchietto laterale, le spalle al lavoro sotto la camicia bianca mentre trascinava il ferro arrugginito sulla rotaia, il sole che coglieva l’argento alle tempie, e pensai, con molta chiarezza: Sarò sola nella casa di mio padre con quest’uomo per due settimane e lui ha giurato sulla vita di non toccarmi mai.
E poi il pensiero peggiore, quello salito da qualche parte in basso, caldo e pericoloso, quello che avrei passato i quattro giorni successivi a cercare di annegare:
Mi chiedo cosa ci vorrebbe per farlo cedere.
Le regole della casa
Dante
Desideravo Serafina Lucchese da due anni, tre mesi e un numero di giorni che mi rifiutavo di contare perché contarli avrebbe significato ammettere che lo sapevo.
Cominciò con l’Amarone. Prima di quella sera era stata la figlia di Tommaso, una ragazzina dalla lingua affilata in fondo alla tavola che era andata in Francia ed era tornata più alta, in qualche modo, anche se non era cresciuta di un centimetro. Poi aveva sollevato un calice verso il lampadario nella sala da pranzo di Aurelio, arricciato il naso e detto all’uomo più pericoloso di Chicago che lo avevano derubato. Trenta persone avevano smesso di respirare. Assaggiai il vino perché volevo sapere se bluffasse.
Non bluffava. Sapeva di prugne stufate e soffitta bollente.
“Ha ragione”, dissi, perché ce l’aveva e non sono mai riuscito a lasciare indifesa una cosa vera.
Si voltò e mi rise in faccia. Di gola, testa all’indietro, deliziata da sé stessa e sprezzante verso di me in ugual misura. Oh, adesso hai un’opinione. E qualcosa nel petto che tenevo chiuso da quando avevo diciannove anni si girò nel sonno e aprì un occhio.
Lo rimisi a dormire. Lo rimetto a dormire ogni giorno da allora.
Era quello il lavoro. Non quello sulla carta. Sulla carta c’è scritto consigliere, l’uomo che legge i contratti, ricorda i debiti e dice al Don la verità quando nessun altro lo fa. Il lavoro vero, quello che mi ero dato il giorno in cui suo padre si era dissanguato contro la mia camicia in un parcheggio coperto, era più semplice. Tienila fuori. Tommaso lo aveva detto con il sangue tra i denti. Dante. Tienila fuori. Così avevo fatto. Tenevo gli uomini lontani dai suoi ristoranti. Mi assicuravo che nessuno della famiglia le chiedesse un favore, una firma, un posto dove nascondere una borsa. Mi assicuravo che i Kearney, l’Outfit, i russi del North Side, ogni cosa affamata in quella città, capissero che Serafina Lucchese non era una pedina sulla scacchiera.
E non la toccai mai. Nemmeno una volta in dieci anni. Non una stretta di mano. Non una mano al gomito su un gradino ghiacciato. Perché sapevo, con la certezza sorda di un uomo che ha letto moltissimi contratti, che se avessi cominciato non avrei saputo fermarmi.
Ora Aurelio l’aveva reso legge. Nessuno. Te compreso, Dante. Dillo.
Lo dissi. Ero sincero. Ho rispettato ogni ordine che quell’uomo mi ha dato da quando avevo diciannove anni e mi tirò fuori da una cella del Quattordicesimo Distretto con le nocche spaccate e mio padre morto da tre giorni. Diciannove anni. Io non cedo.
Poi lei rimase sul vialetto di ghiaia della casa di suo padre con le braccia avvolte intorno al corpo, fissando le finestre serrate con la bocca tremante, e capii che sarebbero state due settimane molto lunghe.
La casa era in cima alla proprietà, un casale lungo e basso di pietra color miele con un tetto in terracotta e portici profondi su tre lati. Tommaso l’aveva costruita l’anno dopo aver comprato la terra, quando pensava ancora di andare in pensione qui, diventare grasso e abbronzato e discutere con i cervi. Sotto, la vigna scendeva per la collina in filari, quasi tutti inselvatichiti, tralci aggrovigliati e l’erba alta fino alla vita in mezzo. Soltanto un appezzamento, un pendio di vecchie viti nodose sul lato orientale, sembrava ancora curato. Grappoli neri pendevano pesanti e polverosi sotto le foglie.
Lo avevo pagato io. Lei non lo sapeva.
“Dovrebbe essere in rovina”, disse salendo i gradini del portico. Passò le dita sulla ringhiera. Rimasero pulite. “Sono passati dieci anni. Dovrebbe cadere a pezzi.”
“È ben costruita.”
“Qualcuno è stato qui.” Girò la chiave che le avevo dato, spinse la porta e rimase sulla soglia a inspirare. La casa odorava di cera d’api, pietra fredda e lavanda. Ernesto, benedetto il suo cuore ostinato, aveva fatto esattamente ciò che gli avevo chiesto chiamandolo dall’aereo: arieggiato le stanze, aperto l’acqua e il gas propano, messo cibo in frigorifero e lenzuola pulite su due letti, poi era tornato al suo cottage in fondo alla collina senza aspettare di vederci. “Qualcuno ha pulito. Chi ha pagato le tasse sulla proprietà?”
“L’eredità.”
“Quale eredità? L’eredità di mio padre era un posto al cimitero e una pila di debiti con uomini senza cognome.”
“Entra, Serafina.”
Si voltò tanto in fretta che i capelli le ondeggiarono. Per un secondo il suo viso ebbe di nuovo diciassette anni, bianco e furioso sotto la pioggia.
“Non farlo”, disse. “Non osare dirmelo qui.”
Lo sentii allora, quello che avevo detto. Le stesse parole. Non le intendevo nello stesso modo. Non le avevo mai intese come pensava lei.
“Mi dispiace”, dissi.
Mi fissò. Avevo chiesto scusa forse a quattro persone nella mia vita adulta e tre di loro stavano morendo. Sembrò percepirne la rarità. Un poco di rigidità lasciò le spalle. Si voltò ed entrò senza un’altra parola, la seguii, chiusi la porta dietro di noi e rimasi con la schiena contro di essa un secondo più del necessario.
Le diedi le regole al tavolo di cucina perché le regole si ascoltano più facilmente dall’altro lato di un tavolo.
“Niente telefono.” Tesi la mano. La guardò come se le offrissi un pesce morto. “Lo riavrai quando sarà finita. È un faro.”
“Lo spengo.”
“Lo accenderai alle due di notte per vedere se il tuo ristorante ha pubblicato qualcosa sulla tua «emergenza familiare». Il telefono.”
Me lo sbatté nel palmo senza lasciar toccare le nostre dita. Un bel trucco. Lo facevo da anni; riconobbi la qualità del lavoro.
“Secondo. Non lasci la proprietà. Non scendi alla strada, non vai in paese, non fai una passeggiata per schiarirti le idee. La recinzione è il limite del mondo.”
“Quant’è grande il mondo?”
“Quarantuno acri.”
“Generoso.” Si appoggiò il mento sulla mano. Gli occhi erano castano scuro, quasi neri nella luce fioca della cucina, e molto brillanti. “Continua. Qual è la terza? Niente balli? Niente canzoni sotto la doccia? Niente pensieri impuri?”
“Luci basse dopo il tramonto. Tende chiuse in ogni stanza che dà sulla strada. Se dico giù, ti abbassi. Se dico corri, corri. Chiedi perché soltanto dopo.”
“E se io ho delle regole?”
Mi appoggiai allo schienale. “Sentiamole.”
Alzò un dito. “Non mi chiami Serafina.”
“No.”
“No? È la mia regola, non puoi semplicemente…”
“È il tuo nome. Un bel nome. Tuo padre lo scelse da un libro di santi perché disse che eri uscita da tua madre già a discutere con gli angeli.” Le guardai la bocca aprirsi e chiudersi. “Non lo accorcerò per accontentarti.”
Si prese un minuto. Quando parlò ancora aveva la voce più ruvida.
“Seconda regola. Cucini tu, io no. Ho passato otto anni nelle cucine dei ristoranti. Sono in vacanza.”
“Va bene.”
“Terza.” Sorrise allora, il primo sorriso vero che ricevevo da due anni, lento, storto e malvagio ai bordi. “Non puoi riversarmi addosso la tua calma. Non in questa casa. Ogni volta che diventi freddo e silenzioso come una lucertola su una pietra ti punzecchierò finché non smetti.”
“Non è una regola. È una minaccia.”
“In questa famiglia? È la stessa cosa.”
Scomparve nel pomeriggio. Sapevo dov’era andata prima di trovarla perché conoscevo la casa e perché la porta della cantina vicino alla cucina era aperta e sotto c’era la luce.
Tommaso aveva scavato da solo la cantina nella collina, o diceva di averlo fatto. Gradini di pietra, aria fresca che sapeva di terra umida e vecchio rovere, una lunga sala a volta fiancheggiata da scaffali e oltre una stanza più piccola con una porta pesante e un tavolo da degustazione di noce segnato. Una sola lampadina pendeva sopra gli scaffali. Quasi tutti erano vuoti. Ernesto aveva venduto ciò che poteva il primo anno per pagare le viti, su mie istruzioni. Ma qualcosa era rimasto.
Lei era in fondo con una bottiglia sollevata verso la lampadina. Non aveva etichetta. Qualcuno aveva scritto sul vetro con una matita grassa bianca, lettere tremolanti e storte: T.L. 2015 — per Sera.
Per Sera.
“L’ha fatto lui”, disse senza girarsi. “L’ultima vendemmia. Avevo sedici anni. Mi fece raccogliere con lui per tre giorni, mi lamentai per tutto il tempo e gli dissi che il vino avrebbe saputo dei suoi piedi.” Girò piano la bottiglia nella luce. “Lo imbottigliò l’estate dopo. Disse che lo avrebbe aperto al mio matrimonio. È morto prima di farmelo assaggiare.”
Rimasi ai piedi delle scale e non dissi niente. Non c’era niente da dire che non fosse troppo.
Si allungò per rimetterla a posto, su uno scaffale più alto, e il vecchio legno cedette. Niente di drammatico. Un listello si spezzò con uno schiocco secco, tre bottiglie sotto scivolarono e caddero, lei afferrò il 2015 con entrambe le mani per salvarlo e lo salvò, e le altre colpirono il pavimento di pietra ed esplosero. Vino rosso schizzò sulle lastre. Lei sussultò.
Avevo attraversato la stanza prima di decidere di muovermi.
“Non…” Mi bloccai a un paio di centimetri da chiuderle la mano sul polso. Mi fermai tanto bruscamente che la spalla tirò. “Posala. Piano. Non fare un passo.”
Posò il 2015 sul tavolo dietro di sé con cura esagerata. Poi sollevò la mano sinistra e la guardò, e lo feci anch’io. Un frammento le aveva aperto la base del palmo. Non profondo, ma lungo, sanguinava molto, rosso vivo che scorreva nelle pieghe del polso.
“Oh”, disse debolmente. “Che fastidio.”
“Siediti.”
Si sedette sul bordo del tavolo da degustazione. Salii i gradini a due a due per prendere la cassetta di pronto soccorso vista sotto il lavandino di cucina, tornai giù e mi inginocchiai nei vetri e nel vino versato, il che avrebbe rovinato un bel paio di pantaloni, e non mi importò.
“Non puoi toccarmi”, disse. C’era una nota strana. Quasi una sfida. Quasi una domanda.
“Non lo farò.” Strappai una confezione di garza con i denti. “Tendi la mano. Palmo in alto. Piatta.”
Lo fece.
Non la toccai. Voglio che sia agli atti. Versai soluzione salina sul taglio dalla bottiglia e guardai l’acqua portare via il sangue. Usai una pinzetta per sollevare un’unica scheggia scintillante dalla ferita e le mie dita non incontrarono mai la sua pelle. Piegai una garza sul taglio e ci stesi il cerotto con la precisione di un uomo che disinnesca una bomba e per tutto il tempo sentii il calore della sua mano a tre millimetri dalla mia, come tenere il palmo sopra una candela.
“Ferma”, dissi quando sussultò per il cerotto.
Diventò immobile.
Non soltanto la mano. Tutta. Il respiro si fermò, la schiena si raddrizzò e tutto il corpo diventò silenzioso e in attesa, come una campana dopo che il suono svanisce. Alzai gli occhi.
Mi fissava. Le labbra erano dischiuse. Un rossore le era salito lungo la gola, rosa sotto l’oro della pelle, e le pupille avevano inghiottito quasi tutto il castano degli occhi.
Conoscevo quello sguardo. Lo avevo visto in altre stanze, su altre donne, quando usavo quella voce in altre circostanze. Non mi aspettavo di vederlo su di lei.
“Respira”, dissi più piano.
Lasciò uscire un respiro. Tremò.
Finii il cerotto. Mi sedetti sui talloni nella rovina del vino di suo padre e obbligai il viso a non fare niente.
“Tienila asciutta”, dissi. “Cambierò la medicazione stasera.”
“Senza toccarmi.”
“Senza toccarti.”
Scivolò dal tavolo, attenta ai vetri, e rimase sopra di me per un secondo. Ero ancora in ginocchio. Ero vagamente consapevole che avrei dovuto alzarmi. Che un uomo nella mia posizione non rimane in ginocchio davanti alla figlioccia del Don mentre lei lo guarda dall’alto con il petto che si alza e abbassa in quel modo.
Non mi alzai.
“Sei molto bravo”, disse dolcemente. “A dire alla gente cosa fare con il proprio corpo.”
“È un’abilità utile.”
“Davvero?” Prese il 2015 e se lo cullò contro il petto. “Con chi altro la usi?”
Non risposi. Sorrise come se lo avessi fatto, salì le scale e mi lasciò lì in ginocchio nel buio.
Preparai la cena. Aglio e olio, perché in dispensa c’erano aglio, olio buono e pasta secca e perché è un piatto che punisce la disattenzione. Affetti l’aglio abbastanza sottile da leggerci attraverso. Lo scaldi piano nell’olio finché diventa color paglia e non una sfumatura più scuro, perché una sfumatura più scuro ed è amaro e ricominci. Non ti allontani. Non controlli il telefono. Rimani lì e guardi.
Lei si sedette sul piano dietro di me e mi guardò guardarlo.
“Sei molto intenso con l’aglio”, osservò.
“L’aglio se lo merita.”
“Cos’altro se lo merita?”
“Contratti. Armi da fuoco. Impasto del pane.” Feci girare la padella. “Qualsiasi cosa ti tradisca se smetti di fare attenzione.”
“E io?”
Non mi girai. “Sei un incarico.”
“Bugiardo”, disse tanto allegramente che quasi bruciai l’aglio.
Mangiammo sul portico dietro casa, dove la strada non poteva vederci, con il sole che tramontava sulle Mayacamas e la luce che rendeva di rame i filari inselvatichiti. Mangiava come qualcuno che lavora nei ristoranti da otto anni, in fretta, con apprezzamento e i gomiti sul tavolo. Mi disse che alla pasta serviva più peperoncino. Aveva ragione. Mi raccontò della Borgogna, di un vignaiolo di Volnay che l’aveva cacciata dalla cantina con un forcone per aver toccato le botti e l’aveva assunta due giorni dopo. Mi raccontò della seconda volta all’esame di certificazione, sudando per l’influenza, sei vini degustati alla cieca con gli occhi che lacrimavano, cinque indovinati.
“Qual era il sesto?”
“Un Grüner Veltliner che ho chiamato Sauvignon Blanc.” Mi puntò la forchetta contro. “Non ridere.”
“Non rido.”
“Non ridi mai. È quello il problema. Sei come un bellissimo frigorifero.”
Posai la forchetta. “Bellissimo.”
Diventò rossa. Non rosa. Rossa, fino all’attaccatura dei capelli, e infilzò un pezzo di pasta come se avesse insultato sua madre. “È un modo di dire.”
“Non lo è.”
“È un modo di dire nella mia famiglia.”
Gliela lasciai passare. Gliela lasciai passare perché volevo guardarla continuare ad arrossire e lo fece per quasi un minuto intero, mentre il sole scivolava dietro le colline e i grilli cominciavano nell’erba secca e io sedevo davanti a lei con le mani piatte sul tavolo perché non facessero niente di stupido.
Percorsi la recinzione dopo il tramonto come avrei fatto ogni sera. Quarantuno acri richiedono poco più di un’ora se vai piano e ascolti. I sensori che Ernesto aveva installato al cancello inferiore su mie istruzioni erano verdi sul telefono. La strada della contea era vuota. Gufi. Coyote che guaivano da qualche parte verso il crinale. Una volta un cervo che si lanciò tra i tralci morti, facendomi portare la mano alla pistola e il cuore in gola per niente.
Quando risalii la collina lei era sul portico davanti, seduta sull’ultimo gradino in un maglione enorme che doveva essere di suo padre, trovato in un armadio. La mano fasciata era sul ginocchio. La bottiglia del 2015 le sedeva accanto, chiusa, e due bicchieri.
“Ti aspettavo”, disse.
“Dovresti dormire.”
“Ho dormito sull’aereo. Qualcuno mi ha rimboccato la coperta.” Alzò gli occhi. “Eri tu.”
Non confermai né negai.
“Non la apro”, disse toccando la bottiglia. “Non ancora. La volevo soltanto vicina. È stupido?”
“No.”
“Berresti un bicchiere d’altro con me? C’è un intero scaffale di pessimo vino da tavola di mio padre laggiù. Potrei trovarti qualcosa di mediocre.”
“Non bevo in servizio.”
“Quando sei fuori servizio?”
“Mai.”
Mi guardò a lungo, la testa inclinata. La luce del portico era spenta secondo le mie regole, ma c’era mezza luna che le stendeva argento sullo zigomo e sulla curva del labbro.
“È la cosa più triste che abbia mai sentito”, disse.
Si alzò. Il gradino mise i suoi occhi all’altezza dei miei. Prese la bottiglia e i bicchieri e, passandomi accanto verso la porta, si fermò e molto deliberatamente mi posò la mano sana piatta sul petto.
Proprio sul cuore. Attraverso la camicia. Il suo palmo era caldo.
“Buonanotte, Consigliere”, disse.
Quattro secondi. Ecco quanto la tenne lì. Lo so perché contai, come conto tutto, come avevo contato i giorni dall’Amarone. Uno. Le dita si piegarono appena, come per provare se fossi reale. Due. Il cuore batté contro il suo palmo, una volta, forte, e lei lo sentì e il respiro le si inceppò. Tre. Gli occhi salirono ai miei, scuri e interrogativi. Quattro.
Tolse la mano, entrò e chiuse la porta.
L’ordine era che nessun uomo le mettesse le mani addosso. Nessuno aveva pensato a una regola sul fatto che lei mettesse una mano su di me.
Rimasi sul portico al buio a lungo con la mano premuta nel punto dov’era stata la sua, come un uomo che tiene chiusa una ferita. Avevo rispettato ogni ordine di Aurelio Marchetti per diciannove anni.
A questo diedi quattro giorni.
Alla cieca
Sera
Entro la seconda mattina avevo un piano: infastidire Dante Ferraro fino a fargli mostrare una sola emozione umana prima di morire di noia su quarantuno acri.
Cominciai dalla casa. Gli feci aiutarmi a togliere i teli dai mobili della grande sala davanti e ogni volta che ne piegava uno in un quadrato preciso appallottolavo il successivo e glielo tiravo in testa. Li afferrò tutti senza guardare. Era esasperante. Gli feci portare la poltrona di mio padre sul portico per sedermici al sole e quando la posò e arretrò gli dissi che era storta. La guardò. Non era storta. La spostò lo stesso di mezzo centimetro e quasi risi, poi non lo feci perché vidi la sua faccia mentre lo faceva e non mi stava assecondando. Era premura. Come se la poltrona contasse perché lo avevo detto io.
Non sapevo cosa farne, così gli tirai un altro telo.
Mi cambiava la medicazione ogni sera al tavolo di cucina sotto la lampada sospesa con la stessa terribile precisione della prima volta. Soluzione salina. Garza. Cerotto. Non un polpastrello sulla pelle. La seconda sera trattenevo il fiato prima ancora che aprisse la cassetta. La terza mi sorpresi seduta dritta, palmo in alto, ad aspettare che mi dicesse di stare ferma e quando lo fece lo sentii dietro le ginocchia.
Non glielo dissi. Non lo dissi a nessuno. Lo dissi a malapena a me stessa.
Faceva cose sorprendenti quando pensava che non guardassi.
Leggeva poesie. Trovai il libro sul piano di cucina il secondo pomeriggio accanto a una pistola nera in una fondina ascellare, come se fossero entrambi ugualmente comuni: un tascabile malconcio di Montale in italiano, con il dorso spaccato e note a matita sui margini in una grafia piccola e dritta. Lo aprii a una pagina con un’orecchia e lessi un verso su un limone, su come a volte, in un cortile, il giallo dei limoni spalanca l’inverno nel cuore.
“Posalo”, disse dalla porta.
“Leggi poesie.”
“Leggo molte cose.”
“In italiano. Con annotazioni.” Lo sollevai. “La tua grafia è molto piccola e giudicante.”
Attraversò la cucina e tese la mano. Ci misi il libro. Lo infilò nella tasca posteriore e mi guardò per un momento con un’espressione che non riuscivo a leggere.
“Di mia madre”, disse. “È l’unica cosa sua che ho tenuto.”
Poi uscì e rimasi in cucina con la bocca aperta, sentendomi come se avessi aperto una porta che mi avevano detto fosse un muro.
Lo vidi all’alba del terzo giorno. Mi ero alzata per bere e la luce dalla finestra di cucina era di quel lavanda sottile che la valle prende prima che il sole superi il crinale orientale e lui era sulla terrazza dietro senza camicia, a fare qualcosa di lento e controllato con il corpo che sembrava una serie di piegamenti inventati da un sadico. La schiena era lunga, asciutta e percorsa di muscoli, più chiara degli avambracci, e sul lato sinistro delle costole correva una cicatrice spessa e lucida lunga quanto la mia mano. Vecchia. Cucita male. Qualcuno l’aveva ricucito in fretta molto tempo prima.
Guardai finché finì. Lo guardai alzarsi, ruotare le spalle e voltare il viso all’alba con gli occhi chiusi respirando a fondo, e per un secondo il suo viso fu completamente indifeso, più giovane, stanco in un modo che arrivava all’osso.
Poi aprì gli occhi e mi guardò direttamente attraverso la finestra.
Lasciai cadere il bicchiere. Non si ruppe. Lo raccolsi con il viso in fiamme e fuggii e quando tornai venti minuti dopo era vestito, preparava il caffè e non disse proprio niente, ma mi fece scivolare una tazza sul piano con la quantità esatta di latte che uso e che non gli avevo mai detto.
“Come sai come prendo il caffè?”
“Vigilia di Natale, due anni fa. Hai detto a Rosa che il suo caffè era un crimine di guerra e te lo sei preparato da sola.”
“Te lo ricordi?”
Bevve il caffè, guardò fuori dalla finestra e non rispose, cosa che cominciavo a imparare essere a sua volta un tipo di risposta.
Quel pomeriggio misi alla prova il limite del mondo.
Non avevo esattamente intenzione di farlo. Camminai tra i filari selvatici verso il fondo della proprietà, dove un torrente che mio padre chiamava Arno correva sottile e verde tra gli allori, continuai a camminare e la recinzione era lì, tre fili cadenti e un varco dove un palo era marcito. Oltre, una pista sterrata. Oltre, l’intera valle, oro, blu e indifferente. Misi un piede nel varco.
“Serafina.”
Era sei metri dietro di me. Non l’avevo sentito. Non lo sentivo mai.
“Guardo e basta”, dissi.
“Guarda da questa parte.”
Mi voltai con il piede ancora oltre la recinzione. Si era fermato nell’erba secca con le mani in tasca e il viso perfettamente calmo e il sole dietro gli illuminava i bordi dei capelli. Non si avvicinò. Non ne aveva bisogno.
“Cosa succede se non lo faccio?” dissi. “Non puoi trascinarmi indietro. Non puoi toccarmi.”
“No.” Inclinò la testa. “Ma tornerai lo stesso.”
“Perché dovrei?”
“Perché te l’ho chiesto.” Una pausa. “E perché vuoi vedere cosa farei se non lo facessi.”
Rimasi lì con il filo contro la coscia e il polso che mi batteva in gola. Aveva ragione. Era la parte peggiore. Volevo saperlo tanto da sentirne il sapore.
Ritirai il piede dal varco. Lentamente. Tenendo gli occhi nei suoi.
Qualcosa si mosse sul suo viso. Apparve e sparì tanto in fretta che quasi lo persi, un guizzo di calore dietro la calma come un carbone che si gira sotto la cenere.
“Grazie”, disse piano.
Gli passai accanto su per la collina senza una parola e lo sentii guardarmi per tutto il tragitto e non mi voltai una sola volta e tutto il corpo mi vibrava quando raggiunsi casa e passai il resto del pomeriggio sotto una doccia fredda a dirmi che era il caldo.
Ogni sera alle nove andava in fondo al portico con il telefono satellitare e parlava con il mio padrino con una voce troppo bassa per sentirla. Ogni sera ero in cucina a fingere di leggere e ascoltavo lo stesso.
La terza sera rientrò con il viso di pietra.
“Chi”, dissi.
Esitò. Valutava. Se fossi abbastanza di famiglia per sapere o abbastanza pulita per rimanere all’oscuro.
“Paulie Russo”, disse alla fine. “L’hanno trovato in auto a Cicero questo pomeriggio.”
Conoscevo Paulie. Mi aveva insegnato a giocare a gin rummy alla veglia di mio padre, facendomi vincere ogni mano mentre piangevo sulle carte. Aveva una moglie di nome Donna che preparava pizzelle a Natale. Posai il libro.
“E il mio padrino?”
“Arrabbiato. Prudente. Non esce di casa.” Si sedette di fronte a me. “Peggiorerà prima di migliorare, Serafina.”
“Quanto peggio?”
“Abbastanza da farmi essere contento che tu sia qui.”
Lo guardai dall’altro lato del tavolo. Le mani erano di nuovo piatte sul legno come sempre quando sedeva vicino a me. Come se tenesse giù qualcosa.
“Lo sei?” dissi. “Contento che sia qui?”
“Sono contento che tu sia al sicuro.”
“Non è quello che ho chiesto.”
Si alzò e andò a controllare le serrature. Le controllava ogni sera, ma quella sera lo fece due volte e rimasi in cucina con il cuore che batteva forte e la risata di Paulie Russo nelle orecchie e presi una decisione.
La quarta sera apparecchiai il tavolo in cantina.
Non nella lunga sala degli scaffali. Nella piccola sala da degustazione oltre, con la porta pesante di quercia e l’unica finestra in alto sulla parete, mezza sopra il livello del terreno, affacciata sui filari al chiaro di luna. Mio padre l’aveva costruita proprio per questo. Quando avevo nove anni portava qui i suoi amici, uomini con anelli d’oro e sigari, versava le sue prime pessime annate e gliele faceva indovinare e loro sbagliavano sempre apposta per farlo ridere. Accesi quattro candele dalla dispensa e le misi sul tavolo di noce. Scelsi quattro bottiglie dagli scaffali, le aprii e le coprii con strofinacci. Preparai i bicchieri. Trovai un tovagliolo di lino nero nel cassetto della sala da pranzo, lo piegai a fascia e lo posai al centro del tavolo come una sfida.
Quando Dante scese i gradini dopo la telefonata delle nove e lo vide si fermò sulla porta.
“No”, disse.
“Non sai nemmeno cosa sia.”
“È un gioco. Non gioco.”
“È una degustazione alla cieca. Non un gioco. È il mio lavoro. Sei in servizio da quattro giorni di fila, Consigliere. Ti chiedo di sederti con me nella cantina di mio padre per un’ora e assecondarmi.” Presi il tovagliolo. “La benda la porto io. Tu versi. Scegli una bottiglia, nell’ordine che vuoi, e ti dico cos’è. Vitigno, regione, annata approssimativa.”
“E?”
“E ogni volta che indovino rispondi a una domanda. Sinceramente.”
Guardò il tovagliolo nella mia mano. Poi me. La luce delle candele faceva cose al suo viso, addolciva i piani duri e gli scuriva gli occhi, lo faceva sembrare meno una statua e più qualcuno che non dormiva bene da anni.
“E ogni volta che sbagli?”
“Non sbaglierò.”
“Assecondami.”
Ci pensai. “Ogni volta che sbaglio rispondo a una delle tue.”
Tacque tanto a lungo che pensai di aver perso. Poi entrò, chiuse la porta pesante e il chiavistello cadde con un tonfo solido di ferro che sentii nei denti.
“Siediti”, disse.
Mi sedetti.
Mi girò dietro. Lo sentii lì prima che parlasse, un calore alla schiena, l’odore lieve del suo sapone, qualcosa di verde e amaro e sotto soltanto lui, pelle, lana e aria fredda della notte. Non mi toccò le spalle. Non mi toccò i capelli.
“Dammi il tovagliolo.”
Lo sollevai sopra la spalla senza girarmi. Lo prese dalle dita senza sfiorarle. Poi il lino si posò sui miei occhi, morbido e fresco, il mondo diventò buio con oro tremolante ai bordi e sentii le sue mani lavorare al nodo dietro la testa, il lieve tirare, il tessuto che si stringeva. Non un dito nei miei capelli. Non so come fece.
“Troppo stretta?”
“No.” La voce uscì più piccola di quanto volessi.
“Mani sul tavolo.”
Le misi lì. Palmi in giù. Il legno era fresco, liscio e vecchio sotto le dita.
Lo sentii girare intorno al tavolo. Il fruscio di uno strofinaccio sollevato. Il gorgoglio morbido del vino versato. Poi un calice scivolò sul noce finché la base urtò la mia mano destra.
“Primo”, disse.
Lo sollevai. Feci roteare. Inspirai.
Dovete capire cosa mi succede quando degusto. Tutto il resto sparisce. La stanza, la guerra, gli uomini morti in auto, il dolore di dieci anni che avevo portato nel petto su questa collina. Ci sono soltanto il calice, l’odore e il lungo lavoro paziente di smontare una cosa nel buio per capire cos’è.
Mora. Trucioli di matita. Qualcosa come ghiaia calda dopo la pioggia.
“Cabernet Sauvignon”, dissi. “Napa. Uve di montagna, non del fondovalle, è troppo serrato per il fondovalle. Forse dal lato delle Mayacamas. 2012, 2013.” Presi un altro sorso. “È di Larkin. Del crinale due proprietà più in là. Mio padre gli scambiava una cassa per una cassa.”
Silenzio dall’altro lato. Poi, piano: “2013.”
Sorrisi nel buio. “Prima domanda. Perché eri tanto calmo al suo funerale?”
Il silenzio durò così a lungo che pensai si sarebbe alzato e andato via. Sentii una sedia cigolare. Lo sentii respirare.
“Perché lo avevo tenuto mentre moriva”, disse Dante. “Quaranta minuti sul cemento, aspettando un medico di cui potessimo fidarci. Gli tenni una mano sul petto. Parlò per tutto il tempo. Di te, soprattutto. Di questo posto.” Una pausa. “Mi fece promettere di tenerti fuori. Dalla famiglia. Dalla vita. Mi fece giurare.”
Non riuscivo a respirare.
“Così rimasi davanti a quella tomba senza sentire niente”, disse, “perché se mi fossi permesso di sentire una sola cosa quel giorno, Serafina, le avrei sentite tutte. E poi sarei andato dagli uomini che gli avevano teso la trappola e li avrei uccisi uno a uno con le mani e la guerra che ne sarebbe nata ti avrebbe inghiottita. Aurelio mi fece dare la mia parola. Niente ritorsioni. Non allora. Così la diedi. E rimasi nella pioggia senza muovermi perché sapevo che, se mi fossi mosso, non mi sarei fermato.”
La benda era bagnata. Non mi ero accorta di quando fosse cominciato.
“Mi hai detto di entrare”, dissi.
“Eri sotto la pioggia da un’ora. Avevi le labbra blu.” La voce si abbassò. “Avevi diciassette anni e avevi appena seppellito tuo padre e io ero l’uomo che non aveva potuto salvarlo. Non pensavo volessi conforto da me.”
Rimasi nel buio con le mani sul tavolo e dieci anni a odiarlo che si risistemavano nel petto come mobili durante un terremoto.
“Versa il prossimo”, dissi, quando riuscii a parlare.
Il secondo era una Barbera piemontese, vivace, di amarena e fatta per essere bevuta con una pizza di martedì. Dissi il nome e la città e lui disse: “Sì”, con una voce diventata ruvida ai bordi.
“Chi ha pagato per questo posto?” dissi. “Le tasse. Ernesto. L’unico appezzamento di viti che non è morto. Chi?”
“Io.”
Lo sapevo. Una parte di me lo sapeva da quando le dita erano rimaste pulite sulla ringhiera del portico. Ma sentirlo era un’altra cosa.
“Perché?”
“È una seconda domanda.”
“Dante.”
Sospirò. Non lo avevo mai sentito sospirare. Era un suono molto umano.
“Perché è tuo”, disse. “Tuo padre lo mise in un trust per te prima di morire. Ne entrerai in possesso a trent’anni. Aurelio voleva venderlo, dopo. Diceva che era un fantasma, che ti avrebbe soltanto fatto male. Gli dissi che me ne sarei occupato.” Una pausa. “Me ne sono occupato.”
“Per dieci anni.”
“Sì.”
“Pagando un responsabile della vigna. Tenendo in vita le viti più vecchie di mio padre. Di tasca tua. Per una donna che ti ha lanciato un drink al sessantesimo di Rosa.”
“Era un drink molto piccolo.”
Risi. Uscì bagnato e incrinato, mezzo singhiozzo. Premetti le mani piatte sul noce per non farle tremare.
“Versa”, dissi.
Il terzo vino era più difficile. Qualcosa di bianco, dorato, di miele, con uno strano filo vivo di petrolio che mi fece aggrottare la fronte, far roteare, inspirare e far roteare ancora. Riesling, pensai. Ma vecchio. Più vecchio degli altri. Dissi Alsazia, 2008.
“No”, disse dolcemente. “Mosella. 2001.”
“Dannazione.” Posai il calice. “Bene. Chiedi.”
Non esitò. Penso che avesse la domanda pronta da anni.
“Perché mi hai riso in faccia?” disse. “Alla cena, quando sei tornata dalla Francia. Ti ho dato ragione e hai riso.”
Rimasi immobile dietro la benda.
“Perché non davi mai ragione a nessuno”, dissi piano. “Non dicevi mai niente, non in dieci anni, non a me. Sedevi in fondo a ogni tavolo come il ritratto dello zio morto di qualcuno. Poi l’unica volta che hai aperto bocca è stato per stare dalla mia parte, davanti a tutti, contro il Don.” Deglutii. “E non sapevo cosa farne. Così ho riso. Perché era quello o piangere, o…”
“O?”
“O attraversare il tavolo carponi per raggiungerti.” Lo dissi al buio e le guance mi bruciarono. “Avevo venticinque anni. Tu portavi un abito grigio. Era una distrazione notevole. Tutto qui.”
Niente dall’altro lato del tavolo. Non un suono. Non un cigolio della sedia.
“Versa l’ultimo”, dissi. Ora la voce tremava e non per il dolore. “Ti prego.”
Versò. Il calice scivolò verso di me. Lo presi e non lo annusai nemmeno. Lo riconobbi prima che mi toccasse le labbra perché lo sentivo nel sonno da dieci anni, sotto tutto, quella dolcezza scura e speziata come marmellata di more, pepe nero e terra polverosa cotta al sole.
Lo aveva aperto. Era andato agli scaffali, ne aveva trovato uno e lo aveva aperto per me.
“Zinfandel”, sussurrai. “Vecchie vigne. Dall’appezzamento orientale di questa proprietà. 2015.” Posai il calice con entrambe le mani. “Lo ha fatto mio padre. E si sbagliava, non sa dei suoi piedi.”
Sentii Dante alzarsi.
“Ultima domanda”, disse. La voce era molto vicina. Aveva girato intorno al tavolo. “Falla.”
Voltai il viso verso il suono. Non lo vedevo. Lo sentivo, il calore del suo corpo a trenta centimetri, poi meno. Il cuore batteva tanto forte che lo sentivo nei polsi.
“Mi vuoi?” dissi.
Le candele sibilavano.
“Sì”, disse Dante.
“Da quando?”
“Da quando mi hai riso in faccia.” Più vicino adesso. La voce era scesa a qualcosa che non gli avevo mai sentito, bassa, viva e raschiata nel vuoto. “Due anni, tre mesi. Ogni singolo giorno. Siedo in fondo al tavolo e non ti guardo perché se ti guardo non smetto. Conto i giorni, Serafina. Non l’ho mai detto a nessuno. Li conto come un uomo in una cella.”
Sollevai le mani e tolsi la benda.
Era proprio lì. Sopra di me nella luce delle candele, tanto vicino che dovetti inclinare la testa per vederlo in faccia e il suo viso…
Il suo viso non era calmo. Per la prima volta in dieci anni non era affatto calmo. Gli occhi erano neri e ardenti, la bocca una linea dura, un muscolo nella guancia scattava e le mani erano strette a pugno lungo i fianchi tanto forte che le nocche erano bianche.
Mi alzai. La sedia raschiò indietro. Ci portò quasi petto contro petto. Quasi. Teneva ancora quel filo d’aria tra noi, quella larghezza di una mano conservata per un decennio.
“Non muoverti”, disse.
Non mi mossi. Ogni muscolo del corpo si bloccò al suono della sua voce come era successo in cantina la prima sera, come succedeva ogni sera al tavolo di cucina quando mi diceva di stare ferma. Rimasi lì tremando con le labbra dischiuse e il cuore che martellava e non mi mossi perché mi aveva detto di non farlo e il fatto di avergli obbedito, all’istante e senza pensarci, mi mandò un brivido caldo dritto al centro del corpo.
Lo vide. Lo guardai vederlo. Qualcosa sul suo viso diventò scuro, terribile e affamato.
“Dimmi di fermarmi”, disse.
“No.”
“Serafina. Dimmi di fermarmi.”
“Ti dico cose da quattro giorni.” Incontrai i suoi occhi. “Ho finito. Dimmelo tu.”
Sollevò una mano. Lentamente. Tanto lentamente che avrei potuto arretrare una dozzina di volte. Non mi toccò il viso. Si fermò con il pollice a mezzo centimetro dal labbro inferiore, tanto vicino che ne sentivo il calore, e lo tenne lì, ed entrambi tremammo nella luce delle candele con quel mezzo centimetro tra noi come una linea sulla mappa che fa scoppiare una guerra.
“Gli ho dato la mia parola”, disse con voce roca.
“Lo so.”
“Non l’ho mai infranta. Nemmeno una volta in diciannove anni.”
“Lo so.”
Il suo pollice mi toccò il labbro.
Fu la cosa più leggera. Uno sfioramento. Appena. Mi attraversò come un fiammifero acceso gettato nell’erba secca.
Poi fece un suono basso nel petto, come qualcosa che si strappa, la mano scivolò nei miei capelli e la bocca scese sulla mia.
Baciava come se morisse di fame sotto gli occhi di tutti. Nessuna esitazione. Nessuna dolcezza, non all’inizio. La bocca era calda e dura e sapeva del vino di mio padre, la mano si chiuse nei capelli tirandomi la testa all’angolo che voleva e mi aprii per lui con un ansito e la lingua entrò profonda, lenta e tanto accurata che le ginocchia mi diventarono acqua. Gli afferrai la camicia con entrambi i pugni. Fece ancora quel suono e mi portò indietro di due passi finché il bordo del tavolo di noce mi colpì dietro le cosce, poi le mani furono alla vita e mi ci sollevò come se non pesassi niente. I calici suonarono e si rovesciarono. Il vino si versò sul legno, scuro come sangue. Nessuno dei due guardò.
“Dante”, ansimai contro la sua bocca.
“Ancora”, disse ruvido. “Dillo ancora.”
“Dante…”
Mi baciò più forte inghiottendo il resto. La mano scivolò lungo la mia schiena, si aprì sulla parte bassa e mi tirò al bordo del tavolo finché gli fui aderente, e attraverso i suoi pantaloni e il mio vestito sottile di cotone sentii esattamente da quanto mentisse sul non volere questo, e le mie cosce si aprirono da sole e gli avvolsi le gambe intorno ai fianchi e tirai.
Tremò. Tutto il corpo. Un grande tremito violento come una diga che si spacca.
“Dieci anni”, disse nella mia gola. I denti mi sfiorarono la pelle sotto l’orecchio e gridai. “Dieci anni a tenere le mani lontane da te.”
“Smetti di tenerle lontane.”
Il suo telefono vibrò.
Non uno squillo. Una pulsazione breve e aspra, due volte, contro l’interno della mia coscia dove il suo fianco era premuto. Ci bloccammo entrambi.
Si ritrasse di un paio di centimetri. Il respiro era sfilacciato. I capelli distrutti dalle mie dita, la bocca rossa, e guardai il calore nei suoi occhi spegnersi come una luce, sostituito in un istante da qualcosa di freddo, piatto e letale.
Tirò fuori il telefono e guardò lo schermo. Il bagliore gli illuminò il viso da sotto.
“Cancello inferiore”, disse piano. “Movimento. Fari.”
“Potrebbe essere un cervo…”
“I cervi non guidano.” Spense la candela più vicina con un breve soffio, poi le due successive con le dita senza sussultare. “Giù dal tavolo. Adesso. Non parlare.”
Scivolai giù. Le gambe mi reggevano a malapena. Aveva la pistola fuori dalla fondina ascellare prima che i piedi mi toccassero il pavimento; non lo vidi estrarla. Spense l’ultima candela e il buio scese totale, velluto nero, l’unica luce un quadrato grigio fioco di luna dalla finestra alta.
Poi la sua mano trovò il mio polso nel buio. Non la manica. La pelle. Le dita si chiusero calde e sicure intorno, mi tirò attraverso la stanza, oltre il tavolo, alla porta stretta in fondo che portava al vecchio deposito delle botti, un ripostiglio di pietra scavato nella collina, profondo appena per due persone. Mi spinse dentro, seguì e si tirò la porta pesante quasi chiusa dietro, lasciandola aperta di uno spiraglio.
Era buio pesto. Odorava di rovere, terra umida e vino versato. E c’era tanto poco spazio che mi era premuto dal petto alle ginocchia, la mia schiena sulla pietra fredda, il suo corpo un muro caldo davanti a me, la mano con la pistola appoggiata alla roccia accanto alla mia testa.
Sopra di noi, debole attraverso il soffitto, sentii pneumatici sulla ghiaia. Un motore si spense. Una portiera si aprì e chiuse.
Il cuore mi correva tanto forte che pensai dovesse sentirlo. L’altra mano salì nel buio e trovò il viso. Il pollice mi si posò sulle labbra. Non per zittirmi. Soltanto appoggiato, caldo e fermo, una domanda.
Chinò la testa finché la bocca fu al mio orecchio.
“Non un suono, Serafina”, respirò. “Puoi farlo per me?”
Annuii contro il suo palmo.
Sopra le nostre teste, lenti e pesanti, passi attraversarono il pavimento della cucina.























































